Il Giro dei Giri, Tappa-1. L’ingegnere visionario della stazione di Venaria

Tappa-1  Venaria Reale-Torino

 

Raccontano i retroscenisti che quando RCS è stata certa di avere Tadej Pogacar al Giro, ha rimesso mano alla cartina della prima tappa, rendendo più difficile il finale e inasprendo la via verso il traguardo con il muro di San Vito. Come le sarte che cuciono l’abito addosso alla sposa. Al posto di una cronometro, un prologo, un cronoprologo, è venuta fuori una tappa che respira su due polmoni, l’ascesa di Superga e quella al Colle della Maddalena, 7 km con una pendenza media del 6,8%, un interessante ostacolo per separare il grano dalla pula, ha scritto L’Équipe, aggiumgendo che questo Giro inizia con la fiamma nella pipa. Non ci stupiremmo nemmeno se Tadej Pogacar fosse già in rosa a fine pomeriggio.  Possono provare a batterlo Alaphilippe, Vansevenant o Bardet.

 

La rivista Rouleur le battezza salite abbastanza difficili da creare subito divari tra gli scalatori d’élite. L’aggiunta tardiva del muro di San Vito, 3 km con pendenze ripide in media del 10%, potrebbe spostare la trama, incoraggiando cautela tra i corridori che potrebbero ritenere più saggio aspettare anziché impegnarsi troppo presto sottolinea Rouleur – che immagina la maglia rosa sulle spalle di un puncheur, Adriano De Zan avrebbe detto un grimpeur, uno di quelli che vanno in salita en danseuse – così diceva: en danseuse – e non su quelle di uno scalatore puro. 

Tadej Pogačar può eccellere anche su un terreno così, il  punto è se vorrà farlo. Sarebbe stato il traguardo perfetto per Wout van Aert, può adattarsi al ciclista che ne ha preso il posto in strada, Christophe Laporte, il favorito per Rouleur. Qui aggiungiamo Biniamin Girmay.

 

 

IL GIRO DEI GIRI 

Le parole sulla partenza

L’attesa è finita. Oggi si parte. E il vecchio suiveur lascerà la poltrona e si apposterà lungo la strada. Il Giro è una straordinaria esperienza iniziatica. Perfino il cronista vibra mettendo la faccia al sole, come uno scriba che, lasciato il suo foglio di papiro, s’imbatta nella principessa egiziana Nefertiti. Il sole accende già miraggi. E i campioni sono umbratili e teneri come i purosangue di rango. Nella vigilia mille pensieri deflagrano. Il presentimento e la speranza si contendono i cuori. Il volto del corridore è ancora rotondo. La pelle è morbida e lucida come il velluto di seta: la fatica non l’ha ancora abrasa” – di claudio gregori, la Gazzetta dello sport, 16 maggio 1998

 

Pronte sono le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa del numero è fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le ha abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l’altezza del manubrio. Ci sono tra di voi dei formidabili guerrieri. Quando si parte per una nuova guerra, anche nel cuore più umile possono entrare speranze immense. Non si sa mai. Tutto veramente ricomincia, tutte le carte sono ancora coperte e una illusione ugualmente intensa fluttua senza parzialità sopra i partenti” – di dino buzzati, Corriere della sera, 21 maggio 1949

I corridori devono avere un’anima misteriosa come i cavalli di razza che sentono l’ora del Gran Premio prima che arrivi dalle vibrazioni del vento, dal migliorato sapore delle biade. Sono superstiziosi e irrequieti o indifferenti, presaghi. Noi li osserviamo ogni mattina quando s’adunano per la partenza e tentiamo con una curiosità quasi inaudita la loro diagnosi umana. È un tentativo che dura da anni ormai, da quando siamo alle corse e mai siamo giunti, credete, ai loro stati profondi; aggiungiamo qualche sfumatura al ritratto, nulla di più. Sono personaggi strani i corridori, carichi di miseria e di poesia e il Giro è il loro immenso teatro, la loro opera umana, una poesia di versi strani” – di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 2 giugno 1960

E voi, cari lettori, datemi il buon viaggio. Non apparterremo più alla terra, ma alle vie del cielo, allo spazio, alla luce della nostra comune giovinezza”  – di alfonso gatto, l’Unità, 13 maggio 1948

 

 

IL GIRO D’ITALIA IN TRENO

L’ingegnere Gaetano Cappuccio era un visionario. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, ipotizzò il collegamento del Po con il mar Ligure attraverso un canale navigabile che da Albenga, passando in galleria sotto il colle del San Bernardo, corresse lungo la valle del Tanaro. Avrebbe così accarezzato Mondovì e raggiunto Torino, in modo che «questa città – disse – diverrebbe pel nuovo canale ciò che tra poco sarà Ismailia per quello di Suez, stazione cioè intermedia e principale per le navi, che correranno dall’uno all’altro mare, emporio del commercio e dell’industria della valle del Po, e segnatamente di quella parte, che si stende dalle Alpi al Ticino. Quindi un ampio bacino ad uso di porto, e un altro in servigio dei docks, che sono già in costruzione, oltre al bacino naturale del Po, al disopra della steccaja del canale Michelotti, ampiissimo e adatto al libero movimento delle navi: quindi ancora canali secondari di comunicazione colle singole ferrovie, ed altri conduttori dell’acqua agli opifizi ed alle industrie testè progettate a rendere stabile e sicura la condizione economica della Città, cui fu reale e gravissimo danno lo inconsulto trasferimento della Capitale in altra sede, che non è Roma». 

