Comunardo Niccolai se n’è andato nei giorni degli Europei con nove autogol, ultimo passo di un’ossessione, nostra, non sua, nel definirlo così. Ne aveva segnati sei in carriera, alcuni meravigliosi, eppure due in meno di Riccardo Ferri, due in meno di Franco Baresi, immuni, al riparo da etichette del genere. Ma è stata un’etichetta poetica, quando poetico era l’autogol, tanto che Edmondo Berselli lo definì “il genio dell’autogol metafisico”.
FIGURINE Poetici erano pure i nomi dei calciatori di quegli anni. Erano i figli dell’Italia con i calli sulle mani, non c’era ancora il gusto di chiamarli tutti uguali, Leonardo, Sofia, Tommaso, Aurora, Alessandro, Giulia, Lorenzo, Ginevra. Venivano dal Friuli e si chiamavano Tarcisio, venivano come lui da Uzzano, provincia di Pistoia, e allora si chiamavano così, Comunardo, perché al padre antifascista stava nel cuore la storia della Comune socialista di Parigi del 1871. La mamma, cattolica, non la prese benissimo.
L’autogol più bello rimane quello mai fatto, quello fuori dal conteggio e realizzato a Catanzaro un paio d’anni dopo lo storico scudetto. Pensa che il gioco sia fermo e tira un pallone di destro all’incrocio dei pali. Il compagno Brugnera capisce tutto e allunga le mani. Rigore. Il Catanzaro pareggia. Fece un passaggio da Perugia e chiuse la carriera a Prato. È stato anche c.t. della Nazionale femminile.
Stefano Boldrini sul Fatto Quotidiano ricorda che era soprannominato Agonia “per il fisico asciutto e l’aria sofferente quando affrontava gli avversari, ma nel suo periodo è stato uno dei migliori difensori italiani, tormentato da una frase fulminante di Manlio Scopigno durante i mondiali messicani del 1970 (“mi sarei aspettato tutto dalla vita, ma non di vederlo in mondovisione”, inutili le smentite successive), ma è stato prima di tutto un signor giocatore – averne oggi come lui – e una persona perbene”