Una nazione in un uomo. La morte di Franz Beckenbauer vista dalla Germania

    Heimat era in principio un termine giuridico. Indicava il luogo in cui sei nato, un indirizzo ufficiale. In Germania le autorità vogliono sempre sapere dove ti trovi. La parola ha preso col tempo un abito romantico, in fondo è stato qui, è stato Schlegel a inventarsi l’aggettivo. Così Heimat ha allargato il campo del suo senso, fino a espandersi in Heimatlosigkeitsgefühl, un termine quasi metafisico che racconta una specie di percezione, l’impressione di essersi persi nel nulla, un altro di quei concetti intraducibili che solo la lingua tedesca pare possa definire. La lingua delle idee. Heimat è allora un luogo dove non hai bisogno di dare spiegazioni per il fatto che sei lì. Può essere il luogo in cui hai sempre vissuto. Può essere il luogo dove sei diventato quel che sei. Può essere il luogo che ti ha accolto. Heimat è Franz Beckenbauer, perché come dice Oskar Beck su Die Welt adesso sembra che sia morto un parente stretto, uno di famiglia, uno dei tuoi. “Franz Beckenbauer era la nostra testa coronata, il sovrano del calcio, la nostra prima e ultima autorità”.

Come la monumentale serie tv di Edgar Reitz, Beckenbauer ha attraversato le epoche e le frontiere. È stato il capitano del derby fra le due Germanie divise dal muro [1974] ed è stato il cittì della prima Germania riunita dopo il muro [1990]. Ha vinto i Mondiali da calciatore e da allenatore, come prima di lui era riuscito solo a Mário Zagallo, morto pochi giorni fa, e come dopo ha fatto solo Didier Deschamps. Ha portato il calcio negli USA con Pelé e nuovi stadi nel suo paese con l’edizione mondiale del 2006. Ha giocato migliaia di partite con la testa alta e noi italiani lo ricordiamo per una in cui aveva il braccio al collo. Ha vissuto facendosi chiamare Kaiser ed è morto come desiderava.

Aveva deciso quale fosse il modo migliore per andarsene nel novembre del 1989, quando aveva un appuntamento con Alfred Herrhausen, il capo della Deutsche Bank. Ma il volo del banchiere era stato cancellato a causa di una tempesta. Non sarebbe mai più riuscito a vederlo. Due giorni dopo venne assassinato dai terroristi della Rote Armee Fraktion. «Un uomo sale in macchina al mattino – disse Beckenbauer – guida per un breve tratto, c’è un’esplosione – e quella persona non c’è più». Si mise a riflettere sulla morte e nelle sue memorie scrisse che sarebbe stato felice di non morire così, in pochi secondi, con un infarto, con un incidente, nel sonno, avrebbe voluto per sé un addio consapevole, pazienza se c’era del dolore da affrontare, lo avrebbe sopportato, ma voleva avere il tempo, il tempo per prepararsi all’idea di andarsene, salutare tutti, voleva avere il tempo di morire un poco ogni giorno. 

 

Una delle sue frasi che in Germania stanno ricordando di più in queste ore diceva: «Tutte le domeniche si sono riunite in me», ed è bellissima. Die Welt scrive che “avremmo puntato la sveglia anche alle tre del mattino per vedere Beckenbauer”.

Il cantante-attore André Heller dice che Franz aveva la forza di rovesciare un governo. Ha raccontato in tv che una volta un ragazzo gli chiese 32 autografi. «Trentadue?»  gli domandò allora lui, stupito. «Trentadue. Me li hanno chiesti in cambio per uno di Beckenbauer». 

Il Kaiser ha recitato al cinema, ha inciso un disco, ha fatto diventare un modo di dire lo slogan per una réclame tv [«Knorr nel piatto, il potere in tavola»] spezzando il cuore delle casalinghe. Ha fatto l’editorialista della Bild e il commentatore di calcio in televisione. È stato tutto. L’allenatore scozzese  Andy Roxburgh una volta ha detto: «Se Beckenbauer cadesse dalla finestra, cadrebbe verso l’alto». 

