L’Africa delle maratone e l’Italia delle staffette. L’ultimo giorno dei Mondiali di atletica

Non c’era l’Uganda sulla scena dello sport, non c’era col suo nome fino alla metà degli Anni Cinquanta, quando ottenne il riconoscimento del CIO nell’assemblea tenuta fra le nevi di Cortina d’Ampezzo. Non ha ancora gareggiato alle Olimpiadi invernali, mai, poté invece presentarsi per la prima volta con la sua bandiera ai Giochi di Melbourne. Fu l’Uganda a dirci che stava arrivando l’Africa, stava uscendo dagli stereotipi, stava arrivando per vincere anche su pista, non solo sulla strada, dopo i tre ori etiopi 60-64-68 nella maratona. John Akii-Bua s’affacciò nello stadio di Munchen per dominare i 400 ostacoli, una delle specialità più difficili dell’atletica – scrisse Bruno Perucca su la Stampa – richiedono velocità e notevoli capacità tecniche. Una gara che è tutta un susseguirsi di movimenti coordinati, di passi contati — tredici per il vincitore — fra ostacolo ed ostacolo. È finito il mito dell’atleta africano istintivo, nipote, figlio, o lui stesso corridore della savana. Sono anni che lo sport ha trovato una dimensione europea, con allenatori per lo più inglesi che hanno fatto scuola nella scia di quel John Velzian che ha insegnato l’atletica a Keino”

Akii-Bua fece il primato del mondo. Veniva da una famiglia patriarcale di 27 figli. Il padre aveva avuto sei mogli. «Undici fratelli sono più bravi di me» disse scherzando. Passava con le gambe a compasso sugli ostacoli, portava sul ginocchio sinistro un piccolo cerotto, in ricordo di un incidente avuto in batteria. Mandò baci al pubblico e salì sul podio mettendo attorno al capo un nastrino con i colori del Paese — giallo, rosso e nero. 

Dopo Akii-Bua, dopo il rovesciamento di Idi Amin e l’adesione al boicottaggio africano del 76, l’Uganda ha continuato a vincere ori ai Giochi solo nell’atletica, con Stephen Kiprotich nella maratona 2012, con Peruth Chemutai nei 3.000 siepi e Joshua Cheptegei nei 5.000 a Tokyo [a Budapest oro nei 10mila]. 

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Sono queste le radici di Victor Kiplangat, 24 anni, il nuovo campione del mondo della maratona [2 ore, 8 minuti e 53 secondi], esattamente 10 anni dopo Stephen Kiprotich. L’anno scorso aveva vinto la corsa ai Giochi del Commonwealth di Birmingham, nell’ultimo giorno dei campionati, nonostante a un certo punto avesse imboccato un bivio sbagliato.

Stamattina a Budapest faceva così caldo che gli organizzatori hanno ridotto a 6 km la corsa di massa che ne doveva durare invece 10, iniziata sullo stesso percorso della maratona ufficiale, in Piazza degli Eroi: 25 gradi e un’umidità del 65% all’arrivo. Kiplangat è padre di cinque figli, l’ultimo ha solo un mese, ed è fratellastro di Jacob Kiplimo, dice il sito ufficiale dei Giochi. Ventiquattro degli 85 partiti non sono riusciti a finire la corsa, ma lui – così lo celebra Athletics Weekly – ha battuto anche il caldo. Tutto il podio è occupato da nati in Africa. Maru Teferi, argento per Israele, è nato in Etiopia da una famiglia di origine ebrea. È immigrato in Israele all’età di 14 anni con la maggior parte della sua famiglia. Ha studiato al Ben Shemen Youth Village e ha iniziato così ad allenarsi sulla lunga distanza. Anche sua moglie Selamawit Dagnachew è di origine etiope, cittadina israeliana per matrimonio, anche lei vista ai Giochi del 2021. I kenyani sono i grandi sconfitti. Ieri mattina era stata l’Etiopia a rafforzare la sua tradizione nella maratona, con Amane Beriso Shankule d’oro e la campionessa in carica Gotytom Gebreslase d’argento.

