RUOTE
Alla fine del 2020 aveva detto basta, scendo dalla bici, non c’è più nessuno che crede in me. È stata l’ultima corsa della mia carriera, arrivederci a tutti. Fece un’ultima telefonata a Patrick Lefévère, e quello si convinse. Ma sì, con la sua esperienza avrebbe potuto tirare le volate a Sam Bennett. Invece Mr Cavendish tornò Sir Cavendish, vinse tre tappe del Giro di Turchia e poco prima del Tour Bennett aveva mala un ginocchio. Ahia, pensarono tutti. Slurp, pensò Cavendish. Era la sua occasione, gli diedero un posto all’ultimo minuto, la colse. Fece un Tour che a definirlo sorprendente si rimane cauti. Vinse quattro tappe, raggiunse il numero 34 di Eddy Merckx, mancò il 35 di poco a Parigi. Tutt’intorno a lui impazziti e lui placido: «Dovreste celebrare Marianne Vos, non me. È stata la mia fonte di ispirazione su tanti livelli, da tanti anni».
La tappa numero 34 era arrivata a Carcassonne, la chiamano la città del silenzio, dove a diciotto anni diventò per la prima volta campione di Francia Jacques Anquetil. Cavendish aveva la maglia verde e se ne stava tutto aggrovigliato, come un gatto quando si tratta di srotolare gomitoli e ricadere sui cuscinetti, scrisse Roos su L’Équipe. Quel giorno fu calcolato che aveva vinto l’82% degli sprint di gruppo a cui avesse preso parte al Tour e in assoluto il 20% degli sprint di gruppo al Tour nel XXI secolo. Il Cannibale delle volate aveva raggiunto il Cannibale vero e proprio.
LE DISCESE ARDITE E LE RISALITE
La tappa numero 35 prima o poi verrà, pensò tutto il ciclismo, ma l’anno dopo Cavendish era di nuovo in groppa a uno dei suoi saliscendi, ma nella porzione dello scendi. Nel 2022 non venne convocato e l’anno scorso con la maglia dell’Astana si è rotto una clavicola. Il suo gran capo Alexander Vinokourov gli ha detto lascia stare, non ci pensare, gli ha detto di crederci e di prepararsi. L’Astana lo ha portato a questo Tour con grande scetticismo diffuso. Cavendish fino a ieri non aveva vinto neppure una corsa importante contro i grandi velocisti. È al Tour per vanità, ha scritto qualcuno, rafforzato dalla visione della sua bocca spalancata sui primi strappi toscani nella prima tappa. Cavendish non ha alcuna possibilità di vincere uno sprint di massa al Tour, diceva la ragione. Ma cosa volete che nel ciclismo conti la ragione.
Jason Gay sul Wall Street Journal stamattina dice: “Sapete cosa significa a non avere più nessuno che creda in te? Mark Cavendish lo sa. È un uomo che ha dovuto implorare in giro per tornare nello sport. Più di una volta. È un vecchio cavaliere testardo, un vero cavaliere; ora è Sir Cav, i cui ritorni hanno avuto come seguito degli altri ritorni. Dovrebbe essere a casa in pensione nel Regno Unito, a guardare la TV e a godersi tutti i carboidrati a cui ha rinunciato. La storia di Cav è un viaggio all’inferno e ritorno, e onestamente non credo neppure che dirla così gli renda abbastanza giustizia”.
Tre anni fa, era stato Cavendish in persona a raccontarsi in pieno Tour in una colonna per il Telegraph. “Non vengo da una famiglia di ciclisti e non sapevo nulla di ciclisti loro. Ho avuto delle biciclette da bambino, ma solo BMX o mountain bike. Forse avevo sentito parlare di Eddy Merckx ma non sarei stato in grado di dire esattamente cosa significasse il suo nome. È stato il Tour de France ad accendere la mia passione. Mi sono appassionato al Tour molto prima di sapere di Merckx. Ricordo che Chris Boardman vinse il prologo a Dublino nel 1998, prese la maglia gialla e cadde nella seconda tappa. Ricordo corridori come Marco Pantani, Mario Cipollini e Tom Steels. Loro sono stati i primi che mi hanno preso. Una volta che sono entrato nel giro, ho deciso di imparare tutto sul ciclismo. Sono piuttosto ossessivo-compulsivo in questo senso. Ho letto tutto di Eddy. Ecco perché quando gli vanno a domandare se posso battere il suo record di tappe, la domanda per quanto mi riguarda è un po’ stupida. Mi pare imbarazzante se viene posta a lui, perché lui fa notare con la sua risposta che ha vinto pure dei Tour non solo 34 tappe – e sembra che mi stia sminuendo. Invece io so che Eddy rispetta quello che ho fatto, mi è sempre stato di grande supporto. Sono stato a casa sua in Belgio molte volte. Per me è un’ispirazione, più che il mio idolo sono orgoglioso di chiamarlo mio amico. Questo è l’Eddy che conosco. Penso che probabilmente si sia stancato della questione del record. Spero che ora che sono arrivato a 34, possiamo lasciarci questa storia alle spalle. I record non contano. Mi motiva più il pensiero di poter ispirare i bambini, o anche gli adulti, a iniziare a pedalare, che una trentacinquesima tappa da vincere al Tour”
IL VECCHIO PRINCIPE
Non è vero. Alla 35 ci pensava, ci ha pensato, così come da stamattina pensa alla 36. L’Équipe gli dedica la copertina del numero di oggi e dedica a questo Tour le prime 15 pagine. Quindici. Alexandre Roos dice che “tutto è così bello, toccato dalla grazia. Questo sprint da cui abbiamo sentito salire un soffio, il soffio del destino che spingeva Mark Cavendish, piccola pallina turchese in movimento nella massa con la fluidità di un felino, sulla strada della sua felicità. Una vittoria d’anticipo, come ai tempi della sua tirannia, con la catena che salta quando tagli il traguardo, come spesso gli è accaduto nelle occasioni speciali. Un successo clinico, chirurgico. Tutto il plotone ha sfilato per salutarlo e abbracciarlo, come si aspetta con solennità di baciare le mani a un papa, a un un sovrano, erano i volti di chi lo ha accompagnato per tutta la carriera, gli amici, i compagni di squadra, quelli che avevano ancora le rotelline piccole sulle loro bici quando lui vinceva il primo sprint al Tour, nel 2008, a Châteauroux. Sedici anni fa, e a pensarci si stringe il cuore, perché siamo tutti cresciuti un po’, invecchiati con Mark Cavendish, testimoni privilegiati del regno del più grande velocista della storia”.