 

  È apparso sulla scena quando la Germania era in rovina, ostracizzata dal mondo, quando dopo la seconda guerra mondiale aveva un disperato bisogno di eroi, di eroi e di miracoli. Ne aveva fatto uno la Nazionale ai Mondiali del 1954 [“Il miracolo di Berna”], era seguito il miracolo economico, quello della cavalla Halla che ai Giochi del 1956 aveva portato all’oro il suo cavaliere Hans-Günter Winkler, quasi privo di sensi in sella, con un tendine strappato. E poi è arrivato Beckenbauer, “tutto quello di cui avevamo bisogno, un altro che potesse giocare a calcio come Pelé, o almeno in modo tale che il resto del mondo non pensasse più ai carri armati”. [Die Welt]. 

 

Questo era Franz Beckenbauer con la sua eleganza. Raccontano che sia diventato per tutti il Kaiser durante una partita del Bayern nel 1969 in casa dello Schalke, dove l’idolo di casa Stan Libuda era soprannominato il re della Vestfalia. Accadde allora che Franz provocatoriamente gli portò via la palla e per quasi un minuto avanzò senza farla toccare a terra, palleggiando, destro, sinistro, destro, facendo impazzire lo stadio sul quale calò un irraccontabile silenzio. Se Libuda era il re, Franz allora poteva essere solo un imperatore, un Cesare, un Kaiser. il Tagesspiegei scrisse che aveva umiliato l’avversario e i suoi sostenitori, era stato provocatorio e devastante allo stesso tempo, il gesto di una star che non parla al pubblico, lo domina”. Eppure aggiunge la Frankfurter Allgemeine Zeitung che “un imperatore è raramente amato, la gente casomai lo ammira” – mentre Franz no, Franz vuoi mettere. 

Beckenbauer ogni tanto raccontava la storia del soprannome in un altro modo, diceva che dopo una partita con l’Austria Vienna un fotografo austriaco lo aveva portato accanto al busto dell’imperatore Francesco Giuseppe I e aveva fatto clic. Ma le date dello scatto e della partita non tornano. “La gente era ai suoi piedi come una palla, accettava pure che l’affascinante Franz fosse un libero anche quando si trattava della sua libido”. Ha avuto tre mogli e una vita sentimentale agitata. «Una volta – ha raccontato – ho fatto realizzare una ricerca per il mio albero genealogico: le radici dei Beckenbauer sono in Franconia. Erano famiglie divertenti, tutti figli illegittimi. Io sono solo rimasto fedele alle origini».  

Ovunque Beckenbauer apparisse, scrive ancora Die Welt, “tutti fissavano la scia luminosa che lo avvolgeva, diventavano ciechi di fronte al suo carisma, regolavano le luci delle telecamere, allineavano i microfoni e cadevano dalle sue labbra”. Otto Rehhagel ha sintetizzato questa sensazione così: “Se un giorno Franz affermasse che la palla è esagonale, tutti esulterebbero pensando che finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo”. 

Più semplicemente a Beckenbauer piaceva dire: «L’unico motivo per cui gioco a calcio è che non so fare nient’altro. Per esempio quando leggo Schopenhauer, non lo capisco». 

  La Süddeutsche Zeitung dice che “per molto tempo è stato l’uomo che sapeva fare tutto con disinvoltura – e in questa sua disinvoltura era il tedesco che in realtà non esiste. Ha sperimentato le ombre della vita solo tardi”. 

Era il 2014. Quando dal nulla sono apparse improvvise intorno alla sua famosa figura luminosa, ombre su come Beckenbauer avesse gestito il proprio voto nel Comitato esecutivo della FIFA per l’assegnazione della Coppa del mondo 2022 al Qatar e quella del 2018 alla Russia. È stato da allora che il Kaiser se n’era andato in esilio in Austria. Si è ritirato e si è fatto vedere sempre meno in pubblico. Non solo le accuse e i sospetti gli hanno reso la vita difficile, ma anche una complicata operazione al cuore.

Christian Spiller su Die Zeit: “Per decenni difficilmente si poteva trascorrere un’ora guardando la televisione senza imbattersi in  Franz Beckenbauer, vederlo giocare, allenare, salire su un elicottero o semplicemente parlare. Beckenbauer era ovunque e sempre lì – e poi all’improvviso non c’era più. Alcune persone invecchiano, altre scompaiono”.

Peter Ahrens su Spiegel: “Franz Beckenbauer è stato molto più di un calciatore. Ha plasmato la Repubblica federale come Konrad Adenauer e Willy Brandt. Poi certe rivelazioni lo hanno travolto. Ma resta una figura del nostro secolo”.

