
Franco Colapinto è arrivato giovedì mattina a Imola con un sorriso incredulo. Ha cominciato la stagione come pilota di riserva dell’Alpine, ma neppure nel più remoto e irraggiungibile sobborgo del suo cuore doveva abitare la speranza di prendersi un sedile. Invece eccolo qua, eccolo titolare di una Alpine al GP del Made in Italy e dell’Emilia-Romagna – sul serio si chiama così.
Ma sempre in quel remoto e irraggiungibile sobborgo del suo cuore farà bene a non dar spazio alle illusioni. Colapinto ha un contratto per cinque corse, “una in meno delle sei disputate in questa stagione dal suo predecessore Jack Doohan, spudoratamente escluso dopo un inizio timido e ritenuto insufficiente”. Così dice Tanguy Mantovani per Eurosport France aggiungendo che l’australiano potrebbe perfino considerarsi fortunato: al momento dell’annuncio del suo ingaggio, si vociferava che avrebbe avuto due gare per dimostrare il suo valore. Una e due.
D’altra parte Liam Lawson con la Red Bull quante ne ha avute? Il tempo impiegato dalla squadra austriaca per accertarsi che puntare su di lui fosse un errore, per promuovere così Yuki Tsunoda.
Sia l’Alpine sia la Red Bull sono al centro dell’attenzione per la loro gestione del secondo sedile. Jack Doohan ha incassato la solidarietà di qualche collega, come il giovane Oliver Bearman. Esteban Ocon, presente alla conferenza stampa dei piloti di giovedì, ha detto di non essere realmente sorpreso. Ha aggiunto: purtroppo. Conosce quei polli.
Eurosport France parla di “un’aria da regolamento di conti” e chiama in causa “i metodi di Flavio Briatore, consigliere speciale dell’Alpine dal giugno 2024, ora team principal non ufficiale della squadra dopo la partenza di Oliver Oakes martedì scorso. Sembra che l’italiano sia il responsabile di questi giochetti coi piloti. Ufficialmente in nome di una specie di darwinismo tanto brusco quanto implacabile. È il modo migliore per spingere un pilota inesperto a esagerare e commettere degli errori”.
Una logica così brutale che Eurosport France si spinge a definire la Formula Uno in preda a uno dei mali della società. L’uberizzazione. “Non arriviamo a parlare di contratti precari, visti gli stipendi astronomici dei piloti, ma è qualcosa del genere. Franco Colapinto non aveva ancora completato una sola sessione di prove libere sul suo nuovo sedile quando abbiamo saputo che Alpine sarebbe già in trattativa con l’ex pilota della Red Bull Sergio Pérez. Ciò che i due uomini hanno in comune: un enorme sostegno finanziario, sono pronti a portare in dote contratti di sponsorizzazione molto generosi”
La precarietà
Uberizzazione. Da Uber. Sul fenomeno ci hanno scritto un saggio Jacob J. Bustad e David L. Andrews. Si intitola The Circus Comes to Town: Formula 1, Globalization, and the Uber-Sport Spectacle e si occupano di come il concetto di post-occidentalizzazione è stato utilizzato per spiegare le recenti sfide al predominio strutturale, spaziale, simbolico e sportivo delle nazioni occidentali da parte di forze e interessi emergenti da altre parti del mondo. Un capitolo esamina la globalizzazione di lunga data della F1, a volte casuale ma comunque complessa, dalle origini nordatlantiche della sua stagione inaugurale nel 1950 alla successiva distribuzione spaziale delle gare in tutto il mondo, soprattutto dopo l’arrivo di Liberty Media.
Di lavoro uberizzato si è occupato Massimo Sideri per l’Enciclopedia Treccani, definendola una rivoluzione tecnologica che “sta sovvertendo il mondo del lavoro e delle professioni, robotizzando molte funzioni produttive. Spariscono o entrano in crisi i ruoli di intermediazione come l’autista o il postino”.
Il concetto di uberization è nato in America dal più noto servizio di disintermediazione dai taxi.
