| Se la corsa fosse durata un altro giro, avrei chiamato l’ambulanza
Tadej Pogacar
In una matta sera di inizio ottobre, Abraham Olano vinse il suo Mondiale a Duitama correndo gli ultimi km su una ruota bucata. Marco Aurelio Fontana azzardò qualcosa in più, andò a prendersi un bronzo olimpico nella mountain bike facendo tutto l’ultimo giro senza sella, come in quel film famoso di Fantozzi. Mathieu van der Poel ha deciso di esagerare. È andato incontro alla maglia arcobaleno rialzandosi da uno scivolone in una curva, sull’asfalto bagnato di Glasgow, con la maglia lacerata, la schiena abrasa, una scarpa rotta. Ha armeggiato allora con le dita là attorno, mentre pedalava più furioso di prima, per non farsi mangiare tutto il vantaggio da van Aert, Pogacar e Pedersen alle spalle, alla fine la cosa migliore da fare è stata gettar via quella specie di cinturino lacerato, andare avanti così, campione tra i campioni nel ciclismo dell’El Dorado.
L’Olanda aspettava questa maglia dal 1985, dai tempi di Joop Zoetemelk, ma con le donne ne ha catturate nel frattempo sette nelle ultime undici edizioni. Alberto Bettiol ha fatto quel che doveva nel disegno ideale della corsa, giocare d’anticipo sui grandi, sui grandissimi. È rimasto in testa fino a circa 25 km dalla fine, in un pomeriggio che s’è acceso quando al traguardo ne mancavano ancora 90, forse 100, forse 115. L’Italia è senza maglia dal 2008. Il mondo della bicicletta si è allargato come altri. Le scuole tradizionali vanno in crisi se non sanno aggiornarsi. In questi 15 anni senza Italia, hanno vinto 11 paesi diversi, cinque non c’erano mai riusciti prima. Deve voler dire qualcosa.
Il 2023 di van der Poel è un anno nel quale ha infilato una Sanremo, una Roubaix, il titolo del ciclocross per la quinta volta, questo su strada, portando la sua famiglia dal ricordo di Pou-pou al presente di Poe-poe, un eterno primo nipote dell’eterno secondo, Poulidor. È stato un Mondiale figlio di questo tempo, un tempo in cui non si aspettano più i km finali per attaccare. Sono almeno due anni che le Classiche si vincono così. I primi quattro di Glasgow sono gli stessi primi quattro del Fiandre, con un ordine diverso. Pure questo ha un senso.
| Lo racconta bene Alexandre Roos su L’Équipe: “Si è detto di tutto su questo circuito dei Mondiali di Glasgow, dal garbato indegno al più frequente di merda, si è detto che veniva da una mente contorta, o di un tizio ubriaco, ma c’eravamo dimenticati che i matti e gli ubriaconi possono essere persone molto creative e che dalla bruttezza può nascere la bellezza. Accidenti che Mondiale, che frenesia, sei ore di combattimento totale che ci hanno fritto così tanto il cervello da non capire nulla di quello che stava accadendo, ci hanno portato sull’orlo dell’epilessia a furia di vedere questo drago furioso correre per il labirinto scozzese, senza mai fermarsi, quando invece avremmo avuto bisogno di respirare un istante per riprendere i sensi”. Un Mondiale vorticoso come in genere sono i suoi racconti. Ma non il primo così. Rosso ricorda che quello di Harrogate, quattro anni fa, “aveva lasciato il segno per le condizioni meteo pessime”, quello di Leuven in Belgio nel 2021 è stato teatro di una lotta iniziata a 180 km dal traguardo, prima che la corsa iniziasse a rispondere alle logiche delle strategie di squadra. “Questo di Glasgow rimarrà a lungo il più feroce, ha fatto saltare tutti i codici e ha bruciato le mani di quelli che hanno provato a controllarla”.
L’Équipe parla di un’atmosfera surreale, “un’atmosfera da apocalisse e da fine del mondo, come se questa banda di punk stesse gareggiando per l’ultima volta. Il gruppo? Un concetto banale, sostituito da un millepiedi gigante che si dimenava per le strade di Glasgow e veniva tranciato da dietro a ogni rilancio”.
Ora, dice Roos, voi potete pure continuare a criticare questo tracciato, a dire che era inadatto, che era indegno, esercitarvi a cercare l’aggettivo più giusto per scandalizzarvi, “il paradosso di questo percorso atipico sarà stato quello di sancire una gerarchia indiscutibile, di spingere in prima linea il più forte, i quattro mostri che non sussultano nemmeno quando le piogge cadono su di loro per un’ora”, l’ultima ora, una circostanza che in effetti non si sarebbe verificata se al mattino non ci fosse stata una protesta lungo la strada, un’invasione di campo che ha fermato il Mondiale per più di cinquanta minuti. Rispetto al pentello dell’El Dorado, Pedersen ha preso il posto di Alaphilippe, Evenepoel si è intravisto in qualche scatto pieno di velleità e povero di idee [“stava facendo lo yo-yo”, la definizione de L’Équipe]. “Come era scritto che fosse – dice Roos – poteva vincere solo il più spietato, e da tempo Van der Poel è un killer a sangue freddo”.
| Leonardo Piccione, uno dei creatori di Bidon magazine, ha detto su Twitter: “Che (altra) roba abbiamo avuto la fortuna di vedere oggi. Molto più di un mondiale di ciclismo. C’era praticamente tutto dentro. Film, epopea, videogioco. Grand Theft Bicycle: Glasgow”. Con Filippo Cauz ha poi scritto sulle pagine della loro rivista online: “Quando è scattato, con una scarica di Watt prorompente, premeditata, preceduta solo da una singola accelerazione nei primi giri del circuito, Van der Poel ha abbassato gli occhi. Fissava un punto, ma soprattutto un istante. Nella giornata più importante della stagione, che si protraeva sfibrante da sei ore e quattrocento curve, Mathieu inseguiva un singolo istante, quello in cui l’onda si alza e travolge tutto come i kelpies, gli spiriti delle acque scozzesi che, una volta emersi, assumono le sembianze di puledri neri dalla forza di dieci cavalli. Da questo pomeriggio, Mathieu van der Poel veste la maglia di campione del mondo su strada, quella che gli «ha quasi completato la carriera», come ha detto all’arrivo. Il più forte ad andare in bicicletta. La porterà per più di un anno, caso anomalo in un ciclismo che è definitivamente anomalo, trascendente, agitato da una distribuzione di talento che si fa fatica a ricordare. Da questo pomeriggio, Van der Poel non ha più bisogno di alzare gli occhi al cielo per vedere l’arcobaleno: gli sarà sufficiente abbassare lo sguardo”.
| L’ex corridore belga Philippe Gilbert parla di MvdP ricordando che suo nonno lo chiamava il piccolo fenomeno, “ma quello che mi colpisce di più è la sua tecnica. Ho guidato con lui un paio di volte, ero abbastanza bravo e veloce nelle curve, ma quando ero alle sue spalle, dovevