La lezione di Desmond Tutu sull’importanza dello sport

La lezione di Desmond Tutu sull’importanza dello sport

 

   ▻  Lo sport del Sudafrica tornò nel mondo la sera del 7 agosto 1992, sono ormai già quasi trent’anni. Sergej Bubka aveva fatto male i suoi conti. Era stato l’unico a entrare in gara a cinque metri e settanta nella finale olimpica di salto con l’asta. Aveva fallito subito i primi due tentativi e un terzo a 5,75, andò fuori per il vento e per presunzione. Ma la storia vera a Barcellona stava soffiando da un’altra parte, sulla pista, dove Derartu Tulu portava all’Etiopia il primo oro di una donna nei 10mila metri e dove Elana Meyer di Albertinia, tre ore da Città del Capo, prendeva la prima medaglia per il suo paese dopo 32 anni di esclusione da ogni evento sportivo. «Mi ero preparata bene – disse – ma sul rettilineo non avevo le gambe per lo sprint. L’importante è che siamo tornati sotto gli occhi della gente».  

Il Sudafrica era di nuovo sulla scena ed era un posto nuovo. Era finita la stagione dell’isolamento, era caduta la messa al bando da parte della comunità sportiva internazionale con la fine dell’apartheid e la liberazione di Nelson Mandela. Elana fece il suo giro di pista mano nella mano con Derartu, lei bianca e l’altra nera, così che tutto il Sudafrica potesse vedere riflessa in tv la nascita di una stagione nuova anche alle Olimpiadi. 

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Un uomo dentro la sua veste clericale aveva giocato un ruolo chiave, vincendo la sua medaglia d’oro personale al Nobel per la pace. Desmond Tutu ha sempre creduto che il boicottaggio sportivo del Sudafrica sia stato uno degli elementi che spinsero il suo paese a ripudiare l’apartheid. Lo avrebbe detto con chiarezza in un discorso al Lord’s Cricket Ground nel giugno 2008, quando ormai mancavano due anni all’inaugurazione dei Mondiali di calcio, la prima edizione di sempre in Africa. 

«Molti di voi ricorderanno quanto sia stato efficace il boicottaggio sportivo degli anni ’70 e ’80 nel far capire ai sudafricani appassionati di sport che la nostra società si era posta al di là del limite, continuando a organizzare la propria vita sulla base della discriminazione razziale.

Il vostro rifiuto di inchinarsi al razzismo è stata la sanzione che ha ferito di più i sostenitori dell’apartheid. Per quelli di noi che hanno subito gli effetti della discriminazione. Per 20 anni, mentre il boicottaggio sportivo si rafforzava e l’apartheid impediva a generazioni di sportivi sudafricani, sia bianchi sia neri, di realizzare il loro potenziale, voi e altri come voi ci avete inculcato ciò che il mondo considerava fosse fair-play e ciò che invece giudicava sleale. Non ho il minimo dubbio sia stato decisivo nel persuadere i sostenitori dell’apartheid a cambiare strada e nei negoziati che seguirono la coraggiosa decisione di de Klerk di liberare Nelson Mandela nel 1990, per concordare una costituzione basata sul principio del rispetto per gli altri. C’è chi ama le dicotomie che dividono la vita in compartimenti stagni – la religione da una parte, la politica da un’altra, lo sport separato dal resto – immaginando che siano impermeabili l’uno all’altro. Ma sappiamo che non è così: la politica incide sullo sport tanto quanto su qualsiasi altro aspetto della vita. Sappiamo che la politica e lo sport hanno un rapporto stretto. Il boicottaggio sportivo ha svolto un ruolo cruciale nella nostra liberazione, e ora lo sport sta svolgendo un ruolo fondamentale nell’aiutare a costruire il Sudafrica come una nazione arcobaleno».

 

    titoli | Repubblica: Tutu, l’arcivescovo che sconfisse l’apartheid con la parola e l’ironia” – È morto a 90 anni il Nobel per la pace che non aveva paura di dire la sua contro l’ingiustizia. Un ideale: gli uomini sono uguali

 

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Nel luglio del 2009 Rob Hughes per il New York Times a Londra ebbe un colloquio con Desmond Tutu e parlarono anche di sport, a un anno dalla grande festa del calcio. 

«Siamo nell’anno in cui noi, in Sudafrica, ospiteremo la prima Coppa del Mondo nel continente. Immagini cosa fa al morale, all’autostima delle persone. Quando abbiamo visto il modo in cui il mondo ammirava Nelson Mandela, siamo cresciuti di due pollici. Quando vedremo come la Coppa del Mondo ci farà consolidare come nazione, cresceremo di altri due pollici». 

