La pallacanestro è un gioco di attimi
Danilo Gallinari
GLI EUROPEI DI BASKET
Vista dal versante francese, la finale di stasera si presenta come “una storia da sistemare”. Così dice L’Équipe che parla di regolamento di conti tra due vecchie rivali. Ci sono 21 precedenti tra Francia e Spagna agli Europei, nessun’altra partita è stata giocata più volte: 17-4 per chi viene da Madrid.
“È il momento dei giganti. Uno degli Europei più avvincenti della storia – scrive Yann Ohnona – ed emette il suo verdetto con un inaspettato finale, sotto forma di una Classica che porta palpabile eccitazione e ricordi a cascata”.
La Spagna ha tre titoli (2009, 2011, 2015), è andata a medaglia in nove delle ultime dieci edizioni, la Francia cerca una seconda corona dopo Lubiana 2013. Ma non si sfidano in una fase finale dai quarti di finale delle Olimpiadi di Rio 2016 (67-92).
“La cuenta, por favor” conclude in spagnolo L’Équipe.
Lucas Sáez-Bravo su El Mundo ricorda una celebre frase pronunciata a suo tempo da Tony Parker: «Se non fosse stato per la Spagna, avrei vinto 10 o 15 medaglie in più».
“Due generazioni uniche – scrive allora – si sono scontrate nello stesso periodo e ora prolungano le rispettive fiabe: i campioni del mondo contro l’argento olimpico, due carissime nemiche. Dallo schiaffo belga preso a Tbilisi, la Spagna ha infilato cinque vittorie, una più sorprendente dell’altra”.
TRAME | Questo è il paradosso. Lo riassume bene Alberto Marzagalia su Eurodevotion quando parla di “superpotenze inattese”. Per ragioni diverse. La Francia ha un roster profondo e completo, di qualità, la sua presenza in finale non è una sorpresa, ma è una sorpresa che ce l’abbia fatta, sì, insomma, che sia sopravvissuta a due partite consecutive come quelle con Turchia e Italia, dove era sul baratro, con le mani aggrappate all’ultimo pezzo di parete e nessuno ha schiacciato le dita. La Spagna ha nove esordienti e pochi la davano in finale.
“Certo che scommettere contro le furie rosse allenate da Scariolo è un bell’esercizio di masochismo – si legge su Eurodevotion – visto quanto vissuto in questo millennio. Gli iberici hanno quasi sempre dato impressione di solidità e compattezza, i transalpini sono sembrati una somma di individui quasi mai squadra. C’è un dato che spiega tante cose. La squadra di Scariolo in tutte e tre le gare ad eliminazione, contro Turchia, Finlandia e Germania, si è sempre trovata sotto di almeno 10 punti. Vincere tre partite del genere, in tali difficoltà e con pochissima esperienza, è stata vera e propria impresa. Di contro della fortuna francese si è parlato molto. È chiaro che c’è stata, perché due gare come quelle con Turchia ed Italia è difficile vederle singolarmente, figuriamoci consecutivamente nello stesso torneo, tuttavia resta il fatto che si tratti di un roster di altissimo livello che ha però giocato malissimo a lungo. Le palle perse fanno pensare un po’ a ciò che ha caratterizzato la vigilia dello scontro con gli azzurri. Francia sprecona all’inverosimile (15,8), Spagna in grado di prendersi cura della palla con grandissima oculatezza (9,1). Questo conterà e quanto ne ricaveranno gli iberici sarà un dato fondamentale. C’è più stazza tra gli uomini di Collet e siamo alle solite: se si va con continuità da Gobert e Poirier, così come da Yabusele, il cielo sopra Berlino diventa limpido per i galletti. Cosa oppone Scariolo? I due Hernangomez, un Garuba in crescita esponenziale e la necessità di avere minuti di alta qualità da Pradilla e Parra, un poco ai margini nelle ultime occasioni. Il duello dei backcourt sarà imperdibile”.
Gli Europei come il Festival di Berlino
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EXISTENZ con Bryan George
È l’assistente video della Nazionale francese dal 2017. Quel tipo con gli occhiali rotondi che vedete in panchina. Sotto gli occhiali, le occhiaie. Come molti assistenti e analisti video della pallacanestro, non dorme mai. La notte dopo la partita con l’Italia, per esempio, l’ha passata tutta a preparare il video sulla Polonia. Avevano riunione di staff alle 8 del mattino dopo. Dice di lavorare venticinque ore al giorno. «È l’adrenalina che mi fa andare avanti».
Secondo L’Équipe, “uno dei forzieri della squadra è sul computer di Bryan George”. Ha un metodo. Non condivide mai con la squadra tutto quel che studia, ma mostra solo le 7 azioni principali degli avversari. «Non voglio riempirgli la testa di troppe informazioni».
