Perché stiamo ancora aspettando Zion Williamson

Quando Wembanyama andava ancora a scuola, la NBA credeva di aver visto la luce e il futuro in Zion Williamson. Una volta qui era tutta campagna e la campagna era piena di lui. Aveva 19 anni, era uscito da Duke dopo un solo anno, il più precoce tra le matricole dai tempi di LeBron James. Un predestinato, si dice sempre così. Gli unicorni non andavano ancora così di modo. Zion era spettacolare non per cristallinità ma per la sua banale adesione al canone del centro. Era potenza. Nel febbraio precedente l’arrivo in NBA gli era esplosa una scarpa in campo. Non aveva retto alla sua dinamite. Secondo alcuni media la Nike perse un miliardo e 100 milioni di dollari in borsa. Il rapper Drake si è fatto fotografare con la sua maglia quando Zion aveva ancora 16 anni e giocava per la squadra del liceo. La partita dei quarti di finale del torneo universitario tra la sua Duke e Michigan aveva avuto i biglietti con il prezzo più alto della storia. Tra gli spettatori c’era Barack Obama. Nella fase finale del campionato NCAA era stato seguito da una telecamera esclusivamente dedicata a lui. Aveva appena firmato con il marchio Air Jordan il contratto di sponsorizzazione più alto nella storia per un rookie, un quinquennale da 75 milioni di dollari, togliendo il primato a LeBron James. 

Questo era Zion quattro anni fa. Il Guardian diceva che era giusto presumere sarebbe diventato in tempi brevi un grande difensore, ma doveva migliorare nel tiro. Era la certezza che presto il vento sarebbe girato finalmente dalla sua parte, nello sport americano che non ama le egemonie, le contrasta per regolamento. Massimo Basile su Repubblica lo definì il Copernico del basket, nel senso che avrebbe cambiato la percezione di questo sport. Paolo Uggetti su The Ringer scrisse che avrebbe trasformato New Orleans da squadra marginale in lotta per l’ottavo posto nei playoff a una che nessuno vuole affrontare

New Orleans aveva giocato solo 2 volte i playoff negli 8 anni prima di quel Draft. Continua a non avere un titolo né una finale nella sua storia e nel frattempo l’hype si è spostato da un’altra parte, sul francesone di San Antonio. Non è ancora la squadra che nessuno vuole affrontare. I Lakers hanno dato ai Pelicans 44 punti di scarto nella semifinale dell’In-Season Tournament e le pagine di basket sono ancora piene di celebrazione per quel tipo di quasi 39 anni. 

Eppure, fa notare The Athletic, proprio nella storia di LeBron esiste un passaggio che mostra qualche analogia con Zion. Nonostante tutti i suoi memorabili trionfi in campo, una delle immagini che durerà a lungo, anche dopo la fine della sua carriera, è quella di lui affranto dopo la sconfitta di Miami nella finale del 2011 contro i Dallas Mavericks. Il momento più basso della sua carriera, scrive The Athletic, non solo per la sua inspiegabile prestazione contro una squadra inferiore, ma per una frase imbarazzante pronunciata quella notte, quando gli è stato chiesto delle persone che gli facevano il tifo contro. «Tutte loro – rispose – domani si sveglieranno e avranno la stessa vita che avevano prima di svegliarsi oggi. Io vivrò e continuerò a fare le cose che voglio fare. Loro prima o poi dovranno tornare nel mondo reale».

Quelle parole furono criticate in modo feroce per l’incapacità di LeBron di accettare i fatti. Così stamattina William Guillory scrive che se pure la posta in gioco e le circostanze sono molto diverse, Zion è chiamato a fare la stessa cosa che LeBron dovette fare dopo quella notte: ammettere il fallimento. È una delle cose più difficili che ogni giocatore d’élite deve fare. Ma è essenziale nel processo di maturazione

Secondo The Athletic Williamson sta evitando questa resa dei conti con sé stesso durante il processo di maturazione. C’è sempre una scusa che toglie un po’ di tensione a Williamson, che si tratti della sua salute, dei tiri sbagliati dai suoi compagni o dell’instabilità all’interno dello staff tecnico. Ma quando una squadra sta in campo in un modo così piatto in una partita così importante, i leader del gruppo devono assumersi la responsabilità, specialmente se giocano male come Williamson nelle sue ultime due partite, con soli 23 punti segnati contro i Sacramento Kings e i Lakers

