Storia di Siya Kolisi. Il miracolo del ragazzo che dormiva fra i topi

Quattro anni fa gli posarono la Coppa del mondo fra le mani e la storia del rugby sudafricano prese un’altra strada. Ma sono quasi trent’anni che la storia del paese ha deciso di camminare sotto al braccio del pallone ovale, così cambiò un pochino pure quella. Siya Kolisi era il primo capitano nero degli Springboks da poco meno di un anno, il capitano di una Nazionale a lungo fra i simboli della discriminazione di Johannesburg. 

«Tutto quello di cui abbiamo bisogno è una opportunità», disse accrezzando il trofeo, qualche minuto dopo la vittoria in finale contro l’Inghilterra. «Madiba ci sta guardando da lassù: sono sicuro che è felice», gli mormorò dentro l’orecchio Brian Habana, uno che ha il record di mete ai Mondiali ma che per molto tempo era stato impossibilitato a giocare a causa del regime d’apartheid. 

Era stato il cittì Erasmus a mettere la fascia intorno al braccio di Kolisi, forse per quella cosa banale che chiamiamo leadership, forse guardando solo alla sua personalità fra le pareti di uno spogliatoio, oppure con la consapevolezza che si trattava di un piccolo passo per uno sport e di un grande passo per una nazione. «Prima della finale ne abbiamo parlato. In Sudafrica la pressione è restare senza lavoro, oppure se ti ammazzano un parente o un amico. Questi sono i nostri problemi. Il rugby non può creare pressione, anzi deve dare una speranza».

Sono cinque anni che Siya Kolisi non smette di darne. È facile riconoscerlo, prima che la partita cominci. È quello che tiene lo sguardo dritto e canta l’inno. Dice che così sfugge al clamore esterno e pensa al solo compito che si è dato: vincere. 

 

Chi ci riesce stasera, fra Sudafrica e Nuova Zelanda, si mette in cima al mondo del rugby con quattro Mondiali contro tre. Solo gli All-Blacks nella storia hanno saputo ripetersi, fra 2011 e 2015. Da cinque edizioni sono le due squadre che si spartiscono il titolo. Kolisi non sarà il più grosso fra gli uomini che vedremo in campo, 105 chili, un metro e 88 di altezza. In un ritratto che gli ha dedicato qualche giorno fa Le Monde si legge che però è costruito come un menhir.  Una specie di Obelix che ha “l’andatura di un gigante, lo sguardo imperscrutabile di un pugile pronto a salire sul ring. I suoi avversari temono i suoi contrasti e sanno che è quasi impossibile togliergli la palla dalle mani quando si lancia in contropiede. Ma non sono solo le sue qualità da terza linea a spaventare, il numero 6 è anche un incredibile leader di uomini”. 

Jacques Nienaber, il commissario tecnico che ha preso il posto in panchina di Erasmus, gli ha lasciato il ruolo di capitano. Yannick Nyanga, rugbista francese compagno di squadra di Kolisi, racconta che «quando lo incontri, non dimentichi il suo modo di guardarti negli occhi, di farti domande dirette senza tante storie, di darti importanza. È una cosa rara nel nostro ambiente». 

Siya è il diminutivo di Siyamthanda. Nella lingua del popolo Xhosa, il gruppo etnico da cui proviene, significa “Lo amiamo”. La vita di Kolisi è cominciata nel segno dei simboli, come lui stesso ha raccontato nell’autobiografia del 2021, Rise, pubblicata in Sudafrica per HarperCollins. A pagina 8 Siya usa una nota per ricordare ai lettori che rise significa sorgere e soprattutto segnala che questa parola è il significato inglese del nome xhosa di sua madre, Phakama, morta quando lui aveva solo 15 anni e lei il volto segnato dalle cicatrici della violenza maschile. “Quando ero bambino, mentre giocavo per strada le raccolsi due denti, perché un tipo l’aveva colpita” racconta nel libro. Anche la data di nascita è un grosso simbolo. Kolisi è del 16 giugno 1991, partorito nella cittadina di Zwide, poco fuori la città di Port Elizabeth. Il giorno successivo, il 17 giugno, il Sudafrica presieduto da Frederik De Klerk metteva fine all’apartheid. Tre anni ancora e Nelson Mandela andava al potere, lui che era di origine xhosa come Siya, parlava la stessa lingua, conosceva gli stessi riti di iniziazione tribale. Kolisi ha conosciuto un solo giorno di razzismo ufficiale nel paese, non può neppure ricordarlo, eppure non se lo scorda, quello che ha comunque sentito attorno a sé e che ha vissuto. Dietro la schiena porta tatuato il volto di Mandela, l’eroe della nazione arcobaleno. 

