Il giorno più intrigante dell’anno. Il giorno della maglia iridata

Dalla calma della brughiera si finisce dentro il frastuono unto del centro cittadino, più o meno è questo il Mondiale di ciclismo in Scozia, ritornato in calendario nel mese di agosto, come fino agli Anni Ottanta. Così almeno lo definisce Alexandre Roos, la firma di punta de L’Équipe, parlando del circuito di Glasgow come di un puzzle che tutti considerano ostico e impegnativo, ma di cui è ancora difficile cogliere le chiavi in ​​termini di strategia.  

Qualcosa s’è intuito sbirciando come sono andate ieri le corse della categoria jrs. Un grandissimo casino. Tra le ragazzine ha vinto una francese, si chiama Julie Bego e Tuttobici ha raccontato del rischio corso qualche settimana fa, quando si è dovuta fermare per il morso di una zecca. Poteva non esserci. Più significativo ancora è che tra i maschietti sia arrivato primo Albert Withen Philipsen, danese come Jonas Vingegaard, il vincitore del Tour, ma lui promette di essere di più, un tuttocampista, un tipo nato nella mountain bike, campione europeo jr nel cross country che è disciplina olimpica, il migliore del suo paese in linea e a cronometro su strada fra i sedicenni, in mountain bike e nel ciclocross. 

 

 mappe  I danesi  Apriamola una parentesi, sui danesi. Ne ha scritto Alessandra Giardini qualche settimana fa sulla Gazzetta dello sport a proposito di Vingegaard e della sua maglia gialla al Tour [anticipando il nome del piccolo Philipsen, peraltro]. 

In un paese dove il punto più alto sul livello del mare è 173 metri, si costruiscono piste e circuiti artificiali per far allenare i ragazzi in sicurezza. Se le salite non esistono, basta crearle. La bici in Danimarca è un modo di stare al mondo, uno stile di vita. I danesi cominciano a pedalare da piccoli e non smettono più. Un sondaggio ha tracciato il loro rapporto con la bici: pedalano perché è più economico che andare in macchina e più comodo che andare a piedi. La bici è pratica, veloce e rispettosa dell’ambiente: tanto basta per sceglierla. Ovviamente questo ha anche un ritorno in termini di salute e di forma fisica. In bicicletta si va a scuola, al lavoro, si trasloca (le cargo-bike sono dappertutto), addirittura ci si sposa. Anche i funerali si seguono in bici. Quattrocentomila danesi (in un paese che non arriva ai 6 milioni di abitanti, per intenderci come la Campania) acquistano ogni anno abbigliamento tecnico. Nove danesi su dieci possiedono una bicicletta. Ci sono 12mila chilometri di ciclabili. Il ciclismo si fa (il 20% dei danesi ha praticato ciclismo su strada), il ciclismo si segue: la Danimarca è al secondo posto al mondo (dietro al Belgio, che non fa testo) per share del Tour de France: un danese su due guarda la corsa in tivù. I francesi vengono dopo

 

 il circuito ►  Sono stati comunque due arrivi in solitudine, così pare un Mondiale da cani sciolti. Sul giornale di ieri Roos indugiava nella descrizione della campagna da attraversare tra Edimburgo e Glasgow, lungo laghi pacifici, l’erica violacea, prati dove pascolano pecore dalla testa nera e dove alcune pernici cacciano di frodo. Prima di arrivare in città e scoprire più tecnicamente: un circuito con 48 curve. I pareri sono discordi. Chi lo trova pericoloso, eccessivo, irrispettoso verso i corridori [Sénéchal], chi ha scorto pezzi di catrame e di bitume che si staccano qua e là [Madouas], chi è partito diffidente e dopo una ricognizione se n’è innamorato, come Benoit Cosnefroy. Sempre a L’Équipe ha fatto sapere che questo percorso è indegno di un Mondiale, pare disegnato da un ubriaco, ma quando l’ha provato ha detto ehm, mi sa che è parecchio adatto alle mie gambe. L’attenzione degli osservatori si concentra in prevalenza su Montrose Street, una salita di 200 metri ripida al 14%, dove in allenamento pare che Mathieu Van der Poel abbia piazzato un’accelerazione da velociraptor venerdì. Ma in tutto il tragitto ci sono un’ottantina di sforzi violenti tra i 15 e i 20 secondi, in Rai ieri la giudicavano una specie di Freccia Vallone, ma forse intendevano una Amstel, alla Freccia Vallone ormai non succede niente fino al muro di Huy. Sintesi de L’Équipe: aspettiamoci che all’improvviso davanti si possa scoppiare da un momento all’altro. 

