ITALIA-ALBANIA
Sono 16mila i ragazzi di origine albanese inseriti nella piramide del calcio italiano, dall’ultimo gradino dilettantesco della Terza Categoria fino alla serie A. È il dettaglio più evidente di un legame tra Italia e Albania che passa dal pallone ma va oltre, un legame sentimentale prima ancora che di interessi, prima ancora che politico e di parte, con questo recente patto sui migranti firmato dal governo Meloni e dal governo Rama: la costruzione di centri di prima accoglienza dall’altra parte dell’Adriatico in regime di delega territoriale, l’Albania come una specie di guinzaglio dell’Italia, che feroce paradosso per un Paese che conosce bene il dramma delle storie di chi parte sperando di trovare accoglienza.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera ha sentito nei giorni scorsi Kristjan Asllani, uno dei 16mila, arrivato a Buti in provincia di Pisa quando aveva due anni, oggi all’Inter, un ragazzo per il quale Italia-Albania non può essere una partita normale.
«Direi una bugia se raccontassi che lo è, anche perché gioco contro tanti compagni di squadra. Peccato solo per il girone durissimo, ma vogliamo fare bene e aprire un ciclo per provare a qualificarci al Mondiale. C’è un bel mix di vecchi e giovani». Ha raccontato che a casa ci va quando può. «Non sono cambiato e quando posso vado: anche a vedere le partite di calcetto fra le nostre sette contrade, che a gennaio si sfidano per il Palio. Sono molto legato a Buti, ho tantissimi amici: dai 15 ai 70 anni».
Asllani dice che l’Albania si riconosce dalla compattezza, la gioia di giocare, rivela che tre anni fa era in piazza con gli amici che festeggiavano la vittoria dell’Italia ai rigori sull’Inghilterra. «Il mio sangue è albanese, in casa ogni tanto parlo la lingua. E con i nonni in Albania mantengo vivo le radici».
Del resto, questo è un Europeo nel quale il 25 percento dei calciatori convocati avrebbe potuto giocare sotto un’altra bandiera. Hanno storie di mescolanza, come ha scritto Lorenzo Longhi su Domani, storie di viaggi, partenze, scommesse, approdi, nei loro cognomi, nei loro documenti oppure nei racconti di genitori e nonni.
SI’, MA CHI GIOCA
L’Italia di Spalletti è un piccolo mistero, scrive Domenico Calcagno sul Corriere della sera a poche ore dalla partita d’esordio con l’Albania, perché “le certezze sono minime e ha un centravanti che, se continuerà a fare quello che ha fatto negli ultimi mesi con l’Atalanta, risolverà molti problemi, ma che a questo livello è tutto da verificare. Spalletti lavora, modella, sperimenta. A Napoli non ne ha sbagliata mezza, ma ha avuto il tempo che in azzurro manca sempre. Eppure è lui il valore aggiunto, lo stregone, l’alchimista con la pietra filosofale in tasca. L’uomo lancia messaggi per alzare l’autostima del gruppo, dal «siamo tutti numeri 10» alle parole di ieri: «Siamo i giganti e gli eroi di tanti, e gli eroi non hanno paura». Insomma, l’impressione è che le stia provando tutte per presentarsi con una buona organizzazione e la faccia cattiva“.
Luigi Garlando sulla Gazzetta riprende le parole usate da Spalletti e in realtà riconosce che «i giganti e gli eroi», “quelli che hanno fatto fremere d’orgoglio e d’emozione gli italiani, sono appena passati. Sinner, fresco numero uno al mondo, Paolini finalista al Roland Garros, undici medaglie d’oro agli Europei d’atletica leggera: Jacobs, Tamberi, Battocletti, Palmisano… Undici, un’intera squadra di calcio. Per una volta il pallone, religione monoteista del Bel Paese, prova ad accodarsi ad altre fedi che hanno già dispensato parecchia felicità in queste settimane di grazia. Non sarà facile. Siamo i campioni uscenti, ma anche i campioni usciti dalla corsa al Mondiale del Qatar, fatti fuori dalla non galattica Macedonia. Siamo la Nazionale scaricata a tradimento l’estate scorsa da Roberto Mancini e raccolta da Luciano Spalletti, che ha dovuto reinventarla in tutta fretta e qualificarla a questo Europeo. Un risultato meno banale di quanto sembri. In questa vigilia, paragonata a quella di tre anni fa, tocchiamo con mano la difficoltà della affannosa ricostruzione e della conseguente precarietà in cui siamo caduti”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio di qualche giorno fa ricordava che a Wembley, la sera dell’11 luglio 2021, “avevamo lo stesso portiere di oggi (Donnarumma), lo stesso terzino destro (Di Lorenzo), lo stesso regista (Jorginho), lo stesso centrocampista di inserimento (Barella) e la stessa ala (Chiesa). Avevamo soprattutto una coppia di difensori centrali che, nonostante l’età, teneva in piedi da sola tutta la baracca: Bonucci-Chiellini. Avevamo un centrocampista di qualità come Verratti, un’ala che saltava l’uomo (non spesso, ma almeno ci provava) come Insigne, avevamo pure un centravanti che in Nazionale segnava poco come Immobile, ma che gli avversari temevano. L’Italia aveva soprattutto giocatori che conoscevano il calcio a quei livelli, gente che frequentava da anni la Champions. Con quella Nazionale vincemmo l’Europeo contro gli inglesi nella casa degli inglesi”
Lo riepiloga, lo scrive, per dimostrare che “c’erano poche scommesse e molte certezze. Ora è il contrario. L’immagine di Chiellini che acchiappa Saka per la collottola e lo stende è l’immagine dell’Italia campione d’Europa. Sapreste indicare il giocatore della Nazionale di oggi capace di ripetere quel gesto? … È un torneo dove il talento conta, ovvio, ma contano anche la condizione fisica, il temperamento, la mentalità, l’organizzazione, il recupero fisico e atletico. Avevamo una bella Nazionale nel 2012 con Prandelli (centrocampo con De Rossi, Pirlo, Marchisio e Montolivo…) e perdemmo in finale con la Spagna; avevamo una squadra tecnicamente scadente (al confronto quella di oggi è oro) nel 2016 con Conte e ci eliminò la Germania ai quarti e solo al nono rigore di una serie interminabile, dopo che agli ottavi avevamo battuto la Spagna; non eravamo favoriti nemmeno nel 2021 eppure lo abbiamo vinto. Il senso non è che ci possiamo credere. Il senso è che ci dobbiamo credere”.