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Che cosa sappiamo dall’avvelenamento di Abramovich
La notizia è stata diffusa dal Wall Street Journal ed è stata confermata da un portavoce del magnate russo. Roman Abramovich e altri negoziatori di pace ucraini hanno riportato sintomi di sospetto avvelenamento, dopo l’incontro tenuto a Kiev all’inizio di questo mese.
Antonello Guerrera su Repubblica rilancia la lettura dei fatti di Bellingcat, il sito di informazione inglese – dice – “che da molti mesi produce scoop sulla Russia e sulle sue “operazioni non ortodosse”, come le “pozioni di Dio” riservate alle ex spie Sergej Skripal e Alexej Litvinenko in Inghilterra e al dissidente Alexej Navalny, ma anche all’ucraino Yushenko gonfiato di diossina e alla stessa giornalista Anna Politkovskaya, avvelenata nel 2004 prima di essere uccisa a colpi di arma da fuoco due anni dopo. La notizia, in realtà, l’avevano anticipata alcuni media russi, come il sito d’inchiesta Agentstvo (ex Proekt, prima della purga di Putin) e un’altra giornalista locale, Farida Rustamova, che per prima ha parlato di «perdita della vista per Abramovich per alcune ore, circa due settimane fa, in occasione di un viaggio verso Kiev. Per questo, il russo sarebbe stato ricoverato a Istanbul», in Turchia, dove tra l’altro Abramovich ha parcheggiato yacht e ricchezze al sicuro, prima di essere dimesso. Il portavoce dell’oligarca, dopo alcune esitazioni, conferma: «Sì, Abramovich ha avuto sintomi di avvelenamento»”.
Quello che la scena non dice, a questo punto, è che Roman Abramovich ai colloqui di pace c’era davvero. La sua presenza era stata messa in discussione dalla stampa inglese nelle scorse settimane. Era stato avanzato il sospetto che fosse una scaltra manovra di comunicazione per migliorare la propria immagina ed evitare le sanzioni. C’era davvero. E una differenza la fa.
Marco Imarisio sul Corriere della sera ricorda le radici di Abramovich e nonna Faina, Faina Mikhailenko, la madre di sua madre,
“Anni fa, i giornalisti convocati per la prima intervista a Roman Abramovich, proprietario del Chelsea che aveva appena vinto il titolo della Premier league, notarono l’immagine in bianco e nero di una donna dentro una piccola cornice. Quando gli chiesero chi fosse quella persona, il miliardario dallo sguardo timido tagliò corto. «È mia nonna», disse. E fu lui per una volta a cambiare argomento”.
Era nata e cresciuta a Kiev. Fuggì nel 1941, quando i nazisti invasero. Si salvò dal massacro di Babyn Yar: trentatremila ebrei uccisi. Imarisio scrive che la notizia della partecipazione ai colloqui di pace portava con sé il malizioso sospetto che Abramovich fosse là “solo dopo aver ottenuto il benestare del Cremlino. Sembrava quasi un orpello, la sua presenza”.
Invece, dice Imarisio, “in queste bizzarre negoziazioni, dove i russi al tavolo riconoscono di non avere alcun contatto diretto con il Cremlino, Roman Abramovich è sempre stato la chiave per arrivare a Putin. E mercoledì scorso, lo ha fatto, arrivando a Mosca per portargli una nota scritta a mano da Zelensky sulla quale erano scritte le condizioni per mettere fine alla guerra. «Digli che lo distruggo», sarebbe stata la risposta di un Putin dall’aria cupa. La cosa davvero importante è che Abramovich sapeva dove si stava infilando. Sapeva cosa succede a chi dispiace allo Zar. Era consapevole di correre un rischio. Ha fatto capire in ogni modo cosa pensa davvero di questa guerra. E infine si è messo in gioco. Certe volte, più che il richiamo del patrimonio, conta quello del sangue”.
Dan Sabbagh sul Guardian ha scritto che la verità potrebbe non venire mai fuori.
“Possiamo essere sicuri che siano stati avvelenati? Non proprio; i tre uomini erano troppo occupati a fornire rapidamente i loro campioni ai tossicologi tedeschi. E i loro sintomi, mai pericolosi per la vita, sembrano essere migliorati. Quindi, come in un vero mistero russo, non conosceremo mai la verità. Nomi, leader e forse ideologie potrebbero essere cambiati nel corso dei secoli, ma l’attuale regime di Vladimir Putin è accusato di essere dietro a molteplici avvelenamenti di coloro che si sono opposti al Cremlino, e il Cremlino ha abbastanza esperienza in materia perché l’ipotesi dell’avvelenamento resti plausibile: una storia centenaria che risale alla fondazione del laboratorio di avvelenamento Lab X di Mosca da parte di Vladimir Lenin nel 1921”.
Non sì è allenata per un mese, aveva altro per la testa. Valentyna Veretska ha salutato suo marito arruolato nell’esercito, ha preso sua figlia di 11 anni e dall’Ucraina è riparata in Polonia, a Cracovia. A inizio marzo aveva corso la mezza maratona di Riyadh in Arabia Saudita e poi più niente. Quando ha ricevuto un invito dagli organizzatori della maratona di Gerusalemme, s’è buttata. L’ha vinta correndo in 2 ore 45 minuti e 54 secondi, con 17 minuti di vantaggio sull’israeliana Antonina Reznikov.
«Quando abbiamo raggiunto il confine – ha detto ad Athletics Weekly – faceva molto freddo e forse c’erano un milione di persone, di tutte le età, donne e bambini, infreddoliti, spaventati. Saremo stati a cinque gradi sotto zero. Al mattino alcune persone non si sono svegliate. Ho corso perché sento il bisogno di mostrare al mondo che la pace e l’amore sono la cosa più importante. Spero che la pace nel mio Paese arrivi molto presto».
Corriere della sera: “«Maksym, addio fratello». Il campione di kickboxing morto nella città assediata” – Kagal era stato il primo a vincere il mondiale per il suo Paese. L’allenatore: un uomo molto aperto, era forte anche a rugby. nei giorni scorsi ucciso anche il fighter Yegor Birkun