Iddio ci vende tutti li beni per prezzo di fatica
Leonardo da Vinci
artefici
Non è possibile. Anche la Roubaix
◇ Nella misteriosa e indefinibile varietà di stelle che nel 2021 si sono allineate, ventidue anni dopo Andrea Tafi, il ciclismo italiano è tornato a vincere la Parigi-Roubaix, tenuta in autunno per la pandemia, segnata da pioggia vento e fango. Lo ha fatto con il più proletario dei corridori: Sonny Colbrelli. Storia al rallentatore dello sprint nel velodromo
▻ L’uomo che ha vinto la prima Roubaix corsa in pandemia – in autunno per una volta – è quello sporco e stanco quanto gli altri due. Nessuno di loro conosceva queste strade e il suono che fa il vento del nord tra i raggi delle bici. Non erano mai stati qua, non erano mai stati dentro le pozzanghere in cui è finita la corsa di Sagan e Stuyven, non dentro la foresta di Arenberg dove si è spenta la forza di van Aert e la prima fuga di giornata, né tantomeno nel velodromo che li sta accogliendo, l’André-Pétrieux, dal nome di un ex assessore comunale allo sport, utilizzato per l’arrivo delle prime diciannove edizioni, distrutto nel 1924, recuperato e per tre anni tradito, fra il 1986 e il 1988, quando decisero – chissà perché – di mettere la linea bianca del traguardo in Avenue des Nations-Unies.
In questo sito leggendario, il Vecchio Velodromo, perché di fianco ce n’è uno nuovo nel quale tra qualche giorno si correranno i Mondiali su pista – in questo sito leggendario con le sue docce d’altri tempi, sul suo anello di 500 metri, tutti sognano di entrare da soli per essere acclamati, ma solo due in un decennio ce l’hanno fatta, Boonen nel 2012 e Terpstra nel 2014.
Non loro tre, i debuttanti. Neppure sanno come si fa una volata qui dentro. Non lo sanno perché non lo sa nessuno e perché una regola certa non esiste. Nel minuto che in media passa dall’ingresso al traguardo, la strategia si può solo improvvisare. Dipende da quanti siete e chi siete, se sei il più veloce o no, se sai di essere il più stanco o il più fresco tra i sopravvissuti.
Bernard Hinault, era il 1981, si affacciò in seconda posizione tra i sei scappati dal gruppo, aveva la maglia di campione del mondo sulle spalle, ma questo non c’entra, o forse sì, incuteva timore, prese la corda, Marc Demeyer si sforzò di portarlo dal lato opposto, ma il francese glielo impedì, resistendo all’ultima curva pure al ritorno di Roger De Vlaeminck che aveva vinto quattro volte e in volata avrebbe dovuto farne carne macinata.
Nel 1997 Frédéric Guesdon era accompagnato da sette avversari più forti di lui, tra cui Andreï Tchmil e Johan Museeuw. Si fece prendere dal panico – ha raccontato – per la lunghezza e per la pendenza della pista. Ma i sette se lo scordarono, lo lasciarono in ultima posizione e si guardavano tra loro, escludendo che potesse uscire l’altro, sputato invece ai 250 metri da una forza misteriosa, senza un motivo apparente, alla maniera in cui ogni tanto la Roubaix distribuisce la sua gloria.
Non sanno i tre di come Tom Boonen costruì il suo sprint perfetto nel 2008, una lezione d’autore, una masterclass si direbbe adesso, né conoscono la scaltrezza con cui nel 2013 Fabian Cancellara si liberò di un ospite inatteso che gli si era attaccato dietro, Sep Vanmarcke, molto più veloce di lui. Lo portò in cima alla pista alla prima curva, decelerò fino quasi a fermarsi, gli apparecchiò una trappola, delle sabbie mobili e quello ci cascò. Quando si tuffarono insieme verso la corda, Sep scoprì che lo svizzero passava all’esterno sul rettilineo. L’unica Roubaix su tre vinta in volata. Quella che lo lasciò all’arrivo più stremato che mai.
