
Lasciarsi nel calcio resta la cosa più facile. È lasciarsi bene che diventa complicato. Non è questione di risultati. I risultati sono una cosa vecchia. Superata. Piccina. Volgare. Quelli che si lasciavano male quando tutto andava a scatafascio, oggi sono banali. Ora vanno di moda quelli che si lasciano male quando tutto è andato bene. L’anno scorso è capitato tra Luciano Spalletti e il Napoli, adesso sta succedendo fra Thiago Motta e Bologna. Emilio Marrese su Repubblica ieri lo ha scritto in maniera rotonda: “Thiago resterà per sempre nella storia. È dalla cronaca che forse poteva uscire un po’ meglio”.
Lasciarsi è un’arte. Una delle università serie di questo paese, dovrebbe istituire un corso di laurea. Come andarsene con eleganza, come lasciar andare. Qualche docente andrebbe reclutato fra i cantautori. Almeno per un seminario. Loro sì che sono dei maestri. Quasi mai fanno scenate. Anzi. Con le separazioni ci lavorano, scrivono i loro pezzi e ci fanno i soldi. Bisognerebbe dare una cattedra a Baglioni, farsi spiegare come si conserva l’equilibrio quando l’altro “va via di schiena”, come si fa a dirgli o dirle “no, non cambiare mai, abbi cura di te”, oppure andare a lezione da Adele che dopo un addio dice “non preoccuparti, troverò qualcuno come te, non ti auguro altro che il meglio”, dove you è certamente tu, ma potrebbe essere pure voi, tu e la nuova lei, auguri a tutt’e due, auguri pure a “chi ci sarà dopo di me”
C’è pure quel pezzo di Sinéad O’Connor che parla del vuoto improvviso dopo una rottura, racconta la sensazione che non ci possa essere più nessuno all’altezza di chi c’è stato prima, “nothing compares 2 U”, ma pure dopo tanti bei momenti si può “guardare al futuro con ottimismo” [questi sono i Green Day]. Domani nelle canzoni è “ciao come stai, una pacca sulla spalla e via”, anche se prima – forse – siamo stati “costretti a farsi anche del male, per potersi con dolcezza perdonare” [Lucio Dalla].
MODELLO COCCIANTE
Eppure, certe volte – diciamolo – c’è chi se la va a cercare. Riccardo Cocciante, per esempio. Ha quel vizio di non saper stare con le mani nelle mani, tante cose deve fare prima che venga domani. Ma cosa, poi? Svegliare tutti gli amanti e parlare per ore e ore. Correre per le strade, mettersi a ballare, scaraventare secchi di vernice sopra i muri. Cocciante esagera, passa per un molesto, esagera, finisce come finisce, se ne lamenta. Una volta portò una povera ragazza a piedi nudi cercando l’orizzonte, sulla terra lui e lei. Un’altra volta pensava che quando si vuole bene, ma bene veramente, si può vivere nel vento, sottovalutando le conseguenze sulla cervicale. Pensava che fosse un atto d’amore camminare sopra una tempesta. Quando hai passato il limite te ne accorgi dopo: allora dopo piangi che vorresti cambiare faccia, e vorresti cambiare nome, e vorresti cambiare vita. Si capisce che ti pare assurdo.
In piena notte i secchi di vernice sopra i muri.
E dai.
IL MODELLO LAZZA
Nel calcio non succede neppure di lasciarsi com’è successo a Lazza [“inutile che mi angosci, mi mandi cento messaggi”], nel calcio i messaggi non se li mandano, a un certo punto smettono di parlarsi, come De Laurentiis e Spalletti, come Saputo e Motta, “tre righe all’Ansa e ciao, annullando la consueta conferenza pre-partita per evitare domande e imbarazzi. Da chi ha insegnato il coraggio di sognare a difensori e tifosi, insistendo sul valore del rispetto – ha scritto Marrese su Repubblica Bologna – ci si poteva aspettare di meglio”.