Anche Rachel, la moglie bianca di Siya, è orgogliosa del tatuaggio. Così assicura a Le Monde, spiegando che si sente a pieno titolo un membro della comunità xhosa, la sua nuova famiglia. I nostalgici del segregazionismo sono meno romantici. La coppia è stata molto insultata sui social. «I neri mi chiedevano perché non avessi trovato una compagna nera e i bianchi mi chiedevano perché Rachel non avesse scelto un marito bianco», racconta Siya. 

Zwide è un ghetto sovraffollato e colpito dalla povertà. Siya ha speso l’infanzia per la strada. È stato affidato molto presto alla nonna paterna, perché mamma Phakama era ancora un’adolescente e viveva con la propria famiglia. Quanto a suo padre, Fezakele, pure lui aveva solo 15 anni quando nacque Siya, partiva spesso e stava per settimane lontano da casa, per dei lavori saltuari da imbianchino. Per aiutare la nonna, Siya andava a vendere alcolici e verdure per la strada. Non aveva ancora compiuto 9 anni. Dormiva sul pavimento di casa, ricorda ancora i topi che gli correvano sul corpo. La scuola gli dava un pasto al giorno, spesso era un po’ di latte in polvere, qualche volta un pezzetto di burro di arachidi. La parola fame ricorre ripetutamente nel libro. Dopo la finale mondiale vinta contro l’Inghilterra, un giornalista britannico chiese a Kolisi se da bambino sognasse di diventare campione del mondo. «Quando ero bambino – si sentì rispondere – l’unica cosa che contava per me era mangiare». 

Il libro di Kolisi non nasconde nessuno degli eccessi frequentati. Siya da piccolo beveva, fumava erba, annusava benzina per stordirsi. Le serate di torpore e alcol finivano negli strip club, qualche altra volta in una cella. Dire che sia stato il rugby a salvarlo è un passaggio ovvio. Ogni tanto le ovvietà sono pure vere. Giocava terza linea negli African Bombers, quando lui e due compagni di squadra furono avvistati da un allenatore della prestigiosa Grey High School di Port Elizabeth, frequentata in prevalenza da studenti bianchi. Gli diedero una borsa di studio, dei bei vestiti, una paga. “Ma per un ragazzo delle township che ce l’ha fatta – si domanda Le Monde – quanti ne rimangono indietro?”. 

Si è convertito. Legge la Bibbia e prega prima di ogni partita. Ci tiene a ricordare che ha preso un solo cartellino giallo in tutta la carriera. Dal 2020 ha trovato un altro modo per placare la rabbia interiore. La fondazione Kolisi. Il giorno prima della finale del 2019, i bambini erano a letto, lui chiacchierava con Rachel e si chiedevano cosa avrebbero potuto fare di buono, se il Sudafrica avesse vinto. Oggi la fondazione conta nove dipendenti e i suoi campi di interesse sono la violenza contro le donne, la sicurezza alimentare e l’istruzione. Siya Kolisi dice che non riesce a dimenticare il volto gonfio di sua madre, nel libro racconta che in Sudafrica viene uccisa in media una donna ogni tre ore, cinque volte di più che nel resto del mondo. Nessuno più di lui sa che un bambino denutrito a scuola non riesce a concentrarsi. Oggi è una leggenda nel suo Paese. “È famoso quanto lo erano i Beatles nel Regno Unito”, dice Le Monde. William Battersby, l’amministratore delegato di Bos Ice Tea, un marchio molto popolare in Sudafrica, ha lanciato in occasione dei Mondiali un’edizione limitata di un tè freddo ai rooibos, dei semi ricchi di antiossidanti. Donano il 5% di ogni vendita alla fondazione. Sono state vendute quasi 400mila lattine e bottigliette in tutto il mondo. Il miracolo del bambino che dormiva in mezzo ai topi. 