Michael Streck su Stern: “Franz Beckenbauer ha portato il calcio al centro della società e ha smentito il cliché del professionista tedesco che lottava con coraggio ma raramente era virtuosistico. Come nessun altro ha simboleggiato il cambiamento dei tempi nella Repubblica federale”. 

Insieme allo scandalo per il suo voto in FIFA, arrivò nel 2015 la disgrazia della morte di suo figlio Stephan all’età di 46 anni, per un tumore al cervello. Nel necrologio Franz scrisse il motto al quale era più legato: “Quando pensi che non sia più possibile, da qualche parte arriva un po’ di luce”.

 

altre fonti | Die Welt | Die Zeit | Frankfurter Allgemeine Zeitung | 

 

  COSA SCRIVONO IN EUROPA

 

  Anche i francesi come noi ricordano Beckenbauer col braccio al collo nella semifinale dell’Azteca. È la foto che domina le pagine 2 e 3 de L’Équipe stamattina, dove titolano “La marcia dell’imperatore”. C’è Boninsegna alle sue spalle che lo guarda. Vincent Duluc ha scritto: “Prima di lui il libero, ruolo ormai scomparso, era l’ultimo difensore. Franz Beckenbauer lo ha reso il primo contropiedista. Quell’uomo bello ed elegante era allo stesso tempo l’uomo della sicurezza e della libertà, un trequartista in posizione bassa, uno che tagliava e divorava lo spazio”. È stato un campione dei mondi, dice il giornale francese ricordando anche con due pagine il suo passaggio a Marsiglia da allenatore nel club di Tapie. “Aveva suscitato un entusiasmo straordinario, ma Franz Beckenbauer si pentirà presto di aver ceduto al fascino di Bernard Tapie. Forse l’unica nota falsa nella sua prestigiosa carriera”. 

 

  In Inghilterra, Beckenbauer è innanzitutto l’avversario battuto nella finale mondiale del 66. Jeff Powell sul Daily Mail lo saluta come giocatore e manager eccezionale e ricorda di aver avuto “il privilegio di guardare il Kaiser e Bobby Moore giocare a scacchi in un giardino di campagna inglese”

| Paul Wilson sul Guardian considera che aveva uno dei soprannomi più belli e più distintivi di sempre, “proprio come nel ciclismo il suo quasi contemporaneo Eddy Merckx il Cannibale. Kaiser gli si addiceva e serviva a presentarlo in anticipo. Non aveva un gesto tipico in grado di rivaleggiare con la famosa virata di Johan Cruyff, ma forse era migliore di chiunque altro nella scelta del momento giusto per entrare in contrsato, aspettando fino all’ultimo momento per scivolare e togliere la palla all’avversario in modo pulito. A dire il vero non c’erano aspetti del gioco in cui non eccellesse”.

| Jim White sul Telegraph ricorda lo sketch sulla partita dei filosofi di Monty Python [1972], “dove due gruppi di grandi pensatori della storia si sfidano l’uno contro l’altro in una battaglia di ingegno. Ci sono i greci – Aristotele, Epicuro, Diogene – contro i tedeschi, che hanno nella loro squadra, accanto a Hegel e Nietzsche un certo Franz Beckenbauer.  Era chiaramente uno scherzo, uno sketch comico che faceva satira anche sui commentatori televisivi. Eppure l’inclusione di Beckenbauer nella formazione era significativa. Perché il Kaiser aveva una reputazione unica che si estendeva ben oltre i confini del gioco. Era considerato un pensatore profondo, un rivoluzionario tattico, un modernizzatore; il primo a chiarire che il muscolo più importante a disposizione di ogni giocatore è il cervello”.