Giuseppe Saronni ne scrive stamattina sulla Gazzetta, scettico, anzi no, è proprio contrario. Il percorso non gli piace, cede a un passaggio autobiografico quando si vanta di aver vinto la Sanremo perché era dura, con la Cipressa, e il Mondiale a Goodwood per via dello strappo finale. Poi analizza: Ha ragione Matteo Trentin, sarà un po’ una gara di ciclocross su strada con tutte quelle curve. Non mi sembra difficile, quegli strappi sono troppo brevi: con i materiali e le biciclette di oggi e con la velocità del gruppo, i corridori li saltano facilmente. O c’è un chilometro al 10%, che non lo fai di slancio e, allora sì, può fare selezione, altrimenti si resta per metà corsa in gruppo senza fare tanta fatica, e non se non si fatica non c’è selezione. Il pallino ce l’hanno il Belgio, l’Olanda e la Danimarca, che hanno almeno due-tre corridori per ogni situazione: da molto lontano alla volata. Che cosa potrà fare Pogacar? Credo che il suo miglior alleato sarà Evenepoel, imprevedibile, che partirà da lontano come ha fatto in Australia, anche se lì il percorso era più selettivo.

 

I favoriti

 

Ross stamattina dice su l’Équipe che questo è il giorno più intrigante ed emozionante dell’anno, quando dopo 270 km e sei ore di corsa, le incertezze lasciano il posto all’ovvio, perché questo è il destino di ogni Mondiale, ci facciamo attraversare dalle nostre domande per giorni, sull’alchimia delle nazionali, sui circuiti di cui tutti scoprono all’ultimo momento le insidie, prima però di fugare ogni dubbio e incoronare un ciclista che si impone su tutti, indiscutibilmente. Un campione del mondo è sempre un campione del mondo, con la sacra flanella arcobaleno per un anno intorno al petto, con l’aura del più grande per sempre

Il giornale francese ha dato le famose cinque stelline della vigilia a Van der Poel, Van Aert e Pedersen. Ce ne sono quattro per Evenepoel, Pogacar e Laporte; tre per Philipsen; due per Alaphilippe e Madouas; una per Asgreen, Wright, Van Baarle, Kwiatkowski e Trentin. Dopo la prima maglia iridata nell’età dell’El Dorado, il pentello di un anno fa in Australia, ci ritroviamo su questo circuito da centinaia di curve [quattrocento, quasi cinquecento – cit.] con gli occhi puntati sui due ciclocrossisti, più per il loro status – dice L’Équipe – che per quello che hanno mostrato all’ultimo Tour de France. Il tracciato scozzese ricorda un ciclocross su asfalto, la loro finezza di guida, la loro potenza e il loro sprint dopo 270 km saranno particolarmente adatti. Roos dice che hanno entrambi qualcosa da dimenticare. Il nipotino di Poulidor il sordido episodio dello scorso anno, la notte prima dei Mondiali di Wollongong trascorsa alla stazione di polizia a seguito di una confusione nei corridoi del suo hotel, quanto a Van Aert il suo avvicinamento al Mondiale è stato complicato dalle sessioni all’asilo nido, il suo secondo maschietto è nato il 21 luglio, e dovrà finalmente dimostrare di non essere solo il campione del mondo dei pronostici. Al belga viene promesso il titolo mondiale ogni anno da Imola 2020, ma dopo essere stato preso a schiaffi sulle nocche delle mani per due volte da Julian Alaphilippe, ora deve fare i conti con l’ombra invasiva di Remco Evenepoel.