Il nuovo strumento di lavoro è il collegamento alla diretta della partita durante la partita. Bryan George monta i momenti chiave in tempo reale e ne mostra dei frammenti nell’intervallo. L’ispirazione gli è venuta durante il periodo trascorso alla NBA Summer League quest’estate, dove gli staff lo fanno regolarmente. Evan Fournier è il più interessato, Thomas Heurtel il consumatore di video più accanito.
L’ULTIMO IMPERATORE con Rudy Fernandez
All’età di 37 anni, ultimo reduce della Vecchia Generazione, nella nazionale spagnola Rudy Fernandez ha mutato il suo ruolo. Ha più presenze di tutti [245] e agisce da capitano, mio capitano, riferimento di tutti, nello spogliatoio, Scariolo garantisce che Rudy è gratificato da tutto questo, dopo essere stato molto tempo fa il bambino prodigio, e poi il luogotenente di lusso di Juan Carlos Navarro e dei fratelli Pau e Marc Gasol. È a 10 medaglie vinte tra Mondiali, Olimpiadi, Europei: cinque in oro, tre in argento, due in bronzo.
Carlos Toro su El Mundo lo definisce l’ultimo imperatore [ehi, grazie del suggerimento], “l’uomo che funge da ponte tra le generazioni. Raramente la parola solidarietà e il concetto di squadra hanno avuto una definizione, una spiegazione, una conferma e un significato come in questo Europeo, nel quale le squadre affidate a celebri superstar sono cadute nel dimenticatoio. In uno sport globalizzato al massimo, al di là di alcune inevitabili adozioni, le Nazionali ci restituiscono un senso di appartenenza completo che manca ai club. Ci portano a un’identificazione senza sfumature che rende più autentici e duraturi i sentimenti: orgoglio, vergogna, esaltazione, sconforto, illusione, disincanto. Il trionfo di una bandiera ha più durata e profondità di quello dei club”.
Anche Juan Gutiérrez su As sottolinea che le uscite precoci di scena di Doncic, Jokic, Antetokounmpo sono “la conferma che in questo Eurobasket non hanno trionfato i singoli talenti, ma blocchi compatti. Il gruppo. La Spagna di Scariolo ne è l’esempio migliore. Il problema è che oggi affronterà un’altra squadra potente, molto fisica e applicata in difesa, in più ha anche una stella NBA, Rudy Gobert. Il percorso della Francia è stato titubante, ma oggi è un’altra cosa. Il passato non conta”.
El Pais in parla di staffetta tra una generazione e l’altra, sottolineando le novità: l’innesto di Lorenzo Brown con la sua controversa naturalizzazione, la difesa di Alberto Díaz, l’ascesa di Garuba.
Sport dalla Catalogna scrive proprio che “c’è vita dopo i Gasol. È arrivato Usman Garuba, Scariolo lo ha aspettato. Un muro in difesa, ma anche molto prezioso in attacco per la sua visione del gioco”.
Né io a 37 anni né Garuba a 22 sappiamo se rigiocheremo mai più una finale
CLOCKSTOPPERS con Vincent Collet e Sergio Scariolo
La partita dei time-out, i tempi morti, li chiamano i francesi. Scariolo ha vinto 11 dei 12 scontri diretti con Collet e riesce a «cambiare difesa tre o quattro volte nel match», come dice Jacques Moncler, ex allenatore, oggi consulente di beIN Sports. Collet ha il bel ricordo della “semifinale omerica di Euro 2013”, vinta 75-72, e delle sue strategie contro coach Juan Antonio Orenga. Tutti lo assillavano per sapere quando si sarebbero messi a zona, ricorda l’Èquipe. Collet è stato assistente di Alain Weisz a Le Mans, dove ha appreso l’arte dei “timeout positivi o educativi”. Dice Amath Mbaye che alcuni allenatori passano il tempo a urlare, quando torni in campo ti dici che non hai parlato di niente. Con Vincent, sai esattamente cosa hai fatto di sbagliato e dove sei andato in difficoltà».
Secondo Eurodevotion, “la sfida tra le panchine francamente non si pone nemmeno: troppo il peso della qualità di Scariolo rispetto a Collet”.
Diario As dedica la prima pagina alla finale con una foto di Sergio Scariolo dinanzi all’archeologia del Muro di Berlino, nel tratto del murale in cui Breznev bacia Honecker.
pagine I canestri della Resistenza
“Non ti senti bene? diceva Leo con la sua querula pazienza. – Ti sto chiedendo se giocavi a tennis nella vita.
– No no. – rispose a precipizio. – Troppo caro. Sentivo che quello era il mio gioco, ma troppo caro. Il solo prezzo della racchetta mi faceva rimordere la coscienza. Così mi diedi alla pallacanestro.
– Magnifico sport – disse Leo. – Tutto anglosassone. Milton, non ti è mai passato per la testa, allora, che chi praticava la pallacanestro non poteva esser fascista?
– Già. Ora che mi ci fai pensare.