 

 

  FRANKENSTEIN  Un pezzo cucito con le spillette

La staffetta italiana d’argento

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Roberto Rigali “è partito bene contro Coleman, è di Brescia, Jacobs è nato in Texas ma è cresciuto a Desenzano, quei due si conoscono da una vita e si parlano in dialetto” [Piccardi, Corriere della sera], “l’amico delle prime volate giovanili sui 100” [Fava, Corriere dello sport-stadio], schierato in prima frazione, ha preso il posto di Fausto Desalu, in ritardo di condizione anche a causa di un infortunio [Buongiovanni, la Gazzetta]. 

“Dieci anni da calciatore, tennista, dicono che non se la cavasse male anche con gli sci nei comprensori della sua Valcamonica, specialità superG. Ma per fortuna di “Bobby”, un professore di educazione fisica si è accorto ben presto che, questo ragazzo vivace e solare, più di tutto e tutti sapeva correre veloce e saltare. L’unico che non fa parte di un gruppo sportivo militare. Si è specializzato in massofisioterapia e dallo scorso anno beneficia di una borsa di studio dell’università di Bergamo riservata agli atleti-studenti, nel suo caso di scienze motorie. Quanto a passioni, ama dormire e qualche volta dare gas alla moto di enduro o ai go kart” [Claudio Lenzi, la Gazzetta]. Al tempo di reazione allo sparo di 0”148, conferma di patire l’inesperienza a certi livelli. Il cambio con Jacobs è pulito [Buongiovanni, la Gazzetta]. 

È soltanto il 1525° centista al mondo, uno dei rari azzurri tra i 70 qui a Budapest a vivere di borse di studio perché nessun team militare l’ha voluto. Quando la federazione chiama, lui però risponde sempre: ha lavorato durissimo nei raduni e coach Filippo Di Mulo gli ha affidato la prima frazione. Il suo segreto? In rampa di lancio è un missile: al pari del fenomeno Usa Coleman, Roberto è stato fulmineo nell’uscita dai blocchi (0”148) e bravissimo nell’appoggiare il testimone sulla mano di Jacobs [Bonarrigo, Corriere della sera]. Roberto Rigali ha trovato la sua consacrazione di atleta. Questa è un’annata in cui si è espresso al massimo, e in finale ha fatto una bella frazione per lanciare la squadra [Tilli, la Gazzetta]. 

 

  In seconda frazione Marcell Jacobs, la frazione più lunga e più importante, è là che si prende o si perde il vantaggio. Jacobs in quella parte ha i mostri, l’americano Kerley, il giamaicano Seville, l’inglese Hughes, suoi nemici nei cento metri, ma non perde terreno, anzi dà l’idea che gliela devono sradicare quella frazione [Audisio, Repubblica]. Nella frazione più lunga è rimasto incollato a Kerley, il nemico con cui si punzecchia via social [Piccardi, Corriere della sera]. Jacobs sa ancora fare il fenomeno, basta che stia in salute [Specchia, la Gazzetta]. Marcell Jacobs… fa tutta la differenza del mondo. Quando c’è, la staffetta vince i Giochi e ora conquista l’argento mondiale. Fondamentale: Marcell corre lanciato a 12 metri al secondo, frazioni da 8”80 [Tilli, la Gazzetta].  Decifrare Jacobs è più semplice: liberatosi dai suoi fantasmi con l’eliminazione dai 100, Marcell ha tirato fuori orgoglio e classe smisurate tenendo testa a quel Kerley che lo sbeffeggia da Tokyo. [Bonarrigo, Corriere della sera]. Marcell è in evidente ripresa, anche se il confronto con Fred Kerley sembra visivamente penalizzarlo un po’: lui stesso ammetterà di aver faticato. C’è da capirlo, dopo un’assenza così lunga dalle competizioni. Ma esce dai Mondiali sano e questa, per certi versi, è la notizia più importante [Buongiovanni, la Gazzetta]. 