 

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A proposito di Belgio. Campenaerts è convinto che la corsa sarà un caos pazzesco, che bisogna amplificare, moltiplicare per chissà quanto quel che s’è visto a livello di adolescenti. Ma il Belgio è preso alla vigilia da un altro caos, in fondo secondo tradizione. Se ne occupa Wim Vos, prima firma del ciclismo del quotidiano fiammingo Het Nieuwsblad e la sintesi più facile fra tutte dice: Il caso Evenepoel. È successo che il papà di Remco, detentore della maglia iridata, abbia detto apertamente che suo figlio potrebbe non correre più per la Soudal-Quick Step di Patrick Lefevere, il quale è pure un opinionista dell’Het – così, per inciso. Vos la definisce una dichiarazione di guerra e analizza: Non era più un segreto che qualcosa stesse covando da qualche parte. Qualcosa è andato in putrefazione e per la prima volta ora è uscito anche del pus. Nella piena consapevolezza che Remco Evenepoel è sotto contratto con Lefevere fino alla fine del 2026, questa non è altro che una bomba nel paese del ciclismo. Evenepoel è corteggiato dalla Ineos, disponibilità economiche illimitate, uno squadrone più attrezzato per provare a vincere il Tour, ma c’è un oceano di differenza tra una lieve frustrazione e le minacce di una violazione del contratto scrive stamattina Vos. Le parole di papà Evenepoel sono uno sfortunato lapsus oppure l’inizio della più grande e turbolenta battaglia per il divorzio che il ciclismo belga abbia mai conosciuto? Ci auguriamo che sia il primo, temiamo che sia il secondo.

Nel giorno dei Mondiali di ciclismo. Nel giorno più intrigante dell’anno.

 

in tv oggi ore 10.30 Eurosport 1, Rai Sport | 14.45 Rai 2

 

UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE

La maglia iridata nell’archivio di Slalom

 

#375  La corsa prima della corsa

Slalom 24 settembre 2020

 

Certi giornali degli anni Trenta chiamavano il portiere di una squadra di calcio pipelet. In francese. Il portinaio. Il calcio era un giuoco e si segnavano dei goal. La maglia iridata del ciclismo invece si chiamava già così. O forse dovremmo dire che ancora oggi si chiama così. Non è cambiato niente. Blu, rosso, nero, giallo e verde. I colori dei cerchi olimpici a fasciare il petto dei campioni del mondo. Rainbow jersey la chiamano gli anglosassoni, la maglia arcobaleno. Arcoíris gli spagnoli. Arc-en-ciel i francesi. 

 

 la produzione  ►  La maglia iridata è italiana. La produce dal 1988 l’azienda Santini Maglificio Sportivo, fondata una cinquantina d’anni fa da Pietro Rosino Santini in un garage a Lallio, nel Bergamasco. Era amico di infanzia di Felice Gimondi e la sua è una storia antica, di paesi grossi come puntini e di termini desueti, di lavori perduti e di passione per le minuzie.

Suo padre lavorava alla Dalmine e d’estate lo mandava a Levate dai figli del suo caporeparto, fabbri in un’officina dove si riparavano le bici. Pietro Santini sperava d’essere assunto prima o poi là. Dovette invece ripiegare su un’officina meccanica a Curnasco, dove il lavoro consisteva nel saldare tubi con cui venivano costruiti capannoni.

“Un giorno mentre saldavo – ha raccontato Santini una volta a Bicitv – sbagliai un fissaggio, uno di questi tubi mi cadde sul piede, mi fratturai il metatarso. Ingessato e a casa a riposo per 40 giorni. Una condanna. Le mie sorelle Maria e Natalina facevano le magliaie in casa. Avevano in cucina due macchine e svolgevano dei lavoretti di maglieria per i privati. Allora io, intanto che ero lì a far niente con la gamba ingessata, iniziai a dare loro una mano. A un certo punto mi sono detto sai che piuttosto che stare là a respirare il fumo degli elettrodi, a prendere il ferro freddo quando fa freddo, caldo quando fa caldo, quasi quasi è meglio fare questo lavoro”. 