Nulla sanno di tutto questo Mathieu Van der Poel il favorito, Sonny Colbrelli con le stelle dell’Europa sulla maglia e Florian Vermeersch l’imbucato. Un olandese con un nome da olandese, un italiano che si chiama come un personaggio di Scorsese, un belga con un cognome da pittore fiammingo. L’Ancien Régime. Oddio, tanto ancien Florian non sarebbe. Ha 22 anni ed è appena arrivato terzo la scorsa settimana alla cronometro del Mondiale Under 23. È più di un diamante grezzo ma non è ancora una perla. Fa il consigliere comunale a Lochristi, siede nella commissione mobilità, è stato uno sciatore di fondo e col maltempo si sente proprio un pesce nella sua acqua. Ha potenza allo sprint e strappo sui pendii corti. Meglio batterlo adesso perché nei prossimi anni tra Fiandre e Francia del nord parecchi gli arriveranno dietro. Sta studiando da grande come durante il lockdown studiava per la sua laurea in Storia all’Università di Gent. Tesi: la diplomazia nell’Inghilterra del XVII secolo.
Nessuno dei tre, chiunque dovesse passare per primo la linea bianca dirà: mamma sono contento di essere arrivato uno. I corridori moderni conoscono tutti l’inglese, gli serve per le interviste con le tv internazionali alla fine della corsa e perché il ciclismo come molto altro è diventato globale, acquistando qualcosa e rinunciando ad altro, lo disse Michele Scarponi qualche anno fa, quando parlò di come il gruppo fosse mutato quasi geneticamente, «pieno di giovani che imparano le lingue perché gli serve ma che non hanno la curiosità di cercarsi un pezzo scritto da Gianni Mura».
Nessuna dedica alla mamma perché casomai è ai nonni che la nuova generazione pensa. Il nonno di van der Poel è una celebrità nel suo stesso mondo, quel Raymond Poulidor che fu simbolo di un pezzo di Francia. Per l’ultimo Tour il nipotone è partito vestendo i colori della sua maglia antica e ha vestito la gialla che a lui sempre sfuggì puntando il dito verso il cielo. Sonny Colbrelli, del nonno, ha la foto sulla schiena, la tiene nel taschino portaradio. Cesarino dava una mano alla squadra del paese, guidava il pullmino e portava i ragazzi a correre. Lo ha raccontato la Fiore, la mamma di Sonny, ad Alessandra Giardini nell’ultimo Bicisport. La domenica loro partivano prima. Sonny dormiva col nonno, “nel sonno si litigavano il lenzuolo, una mattina si sono svegliati e ne avevano metà per uno, a forza di tirare l’avevano strappato a metà”, ed era sempre Cesarino che spiegava a Sonny come si corre. Gli comprava le ruote nuove, le pedivelle in carbonio e un giorno che arrivò la prima bici, Sonny non tornò mica a casa in macchina, si fece sei chilometri in salita con la gioia nuova, anche se non gli avevano dato la sella, e il vicino che lo vide arrivare disse questo arriva, e mi sa proprio che questo diventerà qualcuno. Il nonno di Vermeersch ha fatto il pescatore, mentre il papà è un meccanico all’Alpecin-Fenix, esatto: la squadra di van der Poel. Solo che stavolta lo hanno mandato con le ragazze, al Superprestigecross di Gieten e lui ha guardato la corsa del figlio sullo smartphone.
