Non c’è miglior maestro di chi non ha mai voluto esserlo
Gianni Mura
Cento anni fa – il 29 settembre 1922 – nasceva Mario Fossati, una delle grandi firme del giornalismo sportivo, un caposcuola, cantore del ciclismo nell’età dei Classici, compagno di strada di Gianni Brera e Gianni Mura. Ha amato l’ippica e raccontato l’alpinismo. È morto il 2 dicembre del 2013.
Quando la strada si impennava discreta, allora era “un dentino”. Se andava giù ripida, si trattava di una discesa a “tomba aperta”. Le scorciatoie chimiche che certi prendevano, erano “la farmacia del diavolo”. Due che lungo la strada si punzecchiavano senza troppa polpa, facevano “scattini da maestrina”, oppure “la guerra con piumini da cipria”, ma una volata – un magnifico arrivo in volata – era “una baionettata di luce”.
Il ciclismo secondo Mario Fossati era l’essenziale, era la strada, la strada e gli uomini. Era a Sanremo il Poggio, “un gibbo che trasforma il traguardo in un miraggio”. Era il pavé di Roubaix, “quelle piste immonde di selci irregolari, di ineguali blocchi di granito, coperte di una polvere di carbone che si trasforma in pece non appena la pioggia le inzuppa o che entra negli occhi, nei polmoni, nel fegato se il vento la spazzola”. Quel posto dove “pochi sono gli eletti e molti i dannati. L’aristocrazia è riconoscibile dai superstiti, dalle rare persone che si salvano”. Quella corsa che “se la eviti, a mezzo di una rinuncia, ti dichiara subito uno sconfitto”.
Gianni Brera lo chiamava “il generale Mariòn Fossati – mio fratello carnale in questo delirante Macondo”, eppure dei generali Fossati diceva peste e corna, prima di tutti quelli della campagna di Russia. Era partito per la guerra dall’osteria Robbiati di Monza con tredici amici, tornò da solo, quando a casa non l’aspettavano più. Sua madre aveva ricevuto una lettera, il figlio era da considerare disperso. Invece era sulla via del ritorno in marcia, dal 27 dicembre del ‘42 al 5 aprile del ‘43. Era Mariòn perché Brera usava gli accrescitivi (Suarez era Luisòn) e i diminutivi (Clerici era Giovannino), erano amici, ma come ha scritto Gianni Mura “tra le due scritture, una distanza enorme. Sembrava sempre imbronciato, il ciuffo biondo su due fessure azzurre, gli occhi. Imponeva rispetto e anche un po’ di soggezione: guai a interromperlo mentre stava scrivendo, le parole gli uscivano a gocce, non a fiotti. Brera evoca la giungla tropicale: svariati piani linguistici, dal dialetto pavese al tedesco, liane di neologismi, cespugli di ossimori. Fossati è al confronto una brughiera dove, camminando, s’incontra qualche bellissimo fiore: «Pedalava con gli avambracci, non più con le gambe». «Brest, un pollice di cemento». «Il pulviscolo, in perenne sospensione negli stadi al coperto, si rapprendeva alle palpebre dei pistard, le ricuciva come un filo nero»”.
La povertà non serve a niente | Mario Fossati
Si devono appunto a Mura, i due ritratti più intensi, ai quali queste righe fanno riferimento. Uno scritto per la sua morte, 2 dicembre 2013, l’altro nella prefazione al saggio Mario Fossati e la storia del giornalismo sportivo in Italia (edizioni Bolis), di Enrico Currò. Mura lo chiamava maestro, e non per dire. Fossati si era fatto largo nel ciclismo degli scrittori – Gatto e Pratolini, Buzzati e Ortese – senza porsi questione di stile.
“M’impegno a usare meno aggettivi che posso, perché un omaggio non deve contrariare l’omaggiato. Il bravo giornalista è quello che scrive la verità, diceva, e la verità non c’è bisogno di infiocchettarla. Lui s’è regolato così per tutta la vita. Mario è stato nel giornalismo sportivo come il cinema neorealista contro i telefoni bianchi, è stato Ungaretti che invadeva il campo di D’Annunzio, è stato il lampo lungo di uno stile asciutto che andava dritto al cuore senza pretendere di andarci”.
