da Gubbio a Siena
Da Gubbio si va verso il senese attraverso Cortona e Sinalunga, dove si affronteranno alcuni sterrati tipici della Strade Bianche di marzo: uno sterrato di pieve a Salti (8 km), il settore di Serravalle [9.3 km], quello di San Martino in Grania [9.4 km], infine Monteaperti [600 m] e Colle Pinzuto [2.4 km con pendenze fino al 15%]. Una volta usciti si va verso Siena per gli ultimi km cittadini e per Piazza del Campo.
La rivista Rouleur fa notare che negli ultimi anni la Strade Bianche è diventata una delle più dure e selettive corse dell’anno. Da quando la lunghezza è stata aumentata nel 2023 di circa 40 km per superare i 200 km, i distacchi sono diventati più ampi persino rispetto alle corse monumento. Le ultime due edizioni sono state vinte in solitaria da Tadej Pogačar, la prima partendo a 81 km dal traguardo, con margini di 2-44 e 1-24 sul secondo. In entrambe le occasioni solo in otto hanno concluso entro cinque minuti da lui. Neppure alla Roubaix si arriva a tanto.
Un percorso del genere potrebbe fare sfracelli al nono giorno di un Grande Giro. Dipende dagli interpreti. Il numero di strade sterrate è stato triplicato rispetto all’ultima volta e sono tutti concentrati negli ultimi 70 km. Al Giro 2021 sul gravel senese Egan Bernal usò quei 35 km di polvere e ghiaia per attaccare e guadagnare tempo, mentre Remco Evenepoel ci lasciò oltre due minuti. “Questa – scrivono a Rouleur – è una giornata in cui la sfortuna, tanto quanto le gambe cattive, può infliggere un duro colpo alle ambizioni di classifica generale Tra gli outsider che Rouleur segnala per oggi ci sono Filippo Zana e Pello Bilbao, Corbin Strong e Davide Formolo. Oppure i signori della classifica si degnano di darsi battagli e fanno esplodere la corsa.
Ma questo è il Giro dei pigri, tema prediletto di Cristiano Gatti su Tuttobici. Roglic gli pare “un tizio che la maglia rosa proprio non la vuole, quando gli capita di prenderla s’inventa subito il modo per rifilarla a qualcun altro, senza chiedere niente in cambio, anzi chiedendo solo di sollevarlo dalla seccatura di doverla difendere, boia cane, tu pensa lo stress da qui a Roma, dai, non è vita. … Da qui a definire indimenticabile la tappa di Castelraimondo passa la stessa differenza che passa tra il Processo di Zavoli e il Processo di Fabretti. I cosiddetti o sedicenti big anche stavolta giocano a guardarsi, trasformando ancora una volta il Giro in un’eterna sala d’aspetto, e chi se ne importa se anche il frenetico saliscendi marchigiano, altre volte palestra ideale per grandi battaglie, finisce ancora in uno sprintino finale (Ayuso ruba un altro secondo, in questa atmosfera risultato cubitale)”.
Gli imbuti di calcare
C’era un tempo in cui le strade erano bianche. “Bianca”, era l’epiteto comune e naturale di strada, usato nel linguaggio quotidiano e in quello poetico, e anche in quello delle canzonette. Erano veramente bianche, bianchissime, per la polvere che le copriva, e quel bianco penetrava dappertutto, come un’idea di cui si è interamente persuasi. Su quel bianco correvamo ragazzi in bicicletta, sopra una nuvoletta di polvere, come dei. Ma, quando una delle rare automobili sopraggiungeva, scomparivamo nella nuvola enorme di quel mostro, come nella bianca scia di una nave da guerra, e ne uscivamo bianchi, dai piedi fino al capo, come statue o mendicanti indiani sulle rive del Gange 1 .
Nelle notti senza luna, le strade bianche, con la loro breccia polverosa e rilucente, orientavano il cammino, quando d’estate bisognava andare nei campi. Durante la stagione calda, si irrigava col fresco della notte. I contadini sapevano per esperienza che le piantine non dovevano essere irrigate sotto il sole di luglio e agosto, perciò, si dormiva un poco nei pomeriggi afosi e nel buio della notte ci si incamminava 2.
Su quella strada che porta a Montalcino, incarognita da una curva che è un dietro-front. Una botta vincente, splendida. Il paesaggio, dopo la preziosità del Senese, si era fatto severo, di un rigore macchiato dalle crete biancastre. Il vento mulinava dalle Balze. Veniva su dai cigli erbosi, da quegli imbuti di calcare, dalle pareti a picco giallastre, rossastre. Mi piace di credere che sia stato questo vento che a volte, raccontano, dalle voragini alza pure le serpi, a rallegrare il Giro. Contro il cielo di una straordinaria purezza, incisi come da un bulino apparivano i contorni di un paesaggio netto, il colle di Montalcino 3.
Roberto Cipresso è nato a Bassano del Grappa, abita a Montalcino e dalla finestra di casa può vedere, a seconda dell’orario, cinghiali, daini, lepri e una quantità di bipedi che vogliono assaggiare il suo Brunello. Il suo primo libro, Il romanzo del vino, potrebbe essere l’ultimo. Non è un augurio, anzi. È una certezza: a questi livelli sarà difficile ripetersi, qui è come il 1921 o il 1967 per i Sauternes. Scomparsi Veronelli, Brera e Soldati, dovessi consigliare un libro d’autore vivente sul vino indicherei questo. Consigliarlo a chi? A due categorie in particolare: a chi non sa nulla di vino e a chi crede di saperne molto, o tutto. Come Sideways era un road movie, questo è un road book, ed è scandito come un viaggio 4.
La pietraia. Le bici sobbalzano, le ruote rimbalzano, i corridori vibrano. Le pietre sono sconnesse come sulle strade consolari degli antichi romani. I corridori sembrano, forse sono, gladiatori 5.
fonti 1 Carlo Levi, Le tracce della memoria (Donzelli, 2002) | 2 Carlo Angelone, Le strade bianche (Booksprint edizioni, 2013) | 3 Mario Fossati, la Repubblica, 26 maggio 1987) | 4 Gianni Mura, la Repubblica, 21 ottobre 2006 | 5 Marco Pastonesi, La quinta tappa (Rizzoli Lizard, 2018)