 

 

   PUZZLE Che cosa si dice in giro

 

◇  Sì, ma chi gioca | Martin Castrogiovanni, la Gazzetta dello sport: “Impossibile fare pronostici, sono due squadre che rappresentano il meglio in questo momento e quindi sarà una gara aperta a ogni risultato. Il Sudafrica potrà vincerla con la mischia, punto forte che ha permesso agli Springbocks di arrivare fino in fondo. Se conosco bene la Nuova Zelanda, avranno studiato a fondo gli avversari per batterli sul loro territorio, la mischia appunto, pensando a nuovi schemi per essere il più efficaci possibile. Quindi credo che il successo passerà proprio di lì. Per quanto riguarda i protagonisti, per il Sudafrica mi piacciono molto Snyman e il capitano, Kolisi, rientrato dopo l’infortunio ai legamenti crociati di un ginocchio di soli sei mesi fa. Per gli All Blacks indico Savea e Smith, i migliori di tutto questo Mondiale”.

 

◇  Una trama possibile | Cesare Monetti, Avvenire: “Quella di stasera è la formazione Springboks con più esperienza nella storia sudafricana: ben 987 il totale caps dei giocatori in campo, ben superiore agli 895 avuti contro Samoa. Neozelandesi che puntano su Aaron Smith e Richie Mo’unga, per allargare e arginare l’asfissiante difesa sudafricana, si userà tanto il piede e forse la vittoria come già accaduto potrebbe arrivare anche solo per un calcio tra i pali che potrebbe fare la differenza”. 

 

◇  La finale migliore | Stefano Semeraro, la Stampa: “I francesi, che avendo organizzato il party si credevano i più forti, da tempo hanno spento la marsigliese, disattivato la grandeur, e stasera guarderanno il match dello Stade de France con il malmostoso distacco degli esclusi – ma ammettiamolo: un mese e mezzo di Coppa del Mondo di rugby ha prodotto la migliore delle finali possibili.   La vigilia è stata avvelenata dalle accuse di razzismo “alla rovescia” lanciate dagli inglesi al tallonatore sudafricano Bongi Mbonambi, e gli All Black partono leggermente favoriti (hanno vinto 62 dei 105 precedenti), sarà comunque battaglia. L’emisfero Nord, vero sconfitto di questo mondiale, resterà a guardare. Anzi no: Wayne Barnes, l’arbitro, è inglese, e se concederà troppe pause potrebbe favorire il Sudafrica. Ma questa è tutta un’altra storia”.

 

Una delle prime 15 pagine dedicate da L’Équipe alla finale mondiale di rugby

 

◇  Ma quale Mandela, fu Suzie | Massimo Calandri, Repubblica: “Il segreto è non mangiare frutti di mare. Ed evitare le cameriere che sorridono: soprattutto, quelle che si chiamano Suzie. Stasera va in scena la rivincita, sono 28 anni che gli All Blacks inseguono fantasmi e aspettano questo momento: raccontano che il giorno dell’altra finale — 24 giugno 1995 — metà di loro aveva le gambe molli e vomitava a bordo campo. Jonah Lomu, implacabile e implaccabile, sul prato verde sembrava un gigante fatto di stracci. Tutta colpa di Suzie, la cameriera che scherzava sempre. E che due sere prima della partita aveva servito in tavola alla squadra neozelandese la “specialità di Johannesburg”: gamberoni, vongole, scampi. Cosa? Ma l’Oceano è lontano 600 chilometri! Troppo tardi. Quei bestioni si erano già divorato tutto. Il risultato della fantomatica trappola tesa dai padroni di casa consegnò la William Webb Ellis Cup agli Springboks, che — rinnegato l’apartheid — per la prima volta partecipavano ai Mondiali ovali. Anzi, li organizzavano a casa loro”.

