
Sono un americano di 18 anni. Sono al mio ultimo anno da junior con la Hot Tubes Cycling e con la nazionale giovanile. Vorrei venire in Europa e sono molto interessato a correre per voi. Firmato: Matteo Jörgenson.
Erano assai bizzarre queste mail, spedite dall’altra parte del mondo con un clic da un ragazzino sconosciuto, nome italiano, cognome svedese. Ne scriveva tre al giorno, alla fine di ogni allenamento. Matteo aveva versioni diverse e personalizzate, secondo i destinatari, i loro paesi, i loro programmi. Chiedeva a chi conosceva le lingue di correggergli le bozze e poi inviava tutto, a una dozzina di indirizzi per volta scovati su Google, oppure chiedendo in giro, fra altri team, altri ciclisti, scusa conosci qualcuno? Voleva partire, lasciarsi dietro la California e Walnut Creek, un posto fondato a metà Ottocento intorno a un ufficio postale, la prima casa con il tetto costruita da un certo Ygnacio Sibrian, nipote di Juana Sánchez de Pacheco, una donna messicana concessionaria dei terreni.
Alla mail davvero gli risposero, si fecero vivi dalla Francia, era la Chambéry Cyclisme, sei un tipo curioso gli dissero, abbiamo un posto, ti aspettiamo. Cheri, la madre di Matteo, non l’ha scordata la discussione fatta quella sera. Anche Kristo, l’altro fratello, andava in bicicletta, ma non si sognava certo di mollare gli studi alla Columbia University per andarsene in Europa a far che, a pedalare. Non se ne parla. Oggi Kristo fa l’ingegnere informatico ad Amsterdam e Matteo ha vinto la Parigi-Nizza. Davanti a Remco Evenepoel e con la maglia di compagno di squadra di Jonas Vingegaard e Wout van Aert.
Cheri Jorgenson ricorda che per molto tempo il suo bimbo in bicicletta le pareva minuscolo, i pantaloncini erano tutti di taglie troppo grandi. Ci sono voluti degli anni prima che l’elastico delle gambe di una divisa XXS effettivamente gli arrivasse là, alle gambe. Per gli scaldamuscoli, prendeva in prestito gli scaldabraccia di suo padre Sam. Ma non è questo, non è questo il punto. Il punto è che Matteo diceva allora e dice adesso di essere «stato attratto dal senso di avventura che provi da bambino quando hai una bicicletta. Non devi fare affidamento sui tuoi genitori per andare da qualche parte, non devi aspettare che ti accompagnino».
Cheri si arrese perché pensò che Matteo in Francia almeno avrebbe imparato una lingua. In effetti. «È arrivato senza saper dire una parola e due mesi dopo parlava fluentemente» racconta a L’Équipe Paul Lapeira, di un anno più giovane, ora professionista alla Decathlon-AG2R La Mondiale. «È uno che brilla» dice Loïc Varnet, direttore di quella Chambéry Cyclisme Formation. Negli ultimi quindici anni quarantotto dei suoi corridori sono diventati professionisti, «alcuni perché erano molto, molto forti, altri perché avevano una personalità insolita». Romain Bardet, per esempio. Uno dei primi corridori a essersi ribellato alle oreillette, gli auricolari da tenere dentro le orecchie in corsa. Così come Matteo ha poi imparato in fretta pure lo spagnolo quando la Movistar gli offrì un contratto, vedendo in lui un corridore completo, capace di brillare sia nelle classiche sia nella classifica generale.
MAPPE
Matteo vive in Costa Azzurra, le conosce bene le strade dove Remco Evenepoel ha attaccato per farlo saltare e provare a vincere la Parigi-Nizza, la più aperta degli ultimi anni. Jorgenson pensava di passare la vigilia dell’ultima tappa al sole, passeggiando lungo le spiagge dove in genere gli piace rilassarsi e guardare il mare, dove al ritorno dagli allenamenti si ferma a comprare una baguette. Invece sabato sera ha sentito che il ciclismo gli prendeva la gola, «per la prima volta in vita mia ho sentito la pressione» ha detto. «Ho dormito cinque ore, non ero tranquillo», rispondeva a monosillabi, gli altri hanno capito e lo hanno lasciato in pace.
Poteva vincere. Quel Brandon McNulty in maglia gialla era sopravvissuto a malapena alla tappa del giorno prima, aveva conservato la testa della classifica per quattro miseri secondi. Quando è partito, Matteo sentiva che gli mancavano tre ore per vincere la Parigi-Nizza, «una delle corse che ho guardato di più». A 40 km dal traguardo Evenepoel è scattato sulla Côte de Peillea e lì Matteo ha capito che non avrebbe perso. Riusciva a seguirlo, si sentiva bene, anzi era l’altro che pareva al limite, era l’altro che a un certo punto gli ha chiesto di rallentare. Matteo ha cominciato a festeggiare a 4 km dal traguardo, certo, una Parigi-Nizza senza Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar, «così totalmente diversi da noi, altrimenti avremmo corso per il terzo posto» dice Mattias Skjelmose.
Dopo il traguardo ha lanciato un grido che L’Équipe descrive “da pellicano” e poi ha aspettato Brandon McNulty per abbracciarlo, sono amici, altre due carte del nuovo ciclismo americano in pieno rinnovamento, sei mesi dopo la vittoria di Sepp Kuss alla Vuelta. «Siamo la generazione ispirata da Lance Armstrong, almeno io lo sono, lo guardavo in tv quando ero giovane» ha detto Jorgenson in semplicità, senza preoccuparsi di distinguo, di retropensieri. «Sta arrivando una nuova ondata. È impressionante e ne sono fiero».
Quando in inverno ha deciso di lasciare la Movistar per unirsi alla Visma, molti gli han detto che stava facendo una scemenza. Invece ha imparato cose sugli allenamenti aggiuntivi, sull’alimentazione, «entrare in questa squadra è stata la decisione migliore della mia carriera, anche se molti possono averla trovata stupida. Non facciamo nulla che le altre squadre non facciano, ma tutto è fatto al massimo, come se per ogni dettaglio ci fosse qualcuno che riflette sul perché».
Adesso andrà alle Classiche alla sua maniera. «Non sono van Aert». Correrà per lui. In estate andrà di nuovo al Tour, dove in passato si getteva in ogni fuga per farsi vedere, era una specie di Paolino Paperino, ce n’era sempre una che andava di traverso. Una volta andò a sbattere facendo una curva stretta, un’altra lo ripresero a 400 metri dal traguardo. Andrà al Tour e dice «non sono Vingegaard, non vincerò mai un grande giro, penso che sia una cosa oltre i miei limiti». Ma vincerlo da spalla, questo sì, questo si può fare. D’altra parte il Tour quest’anno arriva a Nizza.
fonti | L’Équipe qui e qui | Escape Collective | Global Cycling