Desmond Tutu è morto ieri a novant’anni. Quando parlava così ne aveva 78. Il suo nome era un sinonimo di lotta contro l’apartheid. Il New York Times sottolinea il suo tono quello dell‘irriverenza, la risatina di Tutu riempie l’aria

Era stato invitato a parlare nella capitale inglese a una conferenza sul tema Oltre lo sport. Il New York Times scrisse che parlava a una platea dove c’erano persone che vogliono svezzare le bande di strada dall’illegalità attraverso il rugby, o vogliono combattere il crimine a Rio de Janeiro attraverso la boxe, usare il calcio per educare i bambini ai pericoli delle mine antiuomo a Sarajevo.

Sedevano tra il pubblico Dikembe Mutombo e Lucas Radebe. Eppure Tutu trascende la conferenza. La sua personalità sfida i suoi anni. Sembra un uomo-bambino settantenne.  

«Non credo che oggi ci sia un movimento che possa eguagliare il movimento anti-apartheid – disse Tutu – Mandela è stato una meraviglia di magnanimità, una nobiltà di spirito. Se l’apartheid avesse vinto, non l’avremmo mai avuto. Il boicottaggio sportivo, per il quale dobbiamo ringraziare tutto il mondo, ha fatto capire ai bianchi cosa significava essere un paria. Il boicottaggio ha isolato un paese che praticava l’apartheid nello sport».

Era ancora fresco il ricordo della Coppa del mondo di rugby vinta dal Sudafrica, l’evento che sarebbe poi diventato un film di Clint Eastwood (Invictus). 

«A volte mi chiedo – disse Tutu – come abbiamo fatto a vincere. Non eravamo la squadra migliore. Ci deve essere stato qualcuno che lassù ci amava. Avevamo bisogno di quella vittoria. Ho avuto i brividi lungo la schiena quando Nelson Mandela è entrato in campo indossando la maglia degli Springbok e la folla è impazzita: ‘Nelson Nelson! Il novanta per cento di quel pubblico era composto da afrikaner. Le stesse persone alcuni anni prima dicevano: – È un terrorista. La gente ballava per le strade per la Coppa del mondo di rugby. Quella vittoria ha fatto più di qualsiasi mia predica». 

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Beyond the Sport per Tutu significava che il rugby aveva messo insieme un paese con 11 lingue ufficiali, un inno nazionale poliglotta e aveva attraversato 300 anni di alienazione. Ne parlava a quella platea con un tono “esuberante e divertente – scrisse il New York Times – usando il suo status di anziano statista per rimproverare i governi, usando l’autoironia per fare un punto, usando analogie sportive per trasmettere il suo messaggio.

Tutu disse che i Mondiali di calcio in Sudafrica avrebbe unito i lavoratori in lotta per un salario dignitoso e gli insegnanti delle scuole, le madri che pulivano le cucine e gli ammalati. «Aiuterà il Paese a superare gli ostacoli del suo passato. La gente a volte dice che Mandela è un leader, o qualche volta lo dice di me. Ma quando diavolo puoi avere un leader senza un popolo che lo segua? Sono le persone che alla fine fanno un leader». 

 

  il boicottaggio politico oggi

«Quello che diceva Mandela è comprensibile, ma erano altri tempi»

Stefano Domenicali amministratore delegato Liberty Media 

 

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    titoli | la Gazzetta dello sport: L’Africa chiama. Via 23 italiani – Osimhen parte con Koulibaly, Kessie e Bennacer. La Coppa inciderà sul campionato. La confederazione africana ha concesso ai club di rilasciare i giocatori dal 3 gennaio. Inter e Juve risparmiate. Anche Empoli, Genoa, Udinese e Venezia non avranno elementi impegnati. L’Algeria detentrice resta in prima fila. Egitto e Senegal dietro

Corriere dello sport-stadio: Gli errori della Fifa pagati dai club (di Roberto Perrone)

La questione Coppa d’Africa è complessa e va presa da diverse prospettive. Innanzitutto, chi è senza competizione scagli la prima pietra. Ci siamo battuti, e questo giornale più di altri, per riprendere a far rotolare il pallone in fretta, dopo il primo lockdown, per difenderlo nel secondo, anche con le porte chiuse e con i problemi di tamponi, con le feste non autorizzate con i giocatori in libera uscita, le polemiche e le Asl (o come si chiamano). Perché far ricominciare, far continuare lo sport più amato dai popoli sarebbe stato un segnale importante per tutti. Nel 2021 abbiamo assistito all’Europeo di calcio e all’Olimpiade, per dire degli avvenimenti più importanti, abbiamo rivisto la gente negli stadi, nei palazzetti, nelle piscine, assiepati lungo i circuiti dei gran premi di Formula 1. Mettere in discussione la Coppa d’Africa, dunque, potrebbe sembrare contraddittorio. Però, a differenza degli altri due grandi tornei calcistici continentali, l’Europeo e la Coppa America, disputati nel 2021, la Coppa d’Africa tronca in due la stagione e danneggia pesantemente le squadre, più delle altre manifestazioni.

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