Parlerà in inglese e non dirà mamma sono contento di essere arrivato uno anche il quarto che viene nella foto, quello dietro a tutti, sfocato. Lo hanno raggiunto e trafitto nel vento lungo la strada, sul tratto di pavé più duro, al Carrefour de l’Arbre, e lo hanno doppiato dentro il velodromo nel cuore della volata. È un bel disgraziato, un tipo da romanzo, si chiama Gianni Moscon, in testa da solo con 1 minuto e 15 di vantaggio quando mancano 30 km, con il rumore di sottofondo dei molti account francesi su Twitter che mettono nel mare della rete la loro bottiglia da naufraghi con un desiderio: Dio, fa’ che questa corsa bellissima non la vinca lui. Lui che è stato squalificato per aver preso a pugni un avversario, un’altra volta per avergli tirato una bici contro, sospeso per insulti razzisti in gruppo, beccato ai Mondiali a reggersi all’ammiraglia. Dio parla francese. O almeno lo capisce. Così Moscon ha forato, ha dovuto cambiare la bici, ne ha presa una diversa con cui la sintonia non è stata totale, quattro km più avanti ha trovato il giudizio universale scivolando con la ruota posteriore e andando giù. Caduto. Viene nelle foto della volata perché deve completare ancora un giro ma sarà quarto.
I had a little bit bad luck. We will try again next time. Our nation can be happy anyway. Così dirà Moscon, altro che Gregorio il Gregario di Ugo Tognazzi.
Our nation è l’Italia. Vermeersch ha provato a scattare per primo, Colbrelli ha intuito che lo avrebbe fatto e si è fatto trovare nei pressi della sua ruota posteriore. Dei tre serbatoi a secco che si giocano la corsa è quello più lucido. Gli altri due sbagliano tutto, lui no. Come se di Roubaix ne avesse già una decina alle spalle. Ecco perché van der Poel non ha più attaccato negli ultimi 20 km. Era prosciugato come gli altri, mentre Colbrelli ha ancora l’energia per tre gesti da freschissimo vincitore, un metro oltre la linea. Prima allarga le braccia, poi alza la bicicletta in cielo e infine si getta sul prato a singhiozzare. Nell’aspetto di un altro, nella maschera di uno spazzacamino, un ramoneur, come ramoneur era Maurice Garin mezzo valdostano e mezzo francese quando arrivò primo a Roubaix verso fine Ottocento, Sonny disteso a terra è tutto un lamento, come quello dei bimbi trasformati in ciuchini nel Paese dei Balocchi, quando si accorgono all’improvviso che tutto è finzione, il mondo intorno a loro e questo loro stare al mondo in un corpo che non gli appartiene.
Solo sul podio, con un pezzo di pietra in mano e l’inno di Mameli che il mondo ha imparato a memoria – solo sul podio Sonny Colbrelli, ex operaio, si toglierà il berretto come fanno gli uomini di buona dignità e solleverà gli occhi in alto, verso qualcosa che lui stesso non sa ancora vedere fino in fondo.
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Slalom 1 ottobre 2021
I colori e la materia della corsa
Maurizio Crosetti per Repubblica dice che “Sonny il ciclista si solleva dal fango come un golem e va a vincere la Parigi-Roubaix, che è la corsa delle corse dai tempi Coppi e Bartali, è l’Everest, è il sogno, la Balena Bianca che ogni corridore cerca di catturare nei sette mari di pozzanghere e pietra della sua vita. nella prima domenica d’autunno precipita tra noi come un meteorite o un brontosauro, creatura antica e per questo modernissima. Trionfa come gli eroi del ciclismo omerico, sporchi e feriti, sofferenti e fieri, solitari e astuti: gli “altri tempi” sono dunque rimasti qui, e ci scaldano il cuore. Guardate la fotografia dei tre ciclisti all’arrivo: sembrano l’Esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shi Huang, i guerrieri che dovevano servirlo e difenderlo anche nell’Aldilà. Corridori senza volto, calchi di polvere dove soltanto le labbra sembrano mantenere sostanza umana e tremano, rosee, nella gioia e nella sventura, increspandosi nel sorriso di Sonny e nella smorfia degli altri due, i battuti. a bordo strada, nell’erba di Roubaix, sventolava una bandiera e sopra c’era una parola soltanto, “merci”, grazie”.
Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport considera “la faccia di Sonny color Roubaix, o color dei sogni. Il fango dell’Inferno del Nord è una maschera che ridisegna un volto da ciclismo antico. Quando poi la pioggia incarognisce i tratti di pavé, allora la più anacronistica e affascinante delle Prove Monumento diventa romanzo, anzi diventa il palcoscenico per i nuovi eroi di tragedia greca. Ognuno porta in bici la sua dimensione psicologica, ognuno di loro lotta con le cadute, le forature, gli incidenti meccanici che mai come nella Roubaix sono piatti fissi del menu”.
Questa è la corsa che Francesco Moser ha vinto tre volte e stamattina ha scritto per la Stampa: “La Roubaix è così, devi affrontarla senza paura, con uno spirito libero perché se nei sassi, oltre al fango, hai addosso anche il timore non te la cavi mica. Lui, da quando ha vinto l’Europeo, corre in un’altra maniera: ora fa la corsa, prima la subiva”.
Non hanno risparmiato spazio né carta a l’Équipe, dove hanno riservato alla corsa nove pagine, senza che neppure avesse vinto uno dei loro. Due delle nove pagine sono piene delle magnifiche fotografie delle facce impiastricciate di fango e fatica. Alexandre Roos dice che questo è il tempo degli eroi e ha scritto: “Sarebbe opportuno un giorno produrre uno studio medico approfondito, esplorando le teste di chi corre, per scoprire perché non rinunciano mai a nulla, anche quando tutto è perduto”. Cinque stelline su cinque alla qualità della corsa.
“A 31 anni – dice Roos – Colbrelli ha coronato la tarda fioritura di una stagione in cui ha pedalato su terreni molto diversi. Speriamo abbia avuto la cortesia di mandare un messaggio di consolazione al suo connazionale Gianni Moscon, caduto quando era in testa. Lui ha assaporato i malefici della Parigi-Roubaix”.
Chi è Sonny Colbrelli raccontato da sé e dai suoi
Cosimo Cito per Repubblica ricorda che “all’Unidelta di Vestone, azienda del settore idro-termo-sanitario, Sonny Colbrelli era operaio specializzato in tubi e maniglie. La sveglia al mattino presto, nelle albe gelide di Casto, Val Sabbia, «una valle chiusa e stretta, dove fa sempre freddo» disse lui, «per questo mi piace correre nelle condizioni peggiori, sotto la pioggia per me è il massimo». Durò qualche mese l’alternanza ciclismo- lavoro, poi al papà Federico, che l’aveva chiamato Sonny in ricordo del protagonista di Miami Vice , mostrò un giorno le due divise, quella della fabbrica e quella da gara: «Scegli tu». E il papà scelse. Ha corso come se l’avesse corsa sempre. Il gelo delle albe di Casto, la memoria di quelle levatacce impressa nella pelle hanno fatto il resto”.
Anche Marco Bonarrigo sul Corriere della sera racconta di quando “l’adolescente Sonny, allergico alla scuola, filettava raccordi per tubi in ottone a due passi da casa. Otto ore in catena di montaggio prima di salire in bici a fine turno, sperando di riuscire prima o poi a mollare la fabbrica e fare il ciclista. Il sogno della classe operaia del ciclismo non è il paradiso, ma l’Inferno del Nord”.