 

  In Spagna arriva da Ramon Besa su El País una definizione meravigliosa: Beckenbauer è stato un calciatore in frac. “La famiglia Cruyff – racconta – conserva come il più prezioso dei trofei la maglia con cui Beckenbauer vinse i Mondiali del 1974 in finale contro l’Olanda. Le due icone di quella famosa partita se la scambiarono e Jordi Cruyff la custodisce così amorevolmente da essersi rifiutato più volte di restituirla in cambio del recupero di quella di suo padre, morto all’età di 68 anni nel 2016.

| Il giornale spagnolo ha messo in campo anche lo scrittore Fernando Aramburu. “La sua radiosità personale gli ha dato un enorme rispetto, dentro e fuori dai campi da gioco. Nessun calciatore della Bundesliga si è mai permesso di dargli un calcio”. 

|   Alfredo Relano, decano del giornalismo calcistico di Spagna e giurato del Pallone d’oro, ricorda su As che i Mondiali del 66 sono stati i primi a essere trasmessi in eurovisione. È stata la sua prima esperienza da spettatore, e in campo c’era Beckenbauer, all’epoca ancora centrocampista, “un calciatore di velluto, con una disinvoltura quasi stucchevole con la palla”

 

     TITOLI ITALIANI

  Repubblica: “Il Kaiser nato per essere libero” – Gabriele Romagnoli ha scritto: “Il difensore di una squadra di calcio alzò la testa quando a ricoprire quel ruolo arrivò Franz Beckenbauer. Con le dovute proporzioni: come l’ultimo fotogramma della sequenza evolutiva dell’Homo. Non è paradossale che sia andato avanti arretrando, passando da centrocampista a libero. La fine degli Anni Sessanta resta il più grande laboratorio di sperimentazione umana. La grandezza si misurava anche dall’incompatibilità con la definizione. Franz giocò libero per esserlo. Infatti reinventò la posizione, l’incarico, l’esito. Costruiva dal basso quando nessuno sapeva ancora che cosa significasse. Segnava quando i suoi colleghi non avevano sul passaporto il visto per l’altra metà campo: non lo chiese, se lo prese. Un timbro di anomalia. La scintilla del disordine nell’ordine costituito. Una monade, avrebbe detto il filosofo Leibniz da Lipsia, che conosce l’armonia prestabilita del gioco”

|  Maurizio Crosetti: “Ogni volta che Franz Beckenbauer usciva dall’area per dirigersi verso l’orizzonte, e soprattutto per mandare laggiù il pallone, esattissimamente, era come quando Herbert von Karajan faceva scoccare dalla sua magica bacchetta l’attacco della Quinta sinfonia di Beethoven, devotamente seguito dai Berliner Philarmoniker: allo stesso modo, il Bayern Monaco e la nazionale tedesca ubbidivano sul campo agli ordini di Kaiser Franz. C’era, nel suo gioco sublime e algido, la grazia di una perfezione quasi disumana, a tratti sinistra. Un teorema d’altri mondi, freddo come la neve, preciso come una lama”. 

  Corriere della sera: “L’ultimo Kaiser” – Carlo Baroni ha scritto: “I suoi compagni erano brutti, sporchi e cattivi. Lui solo cattivo. Che a vederlo non avresti detto. Perché sapeva anche sorridere. O era un ghigno? Di sicuro appariva elegante ed educato. Persino quando in campo le scarpe dribblavano nel fango. C’entrava anche una certa altezzosità e distacco. Del resto, ai Grandi non è richiesta l’empatia.  Il dopo Kaiser sarà come una birra senza schiuma”.

|  “Il figlio del popolo che realizzava i sogni di tutta la Germania” – Paolo Valentino ha scritto: “Una volta, incontrandolo in una saletta dell’aeroporto di Salisburgo, chiesi a Franz Beckenbauer quale fosse la vera ragione per cui i tedeschi lo adoravano: «Forse perché abbiamo gli stessi sogni», mi rispose nel suo accento bavarese.   Conservatore nell’animo, votava probabilmente la Csu bavarese, sedusse i cancellieri democristiani (Kohl e Merkel) come quelli socialdemocratici (Brandt, Schmidt e Schröder) e soprattutto aveva una rete di connessioni senza eguali: amici, collaboratori, consiglieri, tutti pronti a lavorare nell’ombra per il suo successo. Fu in quegli anni che Andy Warhol fece il suo ritratto, come aveva fatto per Marilyn Monroe, Che Guevara e Willy Brandt. Il quadro venne acquistato dall’editore tedesco Hubert Burda, che nel 1982 lo regalò a Beckenbauer. Requiem per un’icona”