Ha avuto tre giornali. Il primo è stato La Gazzetta dello sport dal 1945 al 1956, prima come corrispondente da Monza, scelto da Bruno Roghi e dirottato sul ciclismo da Gianni Brera, condirettore con Giuseppe Ambrosini, Il secondo è stato il Giorno, dal 1956 al 1982, dove seguì Brera e dove nacque la narrazione dello sport come la conosciamo oggi, uno squadrone che in redazione aveva Giorgio Bocca, Gianni Clerici, Giulio Signori, Natalia Aspesi, Adele Cambria. Infine Repubblica, dal 1982.
“Era schivo, non umile. Anzi – sono di nuovo parole di Mura – era fiero della povertà vissuta da bambino, con un padre sindacalista cattolico cui il fascismo aveva tolto lavoro e passaporto. Le gite domenicali erano al Parco di Monza o allo scalo di Milano-Greco, a leggere le scritte sulle locomotive e a sognare altri luoghi. Malediceva i pastrani troppo aperti al vento, le scarpe inadeguate. Ascoltarlo era come ascoltare Rigoni Stern, o Bedeschi. Mario era un comunista di quelli puri e duri, lo dico per chiarezza, lui non avrebbe mai usato questi due aggettivi. A 90 anni sperava ancora in un mondo migliore, più giusto, e nella sua quotidiana mazzetta di giornali oltre alla Gazzetta e a Repubblica c’è stata fino all’ultimo giorno l’Unità. Non che gli importasse molto del Pd e dei Ds, era timbrato Pci e quando i reduci furono stati chiamati a riconsegnare le armi non si presentò. Una pistola però l’aveva seppellita lungo un’ansa del Lambro, «perché non si sa mai». Era uno del popolo, sindacalista a sua volta, e dei più temuti dagli editori. Dai padroni, diceva lui. E questa sua coscienza di classe l’aveva portata nel giornalismo, raccontando l’onesta fatica dei poveri. Per quelli della mia generazione è stato un mito, ma anche un esempio. Ai primi Giri gli davo del lei, sapevo che era rischioso interromperlo mentre scriveva (lentamente, quasi misurando il peso di ogni parola), mentre Brera viaggiava a raffica. Poi ho imparato che dietro all’aspetto ruvido c’era una gran bella persona. È stato un po’ come innamorarsi di un roseto. Si sa che ci sono le spine, ma quando fiorisce riempie l’aria e la vista. La porta di casa era aperta, sempre. E andare a casa di Mario era come per un cattolico andare a Lourdes”.
La lotta di classe era negli sport che raccontava, quelli in cui la povertà aveva comunque un ruolo. Pugilato e ciclismo, “due sport di e per poveri”, oppure l’ippica, i cavalli che “fanno diventar poveri”. I suoi campioni sono stati Ottavio Missoni e Valentino Mazzola, Peppino Meazza e Walter Bonatti, da lui sostenuto nella battaglia per vedere riconosciuta la verità sulla conquista del K2, “caposcuola dell’alpinismo, un uomo libero. Il che significa un uomo nudo fra uomini in corazza”. E poi Coppi, soprattutto Fausto Coppi, al quale dedicò il solo libro mai pubblicato, Storia della maglia gialla, uscito nel 1952, ristampato nel 2004 dal Saggiatore col titolo Coppi. Alpe d’Huez, Galibier. Pirenei. Il Campionissimo verso la gloria del Tour del ’52.
pagine Così comincia il libro di Fossati
“Il ciclismo appoggiava allora su due pilastri, il Parc des Princes (la cui pista rosa è scomparsa sotto il piccone demolitore) e il Vigorelli. Quella domenica di metà luglio, Fausto Coppi, il vincitore, sfilava davanti ai parigini (la moltitudine anonima del popolo parigino, scriverà Gaston Bénac). Fausto pareva fatto d’aria. La maglia di seta, l’ultima maglia gialla del Tour, gli disegnava le costole. Le gambe erano ancora lucide di Embrocation. Era teso come un purosangue. Era il dominatore del Tour. La folla bolliva, la superiorità di Coppi e degli italiani -Bartali, Magni, Bresci, Carrea, Corrieri, Crippa, Franchi, Martini, Milano, Pezzi era stata giudicata «écrasante». Il solo Robic aveva salvato l’onore dei francesi su quella montagna di sale, bianca, lunare che è il Mont Ventoux. Gli altri, una seminata: Ockers secondo, a 28’17”; Ruiz terzo, a 34’38”; Bartali quarto, a 35’25”; Robic quinto, a 38’25”.