In un ritratto per la Gazzetta dello sport, Alessandra Giardini ha scritto che “nel momento più sublime della sua carriera, Colbrelli era sporco. Come quando tornava dalla fabbrica e doveva ancora uscire in bicicletta, a inseguire gli unici grilli che aveva per la testa. Nel momento in cui vide la sua prima bici, un’Ala rosso fuoco con la scritta gialla, Sonny dimenticò tutto quanto. Nel mucchio delle vittime finì la scuola. La mamma, Fiore, ricorda ancora con un brivido i colloqui con i professori. «Mi vergognavo, uscivo piangendo. Lui tutte le sere si preparava lo zaino, andava volentieri a scuola, poi però non studiava, non faceva i compiti, niente». Era miope, due fondi di bottiglia come occhiali, gli altri bambini lo chiamavano quattrocchi. E poi c’era la faccenda della stazza. Fiore dice che era grassoccio, Sonny dice obeso, ma comunque lontano anni luce dalle corse in bicicletta. Però lo portarono a una gara di mountain bike, quasi per gioco, e Sonny arrivò primo. Allora Fiore andò dai dirigenti della squadra che c’era lì in paese, e quelli non usarono tanti giri di parole. «Dove vuole andare con questo maialetto?». La prima volta che Sonny ha incontrato Adelina erano alle elementari, ma non c’era verso: lei tutta precisina, lui un teppistello (parole di Sonny stesso), non facevano altro che litigare. Si sono persi di vista e quando si sono ritrovati erano già grandi, e non litigavano più. Fiore sorride. «Sonny è cambiato quando ha smesso di essere soltanto un figlio ed è diventato un padre». È così che ha vinto la corsa dei sogni a Roubaix, la città più operaia e più povera di Francia: novantamila abitanti, e la metà non arriva a novecento euro al mese. Sonny, che si svegliava la mattina alle cinque, con il gelo, e andava a scaricare i camion di tubi. Piangeva di freddo, di rabbia e di fatica. Ieri da Parigi a Roubaix c’erano pioggia, vento, freddo e fatica, e non ha mai pianto”.
vite Casa Colbrelli
“Il covid ha colpito duro anche a casa Colbrelli: Federico è stato malato, e la nonna di Sonny è stata ricoverata a lungo. I genitori di Sonny hanno perso il lavoro nell’acciaieria dove lavoravano da ventisette anni. «Dopo neanche quindici giorni mi ha chiamato una ditta di maniglie, la Ghidini Pietro Bosco in Valle Trompia, adesso lavoro a quindici chilometri da casa, tutti i giorni fino alle due del pomeriggio, mi mancano quattro anni alla pensione». Fiore racconta che nella ditta nuova sono fieri del suo ragazzo campione. «Quando ha vinto il campionato italiano avevano addobbato la fabbrica con il bianco rosso e verde, quando sono tornata dall’Europeo ho trovato un bandierone e tutti i ritagli di giornale. Io sono felice perché a Sonny vogliono tutti bene: non perché vince ma perché è rimasto umile. Lui non dice mai di no a nessuno. Vuol dire che qualcosa di buono gliel’abbiamo insegnato. Volevamo che venisse su onesto, gentile ed educato. Che conoscesse il valore del lavoro e dei soldi». – di alessandra giardini, Bicisport
Frammenti di mamelismi dal passato
1937 Jules Rossi
“L’alfiere del ciclismo italiano in Francia ha trionfato da gran campione sbaragliando la formidabile coalizione franco belga. Rossi ha realizzato una prova spettacolosa che rimarrà memorabile negli annali del ciclismo internazionale. Il nostro baldo atleta è apparso un dominatore”. – da Il Littoriale, 29 marzo
1949 Serse Coppi
“Nel tumultuoso finale di gara Serse Coppi è stato il più forte e il più accorto. La Parigi-Roubaix non è stata la grande corsa che si sperava e che alla vigilia le aveva valso il titolo, un po’ pretenzioso di «corsa del secolo». Essa è finita in un modo che non può soddisfare e convincere neppure noi, anche se abbiamo la soddisfazione, magra o meno a seconda i punti di vista, di poter dire che finalmente un corridore italiano, nato e cresciuto in Italia, figura nel libro d’oro della corsa che qui si considera la più grande e la più bella”. – di giuseppe ambrosini, la Gazzetta dello sport
1950 Fausto Coppi
“La pioggia era fitta e fredda; il vento ne faceva dei mulinelli che accecavano i ciclisti e i curiosi; chissà che pena sarebbe stata per essi dover pedalare tante ore sotto quel rovescio di intemperie. … L’azione offensiva di Coppi e dei suoi validi collaboratori, provocò lo sconquasso nelle file restrostanti. Così scatenato, nessuna forza al mondo avrebbe potuto fermarne lo slancio.