 

   In terza frazione Lorenzo Patta ha contenuto Carnes, la riserva preferita a Knighton [Piccardi, Corriere della sera]. Il cambio è talmente filante che Marcell sembra dare continuità alla propria azione. Quel passaggio da una mano all’altra è uno splendido concerto all’unisono. Lorenzo, si sa, in staffetta si esalta: per questo ne è diventato un pilastro pressoché insostituibile. In curva, al cospetto di certi colossi, con le sue frequenze leggere, vola disegnando meraviglie [Buongiovanni, la Gazzetta]. È duttile, bravo a fare i cambi, leggero, agile, scorrevole. Disegna delle curve perfette, dà sicurezza ai compagni [Tilli, la Gazzetta].

Glaciale. Non si è mai visto qualcuno di tanto indifferente al caos che gli si scatena intorno [Giulia Zonca, la Stampa]

“Sardo, a vederlo da vicino (1 e 63 per 60 chili) fisicamente più tiratore con l’arco che velocista e anche lui millesimo e passa nelle liste. L’eroe di Tokyo (dove partiva dai blocchi) viene da due anni tormentati ma ha accettato un cambiamento di ruolo: prendere il testimone da Jacobs e darlo a Tortu nella terza frazione. Il suo segreto è un numero: 0.15. È il tempo record (metà di quello dei rivali) in cui Lorenzo riesce a recuperare il bastoncino da Marcell (e poi passarlo a Tortu) azzerando il differenziale perso in velocità pura da mostri come Seville o Kerley”. [Bonarrigo, Corriere della sera]

 

In quarta frazione Filippo Tortu, “scappa sul rettilineo, ma un super Lyles (alla sua settima gara) è una scheggia e si diverte a fare il numero tre, come i suoi ori qui, prima di far vincere gli Usa [Audisio, Repubblica]. Ha tentato l’impossibile con Lyles, le treccine bionde più veloci del West, piombato sul traguardo con la fame dell’ex bambino asmatico e povero. Pippo Tortu è arrivato con la bocca aperta come a Tokyo, a caccia d’aria per non svenire. È andato a cercare Roberto Rigali, l’ha trovato dall’altra parte dello stadio, perso dentro una gioia mai provata, poi nella stoffa di una bandiera tricolore piovuta dagli spalti si sono chiusi in quattro [Piccardi, Corriere della sera]. Non è stato nemmeno il fratello di quello che abbiamo visto sui 200 metri. La partenza dal blocco lo costringe a una serie di movimenti, di meccanismi, che lo condizionano. Quando è libero da tutto questo, da questa ‘morsa’ dei blocchi, corre con una eleganza, facilità, velocità… al punto da non essere secondo a nessuno [Tilli, la Gazzetta]

Il meraviglioso mistero Tortu resta. Chiuso nei suoi ritiri milanesi (e sardi) con papà Salvino, Pippo ha abbandonato i 100 e si esibisce solo sui 200 alternando cose molto buone ad altre sconcertanti. Due giorni fa, uscito in batteria con un tempo per lui ridicolo, è arrivato in tribuna con gli occhi gonfi di pianto. Ma quando come ieri si piega a 120 metri dal traguardo per aspettare il testimone, Tortu si trasforma in Bolt. [Bonarrigo, Corriere della sera]

 

  artefici Il CT  ►  Alle loro spalle, c’è uno stratega. È Filippo Di Mulo, già fautore della storica impresa olimpica di Tokyo. Catanese di Aci Bonaccorsi, ha 63 anni. Sposato con Angela, ha due figli: Giacomo e Maria. Ex quattrocentista da 47”5, allievo anche del maestro dello sport Mario Lombardo, come allenatore si è formato sotto di lui alla Libertas Catania. Scuola Vittori, per intenderci. Conclusa la carriera da atleta, laureatosi a Roma Tor Vergata in scienze motorie, ha presto preso a insegnare la stessa materia. Oggi lavora al liceo delle scienze umane di Acireale e al relativo corso dell’Università di Catania. Ecco perché tutti lo chiamano Il Prof. Nessun segreto: alla base dei successi delle sue staffette, da quelle di club fino a quelle di Jacobs e compagni, c’è studio e applicazione [Buongiovanni, la Gazzetta]. 