I parigini applaudivano Coppi quasi fosse un francese. Lo chiamavano per nome, Fostò. Coppi era senza dubbio il più francese dei corridori italiani”
Achille Grandi era amico di suo padre, Anselmo Bucci uno zio dal lato materno. I suoi luoghi milanesi: il Vigorelli e l’ippodromo di San Siro, dove trovavano riparo gli antifascisti.
Fossati sosteneva che “la storia del cavallo s’intreccia con la storia dell’uomo. Le origini remote, i romani, i mongoli, gli arabi, ma fin qui sono poche le documentazioni scritte: e rari anche i cantori. Il primo documento è datato 1533. Una lettera. Baldassar Castiglione, l’autore del “Cortigiano”, consiglia al suo signore, Federico II, duca di Mantova, il quale lo inviava ambasciatore ad Enrico VIII di Inghilterra, di impreziosire l’accreditamento con due regali, che sarebbero stati molto graditi: un quadro di Raffaello e alcune fattrici dell’ allevamento di corsa del duca di purosangue orientale. Il che venne puntualmente fatto. Il sovrano, bontà sua!, rispose in latino, ringraziando il duca per “illo equorum genere” cioè cavalli da corsa”.
Il velodromo era invece quell’antico luogo che gli pareva fosse affettato dalle ruote lenticolari di Moser come da “due rapidissime seghe”. Erano anni in cui il record dell’ora ancora “costituisce per un corridore ciclista la sublimazione del mestiere: un’elevazione in senso morale, oserei direi spirituale della carriera: la finitura, la consacrazione”.
Quando Romano Prodi dichiarò a Repubblica che valeva la pena leggere un solo grande giornalista ciclistico, Abs dell’Herald Tribune, nei Sette giorni di cattivi pensieri, Gianni Mura gli diede 4. “Questo Abs non l’ho mai visto alle corse né tantomeno letto: ma il professore ha mai sentito parlare di Mario Fossati, di Sergio Neri, di Gian Paolo Ormezzano, di Pierre Chany?”
Il 25 marzo del 1991 Fossati decise che avrebbe vissuto la sua ultima corsa di ciclismo da suiveur. Una Milano-Sanremo. Cominciava a essere nauseato dal doping. Lasciò la strada con un articolo in cui profetizzava lo sport che avremmo finito davvero per vedere, affollato di stregoni, ma con la consapevolezza che avremmo continuato a cercare nel ciclismo una scintilla di diversità.
“Claudio Chiappucci ha vinto, sabato, l’82esima Milano-Sanremo. E io sono contento di staccare, dopo quarantasei anni, dal ciclismo e dalla classicissima, la Sanremo appunto, portandomi appresso il suo nome lievemente clownesco. C’è stato un Chiappini romano: esiste una Chiappa corridrice: c’è soprattutto il Chiappucci lombardo. Quel suo corpo sodo, tozzo, sua madre si è scordata di allungargli il collo, mi rimandano ad un passato, ad un ciclismo su strada, che allora oscillava e per la verità tuttora oscilla fra l’empirismo quotidiano dei meccanici (per andaa ghe voeuren i garonn: per andare forte ci vogliono le cosce, le gambe) e la dotta, persino pedantesca ricerca di Giuseppe Ambrosini. Docenti universitari e medici versati nello sport sono entrati nel ciclismo e hanno approfondito la ricerca: qualcuno sperimentando in corpore vili: altri un tantino stravolgendolo. Altri ancora, esercitando il mestiere del furbo. Al pari dei meccanici, che trovavano e trovano quelle pure intelligenti conclusioni scientifiche aride e quasi sgradevoli, l’uomo della strada ha continuato a cercare nel ciclismo una trasposizione, la realizzazione di un sogno (il povero che diventa un ricco) o l’esaltazione di un carattere. Insomma, la poesia”.