Saputo stava sulla corda aspettando una risposta, illudendosi. Motta l’ha lasciato là, come un equilibrista, così nell’ultima partita contro il Genoa, “il distacco si consuma nell’indifferenza della tifoseria che ignora Thiago – scrive Giorgio Burreddu sul Corriere dello sport-stadio – lo tratta con estrema freddezza, non gli concede neppure un coro. Eroe fino a due giorni fa, El Profe per il popolo è diventato in un attimo un traditore, dopo il rifiuto di rinnovare il contratto e soprattutto perché ha scelto la Juventus. Una decisione mal digerita dai tifosi rossoblù, ricorda tanto Gigi Maifredi nel 1990: andò male a lui e ai bianconeri, in quella stagione fuori dall’Europa per la prima volta dopo 28 anni“.
MODELLO BATTISTI
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, ieri ha scritto nel suo commento che “il tifoso del Bologna non ci metterá molto a dimenticare Thiago Motta. Lo dice la storia. Fulvio Bernardini fu liquidato dopo lo scudetto dall’Associazione Industriali perché s’era rotto il feeling e il nuovo presidente, Luigi Goldoni, non s’interessava di calcio. Gigi Maifredi, quando circolò la voce che sarebbe andato a Torino, subì una beffa tutta petroniana: la targa di una delle vie più nobili e centrali della città – Via Orefici – fu coperta da Via Maifredi, con l’intento smaccato di toglierselo di torno. No, il bolognese non fa drammi: Motta alla Juve? La Juve a Motta? Fatti loro“.
Per dirla alla Mogol-Battisti, “non sento niente no, nessun dolore no“. Solo che all’inizio si soffre e si sta male, da lontano, “dimenticato e muto, tornerò, tornerò davvero a sentire su di me profumo delle mani, ti vedo dappertutto, anche in me”. Quelli che commettono l’errore più grosso vanno in giro a cercare “una copia di mille riassunti”, prendi Calzona come bignami di Sarri e Spalletti, prendi Xavi per riavere un pezzetto di Guardiola. E niente, come vuoi che finisca, finisce male, forse bisognerebbe adottare il Modello Battisti-bis, prevedere sin dall’inizio nel contratto che in caso di addio non potrai restare nello stesso campionato, “ cerca di evitare tutti i posti che conosco e che conosci anche tu”.
MODELLO NEGRINI-FACCHINETTI
A Bergamo sono in quella fase che “se stiamo insieme ci sarà un perché, e vorrei riscoprirlo stasera”. Stamattina pare proprio che Gasperini, di fronte al famoso paragone con la bella donna che lo corteggia, alla bella donna sia intenzionato a rispondere “mi dispiace devo andare, il mio posto è là”, Negrini-Facchinetti in fondo sempre di Bergamo sono.
Marina Belotti sul Corriere della sera parla di accordo con Percassi quasi raggiunto: “Il problema sarebbe sorto se le due parti non avessero trovato una visione d’intenti che invece, tra una chiacchierata e l’altra (nella giornata di oggi dovrebbe esserci l’incontro decisivo), sta prendendo forma. La bella donna, quel Napoli che lo attrae per il blasone e la sfida, ha perso parte del potere attrattivo in confronto, usando la metafora del Gasp, alla famiglia con figli (l’ad Luca Percassi, ma anche l’uomo mercato Tony D’Amico) che è disposta a venire incontro alle sue esigenze per gli stessi obiettivi: riscattare i big (De Ketelaere) o trattenerli (Koopmeiners) per alzare l’asticella, puntando a rimanere il più possibile nella Super Champions (la quarta negli ultimi cinque anni) e magari rientrare in quella lotta scudetto che ora non sembra più così impossibile”.
MODELLO VECCHIONI
Forse l’equivoco è credere che la propria storia sia stata speciale, credere che il fuoco e le fiamme vissute e provate siano state così uniche da meritare un addio speciale. Nessuno ascolta la lezione di Jovanotti, “so che è successo già, che altri già si amarono non è una novità”. A Milano, città di libertà, hanno ascoltato Roberto Vecchioni e gli hanno creduto: “Ogni canzone d’amore è la stessa di ieri, di mille anni fa”. Ecco perché con Stefano Pioli si lasciano in modo civile.