“Con esso si fa riferimento alla capacità delle applicazioni per smartphone di influenzare la domanda e l’offerta di un servizio anche fisico come, appunto, quello dei trasporti, che pochi anni fa persino gli esperti ritenevano al sicuro dall’onnivoro processo di digitalizzazione. Si noti bene che tutto ciò è reso possibile dagli smartphone che sono nelle nostre tasche e che noi stessi portiamo in giro come fanno le api con il polline, rendendoci tutti portatori sani della nostra potenziale disintermediazione nel mondo del lavoro”.
Così scrive Sideri, mentre l’economista americano Jeffrey Sachs ha detto che dobbiamo abituarci all’idea di non avere bisogno di un barman per prendere un caffè da Starbucks come se fosse una questione psicologica: ce lo preparerà un robot leggendoci la rètina e riconoscendo il nostro caffè preferito dal suo database. Una provocazione, in tutta evidenza. Oppure una profezia. Qualcuno col tempo lo scoprirà.
Già cent’anni fa John Maynard Keynes parlava di disoccupazione tecnologica, e dopo l’uberizzazione della Formula Uno, nelle scuderie inquiete non resterà che fare un accordo con Google per portare sulla griglia una Driverless Car, le macchine attrezzate con sensori e processori, gli algoritmi che comandano le parti meccaniche garantendo sicurezza e affidabilità, i microfoni esterni che riconoscono i suoni. I più accaniti fan di Metropolis, Terminator e Blade Runner potranno finalmente sospirare: l’avevo detto, io.
Quando al giovane Colapinto hanno chiesto se ritenesse normale essere sostituiti dopo cinque-sei gare, se pensava che fosse giusto firmare un contratto così breve, ha saputo abilmente deviare il discorso senza dire nulla di male su Briatore. Neppure sulla sua pizza con l’ananas.
Del resto, sostiene L’Équipe, il boss gli ha pagato tre o quattro test che costavano tra i 700 e i 900.000 euro al giorno. Franco Colapinto si è presentato alla conferenza stampa rilassato, “come se stesse per bere un mate, come un veterano se ne stava seduto sul divano della FIA senza essere impressionato dall’idea di trovarsi spalla a spalla con il leader del Mondiale, Oscar Piastri. Chiamatela sicurezza o arroganza, è solo Franco Colapinto. Un uomo infantile, con la faccia da bambino”, ha scritto Frédéric Ferret, ricordando che aveva iniziato in Italia da Monza la prima carriera e dall’Italia riparte la seconda.
La città
Riparte da Imola, anzi dalla “via Emilia, quella riga dritta che corre dal Po al mare: siamo già in Romagna, ma in provincia di Bologna, il confine è vago. Secondo il detto popolare, per capire dove sei basta fermarsi in un cortile e chiedere da bere: se ti offrono un bicchier d’acqua sei in Emilia, se ti danno del Sangiovese sei in Romagna”.
Lo ha scritto Alessandra Giardini su Domani, in una mappa sentimentale di questo circuito immerso in un parco dove la vita procede anche negli altri 362 giorni dell’anno. Dove tira un’aria di casa per Kimi Antonelli che abita a una quarantina di km e stanotte dorme nel suo letto prima del GP, ma dove tira sempre un’aria di morte, da quando Villeneuve e Pironi litigarono senza riuscire mai più a parlarsi, da quando Ayrton se ne andò in un giorno di festa.
“Già 80 anni prima di Cristo a Imola si celebrava la velocità: c’era un anfiteatro per la corsa delle bighe” scrive Giardini, ricordando che negli undici ettari del parco, ci sono “le Acque Minerali sulfuree che fecero la fortuna di Imola nell’Ottocento ma anche l’acqua marziale che secondo lo zar Pietro il Grande era capace di curare molte malattie, depressione compresa”, c’è lo stadio dell’Imolese, c’è il circolo tennis Cacciari, una discoteca per l’estate, un chiosco, un hotel con vista sulla Rivazza, due ristoranti, uno dei quali propone cucina tedesca, una scuola primaria. “I residenti all’interno del tracciato sono circa un centinaio, e prima del gran premio devono ritirare in Comune i permessi per rientrare a casa senza pagare il biglietto”.
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