– E tu, eri un buon cestista?.
– Ero… discreto”.
di beppe fenoglio, Una questione privata
in tv oggi ore 17.15 Sky: Germania-Polonia (finale terzo posto) | 20.30 Sky: Francia-Spagna (finale primo posto)
GLI ANNI CON IL 2
Le profezie di Valerio Bianchini
18 settembre 1992 – Siamo alla vigilia del campionato di pallacanestro. Due nuovi stranieri sono arrivati dalla Jugoslavia in dissoluzione: Danilovic a Bologna, Djordjevic a Milano. Si sono aggiunti a Dino Radja che gioca a Roma, Toni Kukoč che è a Treviso. Un mese prima, il Dream Team USA ha vinto l’oro ai Giochi di Barcellona. In una intervista con il Corriere della sera, il neo-allenatore di Siena, Valerio Bianchini, tre scudetti nelle 11 stagioni precedenti, interviene sui temi del momento. Con qualche passaggio che si rivelerà profetico.
Finiremo per guardare solo la NBA
di flavio vanetti, Corriere della sera
➣ Bianchini, il ricordo del Dream Team USA farà bene al campionato italiano di basket?
«Certo. Temo però che lo spettatore occasionale penserà che quella è l’unica pallacanestro interessante e seguirà solo l’Nba in Tv. Sarebbe grave».
➣ Sarà un’annata cruciale per la serie A.
«Veniamo da un triennio devastante. Sull’onda calcistica, del “berlusconianesimo” e dell’investimento senza limiti, è arrivato il Gruppo Ferruzzi e ha rilanciato pure Benetton. Bella cosa, peccato che entrambi abbiano fatto del basket il loro mezzo e non il loro fine, storpiando antichi equilibri e sani valori».
➣ Il calcio, però, segue questa strada…
«Il calcio è un grande ingannatore. Ma come? Nel punto più basso dell’economia italiana è sensato che Agnelli spenda 30 miliardi per Vialli e che Berlusconi costruisca due squadroni? È davvero la logica fuorviante del panem et circenses; finché il pane dura. Tuttavia, il basket è ancora dentro la realtà perché dialoga con le aziende. E se le aziende sono in crisi, il basket non può andare in crisi».
➣ Lei ora critica il Gruppo Ferruzzi: però fino a ieri ne era dipendente.
«Ho conosciuto la Roma del basket nelle sue varie epoche, partendo da quella dei “padri virtuosi” della Stella Azzurra; poi è venuta la Roma dell’impero, quella dello scudetto e della Coppa dei campioni del mio Bancoroma; quindi è giunta la Roma della decadenza; infine ora siamo alla Roma dei Barberini, alla Roma barocca e parruccona che deve apparire perché sennò nessuno se ne accorge. È entrato un gruppo di business estraneo alla cultura sportiva, che ha eliminato i personaggi del basket per dimostrare di saper vincere con i suoi uomini. Auguri, ma la Roma barocca non m’interessa».
➣ Dice così perché è stato cacciato…
«Prego, me ne sono andato, per questioni di rapporti personali, sulle quali non parlo».
➣ Lei ha già usato parole velenose contro Milano. Siamo al solito rapporto di odio-amore?
«Ma io non odio Milano. È sempre stata un riferimento per il movimento. Storicamente, ha poi avuto squadre “termometro” della città e dei tempi che correvano. Il grande Simmenthal fu l’espressione della Milano della rinascita. La Milano degli albori del terrorismo finì perfino in A2. Poi ecco la Milano yuppie, reaganiana, per la quale non poteva non esserci Peterson. Adesso c’è la Milano depressa, dello scandalo delle tangenti. La grande sfida è sapere se la Philips saprà
raccogliere la voglia di riscossa dei milanesi e del post-Di Pietro. Non mi sembra, però, che questa Milano slava, che mette Djordjevic al centro del suo universo, possa assecondare certe istanze. Peterson poteva dire di aver allestito la 24esima squadra della Nba, D’Antoni può dire al massimo di aver varato la 17esima squadra jugoslava».
➣ Ma se l’Olimpia finisse a Berlusconi?
«Compirebbe un passo indietro, perché Berlusconi penserebbe solo a fare il Milan del basket. Ma Milano non ha bisogno del Milan, in quanto il Milan è una fuga dalla realtà».
➣ Lei si lamenta dell’A2, che – definisce «morta». Ma a Siena deve ripartire proprio dall’A2.
«Alt, non ho detto che è morta, ma che sta morendo “ammazzata” da chi pensa ai campionati d’élite, ai tornei sovranazionali, un sogno che andava bene negli anni ’80 e che ora è un’utopia. Abiuro il mio passato? No, ammetto che il basket italiano non può rinunciare al contributo di quelle zone in cui “tiene”. La A2 ne è piena: è come il Prodotto Interno Lordo, di cui tutti viviamo».