A differenza del LeBron di quella sera, Williamson è stato più schietto nel dire di essere deluso dal suo gioco e nel dichiararsi spaesato di fronte a certe prestazioni poco brillanti, così buie da influenare chi lo circonda. Come spesso accade quando Williamson mette insieme alcune brutte partite importanti, in televisione scatta la gara a chi diventa più feroce sul suo peso e sulla sua etica del lavoro. Charles Barkley su TNT è un suo critico frequente. Stavolta ha detto che la forma attuale di Williamson lo disturba. Shaquille O’Neal ha ripetuto che Williamson non corre, non ha lo sguardo che dovrebbe avere. Gli occhi della tigre, diremmo noi in Italia. 

Ora The Athletic non è che lo difenda. È chiaro che Zion non fosse nella forma fisica di cui i Pelicans aveva bisogno contro i Lakers. Tuttavia – scrive Guillory – è strano sentire queste cose su Williamson considerando che prima della scorsa settimana stava giocando ad alto livello. Nelle sue nove partite precedenti aveva una media di 25 punti, cinque rimbalzi e sei assist a partita, tirando con il 62% dal campo. Dov’erano tutti i discorsi sul peso di Zion in quel periodo? Non c’è niente di sbagliato nel fatto che i media e i fan chiedano di più a Williamson considerando le immense promesse che lo circondavano. Ma questo messaggio non arriverà a lui fino a quando Zion non si guarderà allo specchio e capirà quanto il suo gioco stia impedendo a lui e alla sua squadra di liberare il pieno potenziale

Insomma: svegliati Zion. Imparare ad affrontare il fallimento – incanalarlo nel modo giusto – è ciò che distingue i veri grandi dagli altri giocatori di talento smarriti nella storia. È tempo che Williamson mostri come si reagisce quando il mondo intero dubita di te

Alla LeBron, se dovevi essere il dopo LeBron. 

Zion ha messo il punto e ha ricominciato. È ripartito nella notte con 36 punti personali nella notte contro Minnesota.

 

 

  NOTIFICHE

 

  Frame della notte: Wembanyama che schiaccia in testa a Sengun. Ma i San Antonio Spurs hanno per la 17esima partita consecutiva. L’ultima vittoria resta quella del 3 novembre, quando il bilancio era 3-2. È la peggiore squadra a Ovest, la seconda peggiore della lega dopo i Detroit Pistons. 

 

  Massimo in carriera in NBA per Bogdan Bogdanovic. Nella sconfitta contro i Denver Nuggets ha chiuso con 40 punti e 10 triple segnate.

 

  Giannis Antetokounmpo stanotte: 32 punti, 12 rimbalzi, 6 assist. Solo Embiid e Jokic have più partite in stagione da almeno 30-10-5

 

  La pagina Overtime Storie a Spicchi parla di Simone Fontecchio dopo la partita giocata a Oklahoma, forse la migliore dell’anno in NBA, nonostante la sconfitta di Utah.

A vederlo giocare così bene e così tanto oggi, da titolare, viene quasi il rammarico per il tempo trascorso in attesa di una vera possibilità dagli Utah Jazz, arrivata quasi per caso nella sequenza di infortuni di mezzo roster di Hardy. Ma non è mai troppo tardi per dimostrarsi un giocatore NBA a tutti gli effetti, magari cambiando nel frattempo stile di gioco, aggiungendo dei pezzi nuovi che nemmeno pensavamo avesse o potesse avere a questi livelli. 

E così, oggi, nella miglior partita dell’anno di Simone Fontecchio, oltre ai 19 punti con 7/11 dal campo e un primo tempo da protagonista leggiamo anche 4 stoppate, suo massimo in carriera, di cui una al fenomenale Chet Holmgren. Lo vediamo in un’azione bloccare per Clarkson e rollare al ferro chiudendo in schiacciata. Gli vediamo mettere palla a terra e attaccare per concludere nel traffico con la mano sinistra. Abbiamo davanti un giocatore migliorato e in grado di mettere più di un dubbio al suo coach una volta recuperati gli infortunati. Insomma, anche se coincisa con una sconfitta, ci sono mille motivi per essere felici dopo la nottata di Simo.  Un ragazzo che anche quando dimenticato in panchina ha continuato a lavorare in attesa della sua occasione.

 

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