Ne parlò con il venditore di aghi per macchine da cucire che passava ogni tanto da casa per i ricambi. “Mi disse che, se volevo, aveva a disposizione una macchina che lavorava in modo automatico. Siamo andati a vederla con mio papà. Nel frattempo avevo contattato un grosso laboratorio di maglieria di Bergamo che ci poteva passare del lavoro. E così abbiamo iniziato. Avevo 15 anni”.

Presero un garage più grande. Il papà firmò delle cambiali al posto suo. “Al momento della firma mi disse: Non farmi fare figure. Quella frase mi è rimasta nella testa”. Il decoro, che è cosa diversa e più alta dell’onore, era in cima ai pensieri di quella generazione uscita dalla guerra. La decenza, la dignità, il garbo, il pudore, il ritegno. Non farmi fare figure. E i figli di quella generazione attenti a non farne. 

Una volta Colnago chiese a Santini di preparare una maglia speciale di seta per una cronometro di Saronni al Giro. Con quella maglia batté Moser e a fine tappa ringraziò Santini al microfono di De Zan. 

“Certamente il ciclismo di allora non aveva nulla a che vedere con quello di oggi, a livello di materiali, cura, tecnologia, ma forse aveva un fascino diverso e in più con i corridori avevi un’amicizia. Oggi vado al Giro, al Tour, alla Vuelta e anche per me è difficile instaurare un rapporto con loro. Figuriamoci per la gente”. 

 

 la sacralità  ►  Un anno fa il magazine Cycling Weekly spaccò la sua redazione in un dibattito altissimo, filosofico, morale, sul diritto di indossare la maglia iridata da campione del mondo nelle corse fra amatori. Io che non sono nessuno e che non l’ho vinta, posso mettere la maglia arcobaleno per farmi un giro in bici? Risultato: tre votarono per il sì, sei per il no e uno per mmm. Quest’ultimo lasciava la libertà di abusare del simbolo solo ai bambini. La falange degli oltranzisti ritiene che quel bene prezioso non andrebbe nemmeno messo in vendita. Tony Martin aveva pieno titolo a portarla tra 2011 e 2016 per via dei 4 titoli a cronometro, eppure si vide multato per aver usato l’arcobaleno nel suo merchandising.

Qualche anno fa (2011) Maurizio Crosetti scrisse su Repubblica che “l’iride è come l’abito di un Papa: egli diventa davvero pontefice solo quando lo indossa, fino a due minuti prima era un cardinale terrorizzato dall’enormità del destino. Piccoli ciclisti vissuti un solo giorno hanno vestito l’arcobaleno, per poi scomparire. Altri ne hanno avuto definitiva gloria, una misura di campione da cui non si ritorna. Forse, quel simbolo fa pedalare più forte. Forse, è solo fatica che scolora nella gioia, oppure il contrario. Tutti corriamo sulla frontiera di quello che sognavamo di essere, di quello che siamo o non siamo stati. Ma in pochissimi hanno un bordino per sapere che sì, fu tutto vero”.

Il bordino è l’eredità perenne di quel giorno. Quando anche lasci la maglia al campione che un anno dopo viene dopo di te, intorno alle maniche spunta un arcobaleno, discreto, ma c’è. Per ricordarti chi sei stato per un giorno, per un anno, e come la gloria abbia in fondo questo maledetto vizio di dare un bacio e andarsene. 

 

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La famiglia Santini cuce uno sull’altro i colori dell’arcobaleno al centro della maglia dei campioni del mondo dal 1988. Prepara l’amarillo per la Vuelta da cinque anni e ha confezionato quelle rosa per il Giro fino al 2018. Sono i sarti di lusso del ciclismo.  Non è un piccolo traguardo per un’attività cominciata quasi per caso, per un infortunio. Pietro Santini ha raccontato a Rouleur che già da bambino amava andare in bicicletta. Provò a fare qualche gara, una volta arrivò al traguardo che avevano tolto lo striscione. Erano arrivati tutti. Pensò che non fosse il lavoro adatto. Non smise di seguire il ciclismo. 