È ben questa la vittoria che, pel modo netto e lineare col quale è stata riportata, dapprima sorprendendo, con una mossa ardita e pur potente, la sospettosa vigilanza degli avversari, poscia allontanandosi sempre più da loro, con uno di quei vertiginosi finali di corsa dei quali egli sembra avere il monopolio, è ben questa la vittoria che mette la parola fine alla annosa polemica di chi sia il miglior corridore del mondo su strada”. – di vittorio varale, la Stampa
1951 Antonio Bevilacqua
“Quanti facevano di Toni solo un mezzo pistard, un inseguitore più che un routier, e credevano che non portasse con pieno merito il titolo di campione italiano su strada, dovranno convenire che questo titolo si conviene anche al vincitore di una Parigi-Roubaix, vincitore, per di più, alla maniera forte, che potrei chiamare anche coppiana e addirittura e semplicemente italiana. “Bevi” non portava, è inutile negarlo, le nostre maggiori speranze per una gara che si sapeva demolitrice dei più rudi campioni. Inoltre lo si sapeva appena rimesso da una indisposizione. Si è ripresentato, invece, più solido e deciso che mai, tetragono alle intemperie, spavaldo fra gli avversari, dominatore assoluto e indiscusso a quanti hanno avuto la fortuna di assistere alla sua opera di demolizione negli ultimi 17 km”. – di giuseppe ambrosini, la Gazzetta dello sport
1966 Felice Gimondi
“La pioggia che da tre giorni imperversava su tutta la regione del Nord aveva trasformato le strade in acquitrini: i pavé che selciavano a tratti gli ultimi 40 chilometri parevano dei sentieri dissepolti nella mota nera, tragitti nuovi dell’epoca prelunare sui quali v’era da credere che le biciclette non sarebbero passate mai. Ebbene, pulitevi gli occhi. Gimondi ha vinto in quest’ambiente, è passato indenne fra le forche di questa natura, convinto che fosse proprio la sua, creata per lui. Possiamo anche credere di trovarci ai confini dell’assurdo, ma un fatto è vero: questo fiammingo della Val Brembana aveva pregato in silenzio perché oggi piovesse. Il cielo l’ha accontentato”. – di bruno raschi, la Gazzetta dello sport, 18 aprile
1978 Francesco Moser
“Ha il fango perfino nei capelli, lo sforzo è stato tremendo. Lo abbracciano, lo baciano, Moser si sente a casa sua, come s’è sentito a casa sua in mezzo agli italiani in quel meraviglioso giorno in Venezuela. Un capolavoro in una corsa massacrante. Oggi più che mai quella maglia con i colori dell’iride è sulle spalle del corridore più degno. Un capolavoro di Moser, ma un capolavoro anche di De Vlaeminck, che ieri ha pagato – magari anche con gli interessi – il debito che aveva contratto alla Sanremo e che non aveva ancora saldato”. – di maurizio caravella, la Stampa
1979 Francesco Moser
“Una foratura, a otto chilometri dal traguardo che nessun italiano, in 77 anni, ha raggiunto due volte vittorioso, non gli aveva fatto perdere la testa, ma aveva per pochi attimi bloccato la sua meravigliosa macchina. Dice Moser che gli ultimi quindici minuti di corsa sono stati i quindici minuti più lunghi della sua vita. Se non avesse avuto l’ammiraglia con Bartolozzi e Vannucci alle spalle, addio Roubaix. Ha perso in tutto 8″. Il meccanico Fucacci, che viaggiava con la bicicletta di scorta sulle spalle, è stato di una rapidità unica. In 8″ Moser s’è fermato, ha sostituito la bicicletta e ha potuto lanciarsi. Nel finale si è superato”. – di rino negri, la Gazzetta dello sport
1980 Francesco Moser
