“Zorionak, Jon Rahm, handia zara lagun”. Jon Rahm è il nuovo numero 1 al mondo del golf e questo è il messaggio che gli ha spedito il calciatore Aritz Aduriz. “Congratulazioni, sei un grande amico”.
È scritto in basco. Perché basco è Aduriz e basco pure l’uomo che ha riportato la corona del green in Spagna trentuno anni dopo il leggendario Seve Ballesteros. Viene da Barrika, un posto di rocce, scogliere e mare, un piccolo paradiso per surfisti.
I due sono amici da un po’. Giocano a golf insieme quando si può e Jon è tifoso dell’Athletic Bilbao, la squadra dove Aduriz ha chiuso la carriera, una specie di religione laica del popolo basco: suo nonno Sabin è stato per molti anni un dirigente delle giovanili del club.
Ieri mattina Slalom riferiva curiosando in giro che il primato di Rahm così precoce – 25 anni, professionista solo da 4, il quinto numero 1 più giovane di sempre – è figlio della regolarità e di un lavoro fatto su se stesso per tenere sotto controllo gli scatti di ira. È un po’ come quando nel 2000 al numero 1 del tennis arrivò Safin. Da quando Tiger Woods è sceso dal trono (2010), il golf ne ha cambiati trentanove. Rahm ha trascorso il lockdown a Phoenix. Ha tenuto un diario personale come terapia. Ha scritto sul virus una lettera alla Spagna da Players’ Tribune. Ha perso una nonna materna e una zia della madre che vivevano a Bilbao, scrive Miguel Herguedas su El Mundo.
Rahm è un basco che per la vittoria ha detto: “Venire dopo Ballesteros, come spagnolo, mi rende felice”. Come spagnolo. Ma a Players Tribune con orgoglio si descriveva molto testardo come sono i baschi. “So che l’avete già visto nel mio stile di gioco. Ma è quasi un modo di vivere. Se qualcuno della mia città dice che farà qualcosa, farete meglio a credergli, perché la farà. Siamo così”. Marca lo definisce uno del ceppo duro, padre vizcaíno, madre madrilena. Ha antenati svizzeri e un club di tifosi presieduto dal fratello dell’ex portiere dell’Athletic Bilbao, Cedrún. Nella cattedrale di Bilbao, come scrive Federica Cocchi su la Gazzetta dello sport, ha sposato Kelley Cahill, giavellottista a livello universitario.
| canestri È un’estate speciale per lo sport dei baschi. Nonostante tutto. Nella bolla di Valencia dove il basket è andato a finire il campionato, il Baskonia Vitoria ha vinto il suo quarto scudetto dopo 10 anni, con due azioni finali da protagonista dell’italiano Achille Polonara. Un titolo celebrato con un corto-mentario di 15 minuti dal titolo Txapeldunak (significa Campioni) e con una festa popolare per le strade, alla quale Diario AS ha collegato la crescita dei contagi nella regione, nei giorni successivi.
| pedali Tre giorni fa è tornata sulle strade del ciclismo con il suo vecchio nome la maglia arancione dell’Euskaltel-Euskadi, in gara al Grand Prix International de Torres Vedras-Trophée Joaquim Agostinho, in Portogallo. È la squadra che sui Pirenei,
al Tour e alla Vuelta, vedeva i suoi scalatori rincorsi a piedi da qualche tifoso tra la folla, con la ikurrina tra le mani, la bandiera simbolo del nazionalismo e dell’autonomia locale. Una squadra che per missione aveva la promozione di soli atleti regionali, come nel calcio fa l’Athletic Bilbao.
Erano anime inquiete, da transumanza e fughe. Erano anime ascensionali, da alta quota e solitudine. Erano anime coraggiose, da foga e da arrembaggio. Erano un colore e una bandiera. Erano una croce bianca e una ics verde su sfondo rosso, eppure un colore soltanto, almeno sui pedali: arancio
di giovanni battistuzzi, il Foglio, 27 febbraio 2020
L’Euskaltel negli anni d’oro ha portato Samuel Sánchez, oro olimpico per la Spagna, sul podio al Tour e al numero 2 del ranking UCI. Dal 28 luglio gli arancioni tornano a correre sulle strade di Spagna, alla Vuelta a Burgos dove è annunciato anche Fabio Aru. Dopo cinque anni di assenza, Euskaltel ha grandi ambizioni a medio lungo termine.
| palloni La ikurrina entrò su un campo di calcio tenuta per mano da José Ángel Iribar, portiere dell’Athletic Bilbao, e Inaxio Kortabarria, capitano della Real Sociedad. Era il 5 dicembre del 1976, Francisco Franco era morto da un anno e nel giorno del derby basco le squadre tirarono fuori la bandiera proibita dal regime, un simbolo custodito in clandestinità. Fu la prima apparizione pubblica della ikurrina. Quando non potevano ancora esibirla, pur di avere i loro colori nei nostri stadi, i baschi a volte portavano dentro la bandiera italiana.
Se non ci fosse stato il virus, questo derby sarebbe stato il 18 aprile un’inedita finale della Coppa di Spagna. La federazione ha proposto che sia recuperata a luglio oppure a settembre. Ma di giocare la loro partita senza pubblico i baschi non ne vogliono sapere. Hanno rigettato le ipotesi e anche se la stagione deve terminare entro il 2 agosto, si progetta di recuperarla nella prossima. La federazione immagina di farne la prima partita spagnola con gli stadi aperti. Forse a dicembre. Se non fosse così speciale e così politica sarebbe stata già annullata o giocata a porte chiuse.
utopie Una squadra di soli baschi | Kepa (Chelsea); Odriozola (Bayern), Iñigo Martínez (Athletic Bilbao), Nacho Monreal (Real Sociedad), Azpilicueta (Chelsea); Herrera (PSG), Javi Martínez (Bayern), Illarramendi (R.Sociedad); Williams (Athletic Bilbao), Aduriz (Athletic Bilbao), Oyarzabal (Real Sociedad). Allenatore: Emery.
scrittori Fernando Aramburu | «La patria non è un concetto con un unico significato. Cambia da una persona all’altra, da un paese all’altro. C’è un’accezione amabile della patria da cui nessun essere umano capace di socialità è dispensato. È quella che professiamo per il luogo in cui è trascorsa la nostra infanzia, in cui abbiamo imparato le lettere e i numeri, in cui ci possiamo connettere emotivamente con certi paesaggi, da cui provengono i nostri antenati o la squadra di calcio le cui vittorie ci rendono felici. Il problema nasce quando sacralizziamo la patria, discriminiamo in suo nome, cerchiamo di imporla ad altri o la prendiamo come pretesto per commettere delle atrocità».
intervista a l’Espresso, 15 novembre 2017