Un morto a Nantes. Il calcio francese non sa come fermare la violenza

  Pareva una profezia lugubre, invece si è avverata. Dopo l’assalto di Marsiglia del 29 ottobre al pullman del Lione, in Francia avevano scritto: la prossima volta ci scappa il morto. Nantes-Nizza sabato sera si è giocata in un clima irreale dopo la notizia di un accoltellamento fatale a un tifoso, durante gli incidenti a poche ore dalla partita, nei pressi dello stadio. Gli ultrà di casa hanno assaltato i mezzi dove c’erano quelli del Nizza, secondo uno schema ricorrente intorno alla Ligue1. Un clima da guerriglia urbana. È stato fermato uno degli autisti, sospettato dell’omicidio. 

Nel suo editoriale di stamattina per L’Équipe Vincent Duluc fa un punto generale sulla situazione e ricorda come la sera di Marsiglia fossero in tanti a insistere, a ripetere che i gravi incidenti avvenuti a Marsiglia non avevano nulla a che fare con il calcio. “La tragedia avvenuta a Nantes sottolinea dolorosamente quanto questa posizione sia ormai insostenibile. Non si tratta di far sopportare il peso di questa responsabilità alla sola Ligue, cercando di valutare la sua parte giuridica, probabilmente debole, e la sua parte morale, molto più discutibile. Si tratta di una responsabilità sociale condivisa che deve coinvolgere i poteri pubblici, i dirigenti dei club e i tifosi stessi. Il calcio non ha un potere di polizia, e la polizia stessa nel caso dell’aggressione a Fabio Grosso sembrava averne poco”. 

 

Un mese dopo, gli arresti per i fatti di Marsiglia restano fermi a zero e l’editorialista de  L’Équipe sottolinea come “nella storia recente del calcio, i paesi che hanno posto riparo alle ondate di violanze sono quelli che hanno radicalmente escluso dagli stadi le tifoserie che più spesso erano colpevoli”. Gli inglesi, ricorda il giornalista francese, ne sono usciti attraverso una drastica politica di repressione poliziesca, aumentando il prezzo dei biglietti allo stadio e con l’assenza quasi totale del tifo organizzato, “il che limita compiacenza e demagogia”. Nel 2010, continua L’Équipe, ci volle la morte di Yann Lorence in uno scontro tra tifosi del PSG nei pressi del Parco dei Principi perché il club affrontasse il problema e perché il piano Leproux portasse all’isolamento degli ultrà, alla pacificazione del loro spazio in curva. “Nessuno avrebbe osato affermare, all’epoca, che la morte di Yann Lorence non aveva nulla a che fare con il calcio, con il pretesto che fosse avvenuta fuori da uno stadio. Nessuno dovrebbe osare farlo oggi, quando un allenatore ha quasi perso un occhio mentre accompagnava la sua squadra a una partita, quando un tifoso è morto in seguito a un incidente con i tifosi avversari. Che il principale sospettato sia un autista non cambia nulla: trasportava tifosi che sono stati aggrediti da altri tifosi. Ha completamente a che fare con il calcio. È una cosa insopportabile e dolorosa

Duluc conclude scrivendo che conosciamo la bellezza del sentimento di appartenenza allo sport, la ricchezza di questo rapporto con una comunità. Ma è responsabilità del calcio difenderla. Calci e poteri pubblici non possono passare da una tragedia all’altra lavandosene le mani. Perché questo gioco merita di essere salvato, e perché le loro mani resterebbero comunque sporche”.

 

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