 

È il progetto che chiude l’età delle utopie ottocentesche. Torino è a quel tempo una città preindustriale, ancora socialmente, come mostra il volume Torino. Reti e Trasporti. Strade, veicoli e uomini dall’Antico regime all’Età contemporanea a cura di Paola Sereno. Una città in cui su cento sposi, meno di quaranta fanno lo stesso mestiere del padre, dieci conoscono un percorso di mobilità ascendente e altrettanti di mobilità discendente; i rimanenti quaranta esercitano professioni diverse ma nell’ambito della stessa collocazione sociale

Sono cifre, fa notare il volume, che “lasciano intravvedere come sul breve periodo l’immagine dominante sia quella della staticità delle condizioni: la mobilità è un fenomeno possibile, ma decisamente minoritario, e procede comunque a piccoli scatti; solo su intervalli di tempo più ampi sarebbe possibile coglierne gli effetti dirompenti”. 

Neppure il matrimonio mescolava la società “La disparità di mestiere e di condizione degli sposi era un evento piuttosto raro”. Tra gili immigrati la percentuale di mogli torinesi era più alta fra i tessitori in seta e i sarti, più bassa fra muratori e lavoratori edili. Tra donne immigrate e mariti torinesi si andava dai minimi delle filatoiere e delle cuoche ai massimi delle vellutiere. 

In questo contesto il visionario Cappuccio progetta non il tunnel ma la stazione di Venaria Reale, siamo nel 1867, un unicum nel panorama delle ferrovie italiane: la sala viaggiatori era una costruzione a due piani, a cavallo tra i binari lungo il sovrappassaggio della ferrovia in viale Roma. Chi ne sa, la definisce un esempio di architettura. Poi la stazione si è evoluta nel tempo, qualcosa ha perso, altro ha adattato alle esigenze. Il traffico è stato interrotto fra il 2020 e il 2022 per lavori al ponte nelle vicinanze, lo stabile originario non esiste più. È stato abbattuto nel 1990 e al suo posto ce n’è un altro in stile postmoderno.

IL VIAGGIO  Da Venaria Reale a Torino: treno diretto, 40 minuti, 3 euro e 10

LE CITTÀ DEL GIRO

▛  KM 27 Brandizzo ▛  KM 31 Chivasso

Nella stessa giornata del 28 aprile, il territorio tra Brandizzo, Volpiano, Settimo e Chivasso diventò il crocevia di altre febbrili trattative: in particolare tra i partigiani di Settimo Torinese e i tedeschi di stanza a Brandizzo e a Chivasso per quello che è conosciuto come l’«episodio di Brandizzo», giornata ricostruita con abbondanza di particolari da storici e testimoni di Settimo Torinese. Il primo giorno di trattative si concluse con un nulla di fatto. Il giorno seguente, domenica 29 aprile, verso mezzogiorno, don Ingegneri venne convocato dal comandante dei tedeschi, il quale gli ordinò di raggiungere Settimo per portare un ultimatum ai partigiani: in mattinata infatti, i sappisti della Brigata Guerrino Veronese avevano catturato due motociclisti della Wehrmacht in un posto di blocco nelle vicinanze dell’abitato. Qualora non fossero stati subito rilasciati Settimo sarebbe stata cannoneggiata. E per dimostrare che non si trattava di vuote minacce, una batteria di cannoni e alcuni enormi Tiger vennero puntati in direzione del paese.

Don Ingegneri riprese allora la bicicletta e si recò a Settimo. Non trovando i partigiani si diresse in parrocchia e avvisò don Paviolo del grave pericolo che correva la cittadina. Quest’ultimo, a sua volta, si precipitò a Brandizzo [Brandizzo dalla dichiarazione di guerra alla liberazione, di Claudio Anselmo e Simone Gosso – 2005]

 

▛  KM 78  Superga

Anche il titolare del salone dove lavorava mio padre decise di chiudere subito il negozio in segno di lutto. Come lui innumerevoli altri negozianti fecero lo stesso non solo a Torino ma anche a Chioggia, la città d’origine dei fratelli Ballarin, e nella Firenze di Menti, e altrove. Chiusero quella sera anche i cinema, e vennero annullati gli spettacoli. Mio padre inforcò la bicicletta e da via Saluzzo puntò sotto la pioggia verso corso Vittorio, il Po, corso Casale, Superga. Altri si diressero in via Alfieri alla sede del Torino, altri ancora in via Roma all’angolo con via Gramsci, dov’era il Bar Vittoria detto Gabos, aperto l’anno prima da Gabetto e Ossola. In tutta Torino capannelli di persone incredule e addolorate guardavano verso Superga. La punta del Colle emergeva nera  da una coltre di nubi. Per poche ore mio padre non incrociò quella che sette anni dopo sarebbe diventata sua moglie, mia madre Elisabetta Tibaldi: che a Superga arrivò diciottenne il giorno seguente con sua sorella Ada e alcune amiche, tutte partite in bicicletta con lei da Nole Canavese, a ventiquattro chilometri da Torino. Una volta ai piedi di Superga, dopo ore passate sui pedali, salirono in cima al Colle prendendo un treno della cremagliera. Quando furono su, videro i resti dell’aereo. I corpi dei calciatori del Grande Torino erano già all’obitorio. [Superga 1949, di Giuseppe Colicchia, 2019]

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