“La radio francese dice: – Un uomo solo al comando: è Moser, e gli italiani di quassù sentono un brivido addosso, è la frase che Ferretti usava per Coppi, a quei tempi non c’era neppure bisogno di specificare chi fosse quell’uomo, l’avevano già capito tutti. Il velodromo di Roubaix è pieno di nostri emigrati, ci sono cinquemila siciliani che lavorano da queste parti nelle miniere e nelle fabbriche di tessitura, quando Moser irrompe sulla pista viene accolto da un boato. Moser arriva a braccia alzate e continua a tenerle cosi per un po’, come inebetito, poi saluta tutti, manda baci alla gente, è talmente felice che forse abbraccerebbe anche il suo nemico De Vlaeminck. Viottoli di campagna lastricati di pavé, con piccole strisce di terra battuta ai lati, con l’insidia di pietre che vedi solo all’ultimo istante e non puoi evitare, se oltre ad un campione del pedale non sei anche un campione di riflessi. Su quel terreno impossibile Moser ha compiuto ieri autentici miracoli di equilibrismo”. – di gian paolo ormezzano, la Stampa
1995 Franco Ballerini
“Franco Ballerini, 30 anni, l’irriducibile uomo del pavé in un giorno di sole e di polvere con una spalla lussata, realizza il sogno della sua vita di corridore sfortunato: vincere una Parigi-Roubaix, la corsa più pazza e affascinante che ci sia. Questo sogno poi diventato un incubo se lo cullava da anni. Forse dall’aprile del ’93 quando quel vecchio furbone di Duclos Lassalle su questo stesso velodromo lo superò al fotofinish per pochi millimetri. Mai dire mai. Se avete sfiducia nella vita, se tutto vi va storto, non lasciatevi andare, il traguardo potrebbe essere più vicino di quanto crediate” – di dario ceccarelli, l’Unità, 10 aprile 1995
1998 Franco Ballerini
“Nel letterario inferno del Nord, il nostro ciclista Ballerini ci vive da re. E tutti ci chiediamo ammirati come un campione di buon livello, ma non toccato dalla grazia di un Merckx e di un Moser, possa fare di quei sassi fuori dal tempo la ragione della sua vita atletica, mortificata da inguaribili allergie primaverili. Il fango è la sua salute. Da questo paradosso, da questa sfida all’assurdo, nasce la bellezza dell’impresa che Ballerini ci ha regalato alla Roubaix. Per la seconda volta, ribadendo una vocazione. Noi lo vediamo innalzarsi al di sopra di una illustre vicenda ciclistica. E lo salutiamo come l’umile, grande eroe di una Pasqua indimenticabile” – di candido cannavò, la Gazzetta dello sport, 14 aprile
1999 Andrea Tafi
“Quando si è vista la sua sagoma inconfondibile sbucare dalla polvere e dai sassi della foresta d’Arenberg, piatto, orizzontale, quasi sdraiato sulla bici per fendere meglio l’aria, la competenza ha storto subito la bocca. Il solito Tafi che attacca alla rinfusa; il solito Tafi che spreca energie preziose. Mancavano ancora più di 100 chilometri al traguardo della Parigi- Roubaix numero 97. Cento chilometri d’inferno: sassi, acciottolato sconnesso, buche, pavé, polvere che si incolla al sudore e trasforma i volti in ghigni infernali, fatica disumana, cadute, dolore, sofferenza. Il giorno di Tafi l’irresistibile. Attacca, insegue, fora, insegue ancora e ancora attacca e vince”. – di eugenio capodacqua, la Repubblica
figurine L’ultimo
E questo invece è l’ultimo arrivato. Si chiama Emils Liepins, lettone, 28 anni. Ha vinto due corse in carriera, l’ultima due anni fa in Italia, una tappa della Settimana Coppi & Bartali. Ha corso la Vuelta l’anno scorso e ieri era al via della sua prima grande Classica in assoluto. Il suo faccione bello, sporco e grande è il primo della fotogalleria che l’Équipe dedica alla Roubaix più dantesque tra le dantesque. Ed è quello che nella pagina più su trovate in grosso, in alto a destra. Chissà che ‘sti francesi non vogliano dirci qualcosa, va’.