«Alleno quartetti dal 1988. Ogni atleta delle mie 4×100, è schedato e archiviato, con tutti i riferimenti cronometrici di partenti e riceventi. Così, per chiunque, so fino a che punto poter rischiare. Nel tempo ho costruito e affinato un modello matematico che mi permette di elaborare parametri legati alla velocità di ingresso, a quella di accelerazione e alla relativa perdita progressiva». 

 

  prospettive Parigi  Abbiamo combattuto fino all’ultimo, senza commettere errori ai cambi con meccanismi che sono la nostra forza. Gli Usa di Kerley e Lyles hanno vinto, ma non stravinto [Fava, Corriere dello sport-stadio]. Un podio quasi sentimentale perché i fantastici quattro si sono accompagnati praticamente per mano senza vergognarsene affatto e hanno evitato smancerie al momento della presentazione. Hanno semplicemente camminato dentro lo stadio e solo lì ognuno si è preso un attimo di intimità per poi dividere tutto [Giulia Zonca, la Stampa]

Non era facile strappare un pezzo di mondo a chi crede di avere diritti innati. C’era da riconquistare una credibilità. Credevate che Big Italy fosse capace di ballare solo in una sera d’estate? E noi vi dimostriamo che siamo capaci di riballare in un’altra estate. E anche per quelle che verranno. A modo nostro, con cambi perfetti, la tecnica del dare e del ricevere, di fidarsi dell’altro, la staffetta è questo, fare la tua parte con generosità, consegnare il testimone a chi continuerà il tuo viaggio. Dai un’eredità a chi la reinveste subito [Audisio, la Repubblica]. 

“La 4×100 adesso è “La Squadra” perché tutti hanno corso al massimo nella giornata più importante dell’anno. “Allenatore” di questa meraviglia è il professor Filippo Di Mulo, responsabile della velocità. Lui, ex azzurro, ha saputo fare della propria passione un lavoro. Si è laureato in scienze motorie e ha creato una scuola dei velocisti nella sua Catania. Poi ha messo tutto il sapere a disposizione della Nazionale. Nel 2017 l’allora presidente Alfio Giomi lo ha fatto rientrare in Federazione e il settore velocità ha ripreso vigore [Giorgio Specchia, la Gazzetta].

Nello slang dell’atletica, dopo Patta-Jacobs-Desalu-Tortu, entra un’altra filastrocca da recitare ai bambini la sera prima di andare a letto, per farli innamorare di questo meraviglioso sport.  L’impresa annoda un filo importante con il passato: l’Italia risale sul secondo gradino del podio iridato 40 anni dopo l’argento di Helsinki ‘83 di Tilli, Simionato, Pavoni e Mennea, l’antenato senza il quale gli eredi non sarebbero qui, realizzando il secondo crono di sempre a livello nazionale, a 12 centesimi dal 37”50 dell’oro olimpico [Piccardi, Corriere della sera].

L’Italia, in diciotto Mondiali, mai aveva piazzato le due 4×100 e le due 4×400 in finale. la quarta piazza del quartetto veloce femminile vale oro. Manca ancora una giornata, ma con 4 medaglie e 11 finalisti certi (più due quasi) occorre tornare a Siviglia 1999 o a Edmonton 2001 per trovare un simile bilancio di squadra [Buongiovanni, ila Gazzetta].

Siamo diventati un Paese di poeti, santi, navigatori e staffettisti [Piccardi, Corriere della sera].

E adesso? Verso Parigi 2024, non dobbiamo nasconderci: la possibilità di medaglia è concreta. Ora devono essere tutti molto attenti, uniti, solidali. E… squadra. Scambiarsi esperienze, prevenire infortuni. Un continuo arricchimento, un continuo confronto. Da questo nascono le buone idee e si allontanano i guai. Perché farsi male non è una fatalità, è una colpa. Vuol dire che si è sbagliato qualcosa. Pietro Mennea e l’allenatore Carlo Vittori non sono stati fortunati. Sono stati bravi [Tilli, la Gazzetta].

 

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