 

◇  Una storia comune | Domenico Calcagno, Corriere della sera: “Si cercano con insistenza da oltre un secolo (prima sfida nel 1921 a Dunedin) e si rispettano al punto che, potessero, giocherebbero sempre e solo tra loro. Come hanno fatto più o meno sempre, anche quando il mondo decise di mettere al bando il paese dei boeri. Pur di giocare in Sudafrica i neozelandesi accettavano di escludere i giocatori maori (troppo scuri per gli afrikaner) e quando questi erano troppo bravi per essere lasciati fuori i sudafricani accettavano di giocarci contro dopo aver loro conferito il titolo di «bianco onorario». Per colpa loro i Giochi olimpici subirono il primo boicottaggio, nel 76 a Montreal, quando 27 paesi africani non parteciparono alle gare per protesta contro la presenza dei neozelandesi che, nonostante il divieto, continuavano a sfidare gli Springboks. Solo nel 1981 dovettero arrendersi, quando il Sudafrica andò in tour in Nuova Zelanda scatenando la rivolta di mezzo Paese: manifestazioni ovunque, incidenti, i giocatori costretti a dormire negli spogliatoi degli stadi e piccoli aerei che sorvolavano il campo durante le partite sganciando sacchi di farina”.

 

◇  Gli inni | Giorgio Cimbrico, Domani: “In entrambi gli inni Dio c’è: God defend New Zealand, in maori e in inglese; Nkosi Sikelel’ iAfrika, Dio protegga l’Africa, in xhosa, zulu, sotho, afrikaans e inglese. Rimane da capire da che parte Dio starà sabato sera, a St Denis, Stade de France, quando le due vecchie nemiche si scontreranno per qualcosa che è più della finale della Coppa del Mondo di rugby. In ballo, nel 200° anniversario, sospeso tra lo storico e il leggendario, della nascita di questo strambo e magnifico gioco, c’è la chance di poter affermare una superiorità, un dominio: tre volte campioni del mondo gli All Blacks, tre volte campioni del mondo gli Springboks. Per entrambi il rugby è stato un dono inglese: i neozelandesi lo hanno trasformato in costume nazionale per perfezionarlo, raffinarlo, pescando anche tra le attitudini dei primi abitanti e degli isolani degli arcipelaghi del Pacifico; i sudafricani, specie quelli di radice boera e francese, ne hanno fatto il simbolo di una terra dove non si è mai guardato per il sottile”.

 

◇  L’aria intorno | Vincent Duluc, L’Équipe: “Resta infinitamente doloroso sognare una finale dei Mondiali e ritrovarsi nudi. Ci siamo chiesti per tutta questa settimana, se il Paese che ospita la Coppa del mondo potesse appassionarsi a una finale senza la propria squadra. La risposta è sì. Con o senza la nazionale francese, anche se la festa non sarà la stessa. Questa atmosfera mancherà nei nostri fine settimana, quando sarà arrivato l’inverno”.

 

◇  Un duello | Adrien Corea, L’Équipe: “Cheslin Kolbe e Will Jordan, entrambi formidabili, vanno a un duello sull’ala con stili molto diversi. Dal loro scontro potrebbe dipendere il destino della finale. Fra tutti gli scontri diretti che animeranno questo Blacks-Boks, il faccia a faccia tra questi due cowboy attira un po’ più di attenzione. Hanno già lasciato il segno in questo Mondiale. Il loro incontro allo Stade de France potrebbe renderli definitivamente leggendari”.

 

◇  L’imbarbarimento del rugby | Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: “Ciò che più stupisce i rugbisti allo stato puro, riguarda un passaggio di consegne in senso inverso rispetto alle attese. Il pubblico attende in silenzio quando un giocatore avversario si prepara a calciare. Macché: fischi e sberleffi reiterati dalle tribune. Nessun giocatore, salvo il capitano è autorizzato a parlare con l’arbitro. Macché: un numero crescente di piloni, mediani, trequarti, protesta, mette il becco. Guai a simulare, se lo fai, una vergogna. Beh, abbiamo assistito a scene mai viste, pur di indurre il direttore di gara a ricorrere alla moviola, la Var del rugby. Risultato: un numero enorme di interruzioni per analizzare e decretare, applicando metri di giudizio peraltro diversi su dinamiche identiche. Insomma, il peggio del repertorio calcistico intrufolato nei meccanismi del rugby. Un imbarbarimento”

 

    albo d’oro 1987 Nuova Zelanda, 1991 Australia, 1995 Sudafrica, 1999 Australia, 2003 Inghilterra, 2007 Sudafrica, 2001 Nuova Zelanda, 2015 Nuova Zelanda, 2019 Sudafrica

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