Arianna Ravelli sul Corriere della sera scrive stamattina che lo fanno “salvando la forma, senza che voli uno straccio, con un accordo tra gentiluomini che chiude la questione economica e un comunicato che non contempla la parola «esonero» e conta invece molti «grazie»: l’opposto di quello che è successo a Torino tra la Juventus e Massimiliano Allegri. Succede che certi cicli si esauriscano (o che una proprietà senta l’esigenza di dare una scossa) ma quello di Pioli al Milan è stato un ciclo vincente e positivo e, al netto di qualche errore che c’è stato, Pioli si è mostrato un allenatore moderno, non ideologico, che ha messo in campo per lunghi tratti un buon calcio e capace di calarsi con efficacia nel lavoro di squadra che la proprietà del Milan richiede, senza mai far prevalere egoismi, puntare i muscoli, far pervenire richieste spacca-bilanci. Lo scudetto che si è tatuato sul braccio è stato la vittoria della normalità, dell’uso intelligente delle risorse a disposizione senza essere fenomeni e soprattutto senza fare i fenomeni, ché pure l’educazione ha il suo valore”.
Da Pioli on fire [coro dei milanisti] a Pioli on ferie [striscione degli interisti]. È giusto che finisca così. Qualche giorno Franco Arturi sulla Gazzetta non aveva dubbi: “Pioli merita un sincero applauso per questa lunga esperienza in rossonero, anche per lo stile personale, ma va sostituito perché non sembra in grado di colmare le evidenti lacune che la squadra continua a manifestare in campo. Perdere sei derby consecutivi con l’Inter , quasi tutti in modo disastroso, non è soltanto un dato emozionale impossibile da digerire per una tifoseria che non aveva mai assistito a un disastro simile e continuato, ma un vero e proprio segnale di presunzione e insipienza tecnica: come non capire, dopo tante riprove, quali sono i punti di forza dei nerazzurri e non mettere in campo contromosse all’altezza? Inspiegabile. La frequenza di infortuni muscolari Il gioco è apparso spesso velleitario La squadra non ha mai avuto continuità all’interno delle stagioni, cadendo spesso in vuoti d’aria impressionanti, riconducibili a preparazioni atletiche sbagliate”,
MODELLO BINDI
Andrea Di Caro, ancora sulla Gazzetta, si rammarica casomai del fatto che “nessun top coach è mai stato vicino al Milan, né seriamente cercato: né Conte, né Klopp, né Zidane, né Tuchel… Il club si è da subito indirizzato su un altro genere di profilo, molto meno impegnativo sotto tutti i punti di vista (economico, tecnico, progettuale) ed evidentemente più in linea con i dirigenti e la società di oggi”. Tra le righe si legge una certa freddezza nei rapporti e un sostanziale discredito verso le prossime scelte. Eppure nella lista del Milan c’erano fior di allenatori, per esempio Gallardo. Di Caro trova che Fonseca sia una specie di Lopetegui, e allora “tanto valeva tenere il punto, mostrando sicurezza, e insistere sulla scelta iniziale, anziché farsi travolgere dalla protesta rumorosa e ripiegare su un fac-simile. Fonseca dovrà fare i conti con la diffidenza di un ambiente che chiedeva un grande nome in grado di riaccendere l’entusiasmo, far dimenticare la seconda stella interista, rilanciare le ambizioni rossonere”.
La stessa diffidenza che tagliò le gambe a Rangnick, qualche anno fa. In genere tocca agli allenatori stranieri. Vengono da fuori, non sono passati in città da calciatori, che so, come Gattuso, hanno frequentato altri lidi, altri ristoranti. Ce ne sono alcuni che non danno neppure il numero di telefono. Quando se ne vanno, non li puoi neanche salutare alla Umberto Bindi, nemmeno un “arrivederci, dammi la mano e sorridi“.
A quel punto ti accorgi che “abbiamo finito le parole, e tu che non hai mai capito da dove cominciare. Facciamo finta di ballare” canta Motta. Ma non quello. Un altro.