sguardi I vincitori e i vinti secondo il Ct della Nazionale di pallavolo
«Oggi celebriamo con convinzione i traguardi dei campioni e delle campionesse. Ma sotto i coriandoli della festa c’è un mondo intero che risale in superficie soltanto quando la palla cade dal lato giusto del campo. Perché chi perde, invece, è un fallito.
Non è questo lo sport. In una narrativa che è soltanto bianco e nero, lo sport è la tavolozza dei grigi. Dove successo e sconfitta sono figli della stessa identica fatica, passione e desiderio. Dove tanti piccoli passetti in direzione dell’eccellenza possono anche essere distrutti in un istante, ad opera della sfortuna o del caso.
Tutto ciò che accade in un rettangolo di gioco, in una piscina, in una palestra, è imponderabile, è affascinante, è doloroso, è stressante ed è unico. Ed è anche lo specchio di quello che ognuno di noi vive quotidianamente sul lavoro, con gli amici, in amore e nelle proprie comunità.
E in questa grande estate tricolore, se c’è un messaggio che vale davvero la pena condividere è la speranza che le medaglie e i successi ci aiutino a creare un mondo in cui la gratitudine e il rispetto non svaniscano, al di là del lato dove cadrà l’ultima palla».
– dal discorso al Quirinale di davide mazzanti Ct della Nazionale di pallavolo
La prima Roubaix femminile | Il sangue e la bici di Lizzie Deignan
“«Sangue, fatica, lacrime e sudore» invocò nel suo storico primo discorso da premier Winston Churchill alla Camera dei Comuni. Era il 13 maggio 1940. Suona perfetto anche per Lizzie, dorsale “13” forse non per caso: sangue sul manubrio, fatica e sudore nel fango, lacrime di gioia per un’impresa che è già Storia. Del ciclismo, e dello Sport. Non solo al femminile” – di christian giordano, Sky Sport 24.
“A volte i giornalisti amano le frasi roboanti, magari anche iperboliche, per descrivere le imprese sportive. Ma stavolta l’espressione “una vittoria firmata col sangue” non è roboante né iperbolica. Quelle macchie rosse che vedete sul manubrio della bicicletta di Lizzie Deignan non hanno nulla a che vedere con il colore del nastro: sono macchie di sangue. Lei ha parlato di mal di gambe, come avete potuto leggere, ma probabilmente l’adrenalina non le ha fatto sentire il dolore alle mani che deve essere stato davvero incredibile” – di paolo broggi, Tuttobici
attrezzi del mestiere | “L’atleta della Trek Segafredo ha corso su una Trek Domane, dotato di disaccoppiatori ISO che hanno consentito sia al reggisella che alla forcella di flettersi indipendentemente dal resto della bici. Questo ha permesso alla Deignan di poter avere pieno controllo del mezzo e attutire i frequenti sobbalzi dettati dai settori in pavé resi ancora più duri dalle condizioni da tregenda in cui si è svolta la gara ieri” – da Bicisport
in tv oggi ore 15 Rai Sport e Eurosport: Coppa Bernocchi | martedì ore 15 Rai Sport: Tre Valli Varesine | mercoledì ore 15 Rai Sport e Eurosport: Milano-Torino | giovedì ore 15 Rai Sport e Eurosport: Giro del Piemonte | sabato ore 10.15 Rai Sport e Eurosport: Giro di Lombardia