➔  CONTINUA QUI Slalom 28 giugno 2022

 

#735  La fatica

La bicicletta è un modo di accordare la vita con il tempo e lo spazio, è l’andare e lo stare dentro misure ancora umane diceva Sergio Zavoli, così come per Aligi Sassu la bici incarna il mito dell’uomo libero”. La mattina del Mondiale di ciclismo passano sotto gli occhi certi vecchi libri da sfogliare per connettersi ai cantori dello sport più letterario che sia mai esistito, lo sport che ha arruolato scrittori e poeti affinché cantassero καιρός e νόστος – il momento e il tragitto, l’immobile fiducia dell’aspettare e poi il passaggio, o con le parole di Alfredo Oriani noi che vinciamo lo spazio e il tempo

La bicicletta – questo è Claudio Gregori, invece – non è un viluppo di metallo, un insieme inerte di leve e ruote. È arpa birmana. Sinfonia. Un dono della vita. Trasforma in musica storie di uomini. Anche tragedie. Gian Paolo Ormezzano pensava – e credo pensi ancora – che il ciclismo è la fatica più sporca addosso alla gente più pulita. Gianni Brera aveva insegnato a Mario Fossati che la fatica del ciclismo è sempre quella del contadino che regge il solco: ed anche, se vogliamo, con le strade divenute biliardi, dell’operaio chino sulla catena di montaggio

Si va, ci si incammina, ci si attraversa, le salite – dice Gianluca Favetto – hanno strade strette e conducono là dove la vita è un po’ incredula”, oppure con le parole di Dino Buzzati dove trovano respiro i cuori semplici”

Perciò le maglie, tutte queste maglie colorate che tra poco si mescoleranno per andare a caccia di una bianca, sono simboli e sindoni – ha scritto Marco Pastonesi – bandiere e bomboniere, icone e totem. Sono paramenti sacri, divise pubbliche, proprietà private. Sono ricordi e memorie, testimoni e testimonianze, patrimoni e anche mezzi matrimoni

 

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Che cosa raccontavano i giornali dell’epoca dei successi di Marino Basso nel 1972, Francesco Moser nel 1977, Giuseppe Saronni nel 1982, Gianni Bugno nel 1991 e 1992, Mario Cipollini nel 2002, Paolo Bettini nel 2006 e 2007

➔  CONTINUA QUI Slalom 19 settembre 2019

 

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La mattina della follia di Adorni, l’Italia si è svegliata con il voto del Senato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Dieci giorni prima i carri armati di Mosca erano entrati a Praga per stampare la parola fine sulla Primavera di Dubcek, l’esperimento politico del cosiddetto “socialismo dal volto umano”.

Sulla prima pagina dell’Unità, la domenica del Mondiale di ciclismo, Achille Occhetto sta riconoscendo a la Stampa, “il giornale della FIAT”, la capacità di essersi distinto “dal tradizionale provincialismo dei commentatori politici del nostro paese per cercare almeno di intuire la reale portata del nostro atteggiamento e della nostra politica” sui fatti in Cecoslovacchia.

➔  CONTINUA QUI Slalom 27 settembre 2020

 

La pista

 

 L’argento del quartetto

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera giudica la medaglia d’argento mondiale nell’inseguimento a squadre un obiettivo che non si butta certo via tuttavia considera che la sconfitta in finale a Glasgow contro la Danimarca, così netta e severa, è a suo modo la fine di un ciclo magico per il quartetto (Ganna, Lamon, Milan e Consonni e/o Moro), dopo l’oro olimpico, l’oro mondiale e il primato del mondo. 