Un anno fa era in ambulanza, con il volto rigato dal dolore, era finita, era finita per davvero. Ma quando arriva l’inverno, dentro Mark Cavendish scatta qualcosa, un pensiero che lo cattura e lo spinge a prepararsi. “La frenesia dei primi anni – ha scritto Roos – la bulimia delle vittorie e della velocità, ha lasciato il posto a una ricerca più lenta, alla pazienza, alla maturità. La brutalità ha lasciato il posto alla pace. È con tenerezza che in tanti lo hanno visto progredire, da ragazzino sporco degli esordi, odiato, una piccola peste che annientava gli avversari negli sprint e firmava le sue vittorie con il dito medio, a pacifico padre di famiglia, ripiegato su sé stesso – su sé stesso e la ricerca del suo Graal. Da teppista a trappista, pronto a tutti i sacrifici”.
Nella corsa che celebra le imprese e le montagne, le maglie gialle e i campioni dell’albo d’oro, in cima alla lista dei vincitori di tappa siede ora un velocista, una razza unica, così unica che per vincere deve sperare non accada nulla fino allo striscione dell’ultimo km, altrimenti addio. La mappa dei successi di Cavendish è fatta di puntini minuscoli, città che “risuonano in noi perché furono teatro di battaglie napoleoniche, una costellazione di piccoli luoghi, sottoprefetture, luoghi di trionfo per lui come Issoudun, Saint-Fargeau, Gueugnon, fino a Saint -Vulbas”, ricorda Roos, poco distante dal Château de Saint-Maurice-de-Rémens, la casa d’infanzia di Antoine de Saint-Exupéry. Il Piccolo Principe è diventato Vecchio.
L’IMPORTANZA DI SENTIRSI DIRE DI NO
“Non crediate che ne abbia abbastanza”, avverte sul Times David Walsh, il giornalista che diede una spallata al regno di Armstrong con le sue inchieste. “Il suo compagno di squadra Michael Morkov era in gruppo per guidarlo attraverso il caos travolgente dell’ultimo chilometro, ma in qualche modo Morkov si è ritrovato dietro al suo leader”. È considerato uno dei migliori pesci pilota del gruppo. Trent’anni fa si diceva l’ultimo vagone del treno. «Sono finito dietro di lui nelle ultime due curve, non sono riuscito a portarlo fuori, ma non importa. Avevo buone sensazioni. Ero super nervoso e super eccitato, per fortuna lui era calmo».
Così calmo da non dormire. È andato a scegliersi le ruote giuste. Ha preso quella di Bol mentre il sudafricano Ryan Gibbons guidava la carica negli ultimi 300 metri. Cavendish ha esaminato quel che aveva davanti. La ruota di Bol non era quella giusta, allora è balzato via e ha seguito quella del belga Jasper Philipsen dell’Alpecin-Deceuninck. Philipsen ha vinto quattro tappe al Tour l’anno scorso. È considerato il numero 1 della nuova generazione. Quando Cavendish gli ha preso la scia, ha sentito di aver preso un vantaggio. “La sua preda era proprio lì, davanti a lui, pronta ad essere attaccata quando lo avesse deciso”, ha scritto Walsh. È scattato prima che Philipsen potesse reagire, “la potenza era tale che lo sprint è finito prima ancora di iniziare”.
Al traguardo c’erano sua moglie Peta e due dei figli. Un giornalista televisivo ha chiesto a Peta come si sentiva. Non ci posso credere, ha detto lei, e subito dopo si è corretta perché conosce suo marito, anzi sì sì, certo che ci posso credere. Luc Herinckx dell’Équipe non ha solo un cognome che termina come quello di Eddy, ma pure le parole e lo sguardo giusto per analizzare la volata di cavendish metro per metro. Se vi interessa è QUI – se invece volete rivederla la trovate qui sotto:
Dice Walsh che nello scorso mese di dicembre era andato a trovare Cavendish in ritiro, e allora “abbiamo parlato bevendo un caffè in un bar vicino ad Alicante, una settimana prima di Natale. E lui ha detto qualcosa di profondo, di così profondo che solo lui poteva davvero dirlo. «Vedi, agli sportivi che raggiungono il successo presto, molto giovani, non viene mai detto di no, nessuno gli dice dove sbagliano. Succede perché ci sono persone che hanno qualcosa da guadagnare da loro. Quando le cose non vanno più come vogliono, queste persone se ne vanno affanculo e quelle che contano davvero, quelle c’erano prima, le poche che dicevano no e non venivano ascoltate, sono ancora là». Se non vi siete commosse, siete delle brutte persone.