Ai Mondiali di Nove Mesto è scattato un clic. Un clic serve sempre, figuriamoci se la metà dei successi nel tuo lavoro dipendono da un grilletto. L’altra metà dipende dagli sci, così serve pure la leggerezza, serve saper scivolare sopra le cose che succedono.
A Lisa Vittozzi ne sono successe di ingombranti. A un certo punto perfino che la sua rivale si sia messa in testa di diventare irresistibile, la prima italiana di sempre a vincere una Coppa del mondo di biathlon. E poi stava sempre in tv, stava in tv e sulle copertine. Cambiavi canale e c’era, andavi a comprare il giornale e c’era, andavi a dormire e c’era. Lei e Dorothea Wierer si sono detestate fino al punto in cui si può arrivare a detestarsi per una rivalità sportiva, forse pure un passo oltre. Non tanto quanto le francesi compagne di staffetta, finite in tribunale una contro l’altra per una storia di carte credito e furto di identità, ma insomma ci siamo capiti. Non si auguravano l’una il bene dell’altra.
LA RIMONTA
Lisa Vittozzi è dovuta uscire da questo tunnel e da questo mood. Lei era l’altra. Ora Dorothea si è defilata, ha chiuso la stagione in anticipo, forse ha smesso ma non lo dice, forse tira avanti ancora un anno. Lei è al culmine. Ai Mondiali di Nove Mesto ha vinto un oro e tre argenti. Allora ha preso questa forma baciata dalla grazia e l’ha scaraventata nella porzione finale della Coppa del mondo. Era arrivata alle finali in Canada con 71 punti da recuperare da Ingrid Tandrevold, norvegese. Gliene ha mangiucchiati in abbondanza il primo giorno vincendo la Sprint, l’ha sorpassata nel secondo col primo posto nell’Inseguimento, ha controllato nel terzo arrivando ventesima nella Mass Start.
Sergio Arcobelli sul Messaggero spiega che “qualche anno fa Lisa era finita in un buco nero e aveva pensato di smettere per la crisi al poligono che sembrava non avere fine. Ne è uscita fuori anche con l’aiuto di uno psicologo”.
| «È stato un percorso lungo, con momenti veramente brutti ha confessato Lisa -. Non sapevo più chi ero io come persona e mi sono affidato a una persona, perché da sola non ce l’avrei fatta a tornare dove sono ora».
| Marco Bonarrigo sul Corriere della sera stamattina aggiunge che “i demoni, i dubbi e le angosce si sono dissolti. Il segreto di Vittozzi, da sempre talento purissimo sul piano atletico, è un gran lavoro sul piano cognitivo con lo psicobiologo Aiace Rusciano che ha cancellato le sue incertezze trasformandola in una cecchina infallibile: fino allo scorso anno l’azzurra non aveva mai superato l’89% di centri (scendendo fino al 71% nelle stagioni buie, dove ha pensato al ritiro) ora è salita al 94% sia da terra che in piedi superando per precisione tutti gli uomini in Coppa”.
| Stefano Arcobelli sulla Gazzetta dello sport racconta quanto da lontano arrivi questo trofeo. “Da ragazzina era già slanciata, voleva fare la modella di Victoria’s Secret ma soprattutto la calciatrice. Attaccante che poteva giocare solo con i ragazzi. Era iperattiva, sentiva di poter eccellere nello sport. Non c’era una squadra di calcio a Sappada, così la baby juventina, in terza media, provò con il nuoto, l’arrampicata, la danza. «Mi ruppi tibia e perone sugli sci da discesa e non volevo sciare più, ma i compagni di classe praticavano tutti gli sport invernali e ricominciai col fondo». Il fondo è una delle due sezioni del biathlon: «Feci qualche gara col fucile ad aria compressa». E non smise più”.
PAROLE
Vittozzi raccontata da sé stessa
«Sono un Acquario testone, non mollo mai. Fa parte del mio carattere. E imparo molto dalle sconfitte: il quarto posto di Pyeongchang nella mass start è stata una martellata in testa. Da lì è scattata la voglia di dimostrare che ci sono anch’io».
➣ Perché proprio il biathlon, in principio?
«Ho iniziato con il fondo per passare il tempo con i compagni di classe. E se metti un fucile in mano a una ragazzina, dalle mie parti, è facile che se ne innamori. Andavo alla fiera a buttar giù lattine: stavo lì anche tutto il giorno, finché non le abbattevo tutte».
➣ Rapporto con il fucile?
«L’ho voluto bianco: il mio colore preferito. Lo personalizzo, lo pulisco quando devo ma non ci parlo. È uno strumento di lavoro».
➣ E il suo fidanzato Marco come convive con il fucile?
«Gestisce due bar a Santo Stefano di Cadore: mi fa piacere che lavori tanto, così gli manco di meno».
di gaia piccardi, Corriere della Sera, 6 marzo 2019