In testa per due chilometri (il giovane Moro è partito a razzo) – racconta Bonarrigo – i nostri sono stati superati e lasciati sul posto dai freddissimi danesi subito dopo metà gara.  Alzi la mano chi conosce i vincitori di ieri: Larsen, Befort, Leth e Pedersen sono specialisti puri del velodromo, selezionati e allenati solo per vincere Mondiali e Olimpiadi senza doversi guadagnare la pagnotta altrove. Pippo Ganna, un fenomeno assoluto, invece viene da quasi 50 giorni di gare su strada e qui in Scozia si dovrà giocare anche il titolo a cronometro, e Milan, da quest’anno sprinter di razza, è rimasto bloccato ai box per settimane per una ripicca della Bahrain che ha deciso di lasciare: con una preparazione non ottimale, non è arrivato in forma perfetta e dovrà superarsi per entrare in zona medaglie nella prova individuale che comincia oggi.

 

    Il bronzo di Claudia Cretti

Prima che arrivasse l’argento nell’inseguimento a squadre, l’Italia aveva sbloccato il medagliere nell’inseguimento individuale paralimpico categoria C5. Daniela Cotto su la Stampa dice: Se sul podio i ragazzi non nascondono l’amarezza con musi lunghi e sorrisi tirati, la gioia della Cretti, 27 anni bergamasca, è un inno alla vita. Lei nel 2017 rischiò di morire dopo una caduta al Giro d’Italia. Dopo due operazioni alla testa è tornata a ridere e a gareggiare nel paraciclismo. E dopo la fatica si racconta: «Ho spinto tantissimo. La bicicletta è sempre stata la mia compagna, anche quando ero in coma mi giravano le ruote in testa». E aggiunge: «Il ct mi urlava “vai a prenderla” riferendosi alla britannica Newberry, io la vedevo ho spinto al massimo, ho fatto una fatica assurda. Non bisogna mai mollare.

Spero di essere un esempio».

in tv oggi ore 11.22 qualificazioni inseguimento individuale maschile | 12.56 keirin femminile, quarti di finale | 14.09 velocità maschile, quarti di finale | 15.28 omnium maschile, scratch | 19.13 keirin femminile, semifinali | 19.22 omnium maschile, tempo race | 19.34 eliminazione, femminile | 20.01 inseguimento individuale, finali | 20.16 omnium maschile, eliminazione |  20.57 keirin femminile, finali | 21.12 omnium maschile, corsa a punti

  ALTRE RUOTE

L’anteprima di Alex Marquez a Silverstone

 

Per un Marquez che soffre ce n’è un altro che gioisce. Così scrive Paolo Lorenzi sul Corriere della sera a proposito di Alex, fratellino di Marc andato a vincere la gara sprint del GP di Silvertsone, complice l’asfalto bagnato, ha sfoderato le sue qualità da «uomo della pioggia». Secondo Marco Bezzecchi. Due Ducati davanti a tutti, ma non quelle della squadra ufficiale. Pecco Bagnaia ha vissuto un pomeriggio complicato, partiva dalla seconda fila dopo aver quasi sfiorato la pole in qualifica, ma in gara s’è trovato a girare piano, chiudendo infine 14º, dietro al compagno di squadra Bastianini, a 25 secondi dal podio

Massimo Calandri su Repubblica dice che Bezzecchi potrebbe fare uno scherzo a Bagnaia. 

Se solo potesse – racconta – appena sceso dalla Ducati, il Bez scapperebbe via. Per nascondersi subito nell’officina di papà Vito , meccanico di camion: via Emilia 102, Rimini. «Mettere le mani nei motori mi rilassa. Non mi piace molto, parlare». Invece da qualche mese gli tocca rispondere ogni giorno a mille domande, e l’ultima è sempre la più difficile: «Vincerai il mondiale?». Favorito a sua insaputa, Marco Bezzecchi si è già guadagnato due gp su otto (Argentina, Le Mans), più la sprint race di Assen. Ieri ha chiuso al secondo posto la mezza gara del sabato, rosicchiando 9 punti in classifica a un Bagnaia confuso: ora è a -27 punti dall’amico- rivale. E oggi parte in pole, per la terza volta in carriera

 

in tv oggi ore 14 Sky e Tv8: MotoGP da Silverstone

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