  La Stampa: “Stile libero” – Addio a Beckenbauer, il fuoriclasse tedesco che ha cambiato il modo di interpretare un ruolo. Antonio Barillà ha scritto: “In Germania, per definirne la grandezza, dicono sia stato «Sotto Dio ma sopra il cancelliere», senza esagerare possiamo dire che è ancora oggi sinonimo di solidità e stile intrecciati come accade di rado, piedi fatati e tackle, visione e anticipo. Non è vero che i bambini sognano solo di far gol: nei cortili di tutto il mondo, negli anni Settanta, erano in tanti a voler diventare Beckenbauer”

  La Gazzetta: “Sei stato grande” – Pierfrancesco Archetti ha scritto: “Sceglie sempre la parte giusta, quella dei più forti. Mettersi contro la Bild è come avere una pistola puntata alla testa, diceva, e fin che ha potuto ha scritto, ben pagato, sul giornale più venduto. Felici intuizioni, più che mero opportunismo: quando era ragazzo, la squadra vincente della sua città era il Monaco 1860. Lui è tesserato per il club del suo quartiere, Giesing, e in un match contro il Sessanta , il tredicenne Franz prende un cazzotto da un avversario. Decide così di non unirsi al 1860: passa al Bayern e nasce la leggenda. Da giocatore aveva l’agente, un procuratore ante litteram , che era anche d.s. del Bayern: trattava con se stesso l’ingaggio del suo pupillo. Si chiamava Robert Schwan. A un giornalista che aveva paura di volare, diceva nelle trasferte: «Sali tranquillo, se c’è Franz l’aereo non cade»”

  Corriere dello Sport-Stadio: “Addio Beckenbauer, il più libero di tutti” – Robero Beccantini ha scritto: “Quando avanzava, sembrava che avanzasse il calcio: e difatti, avanzarono insieme. Sul serio. Per noi ragazzi del Novecento, Franz Beckenbauer è stato il simbolo della classe e dell’eleganza. Quella testa alta, quei piedi metà guanti e metà tacchi. E poi gli occhi, quegli occhi: due radar. Libero, appunto: di difendere e di impostare. Di ostruire e di costruire. Rincorre e si sgancia. Se glielo ordinano, capacissimo di marcare a uomo persino Bobby Charlton, ma il meglio lo dà nel fondare una scuola, nel creare uno stile. Corre, la memoria, a Gaetano Scirea: colui che, più ancora di Franco Baresi, ne ha riecheggiato la postura, l’andatura. Per Giorgio Armani, «l’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare». Anticipò il futuro. Ci fece sloggiare dai luoghi comuni. Ci ha lasciato un paragone: “giocare alla Beckenbauer”. Vi sembra poco?”

  Il Foglio: “Perché a Rep. si gioca un altro calcio. C’era una volta la politica-core business. Oggi è la squadra” – Maurizio Crippa ha scritto: “Oggi tutti titoleranno su Kaiser Franz, eroe di un calcio d’altri tempi, quando si giocava persino con il braccio al collo, che è stato poi anche uomo di società e di Nazionale, e quanto contasse saper gestire il potere nel mondo sportivo lo sapeva assai bene. Ma se n’è andato prima di vedere il gran salto: giornali ed editori che hanno trasformato le pagine del calcio in una vitale questione di potere, fuori dal campo”.

|  Giovanni Battistuzzi: “Per decine di anni, dalla metà dei Sessanta in poi, quando si diceva Kaiser a quasi nessuno, pure in Germania, veniva in mente Guglielmo I o Ceccobeppe . Di Kaiser ce ne era solo uno. Ed era Franz Beckenbauer. A Franz Beckenbauer non servivano parole, bastava uno sguardo per farsi capire e, soprattutto, far capire agli altri cosa dovevano fare. molto prima di Franco Baresi, è stato il grande esempio di come si gioca a pallone d’anticipo.Per uno così, diceva Rinus Michels, l’allenatore che rese grande l’Ajax, farei di tutto, pure Amsterdam-Monaco in ginocchio”.

  Il Manifesto: “La difesa è l’attacco. Il mito anni Settanta del Kaiser Franz” – Luca Pisapia ha scritto: “Negli anni Settanta tedeschi della Raf, del cinema di Herzog e Fassbinder, della musica elettronica dei Kraftwerk e di David Bowie e Iggy Pop che si trasferiscono a Berlino, il calciatore Franz Beckenbauer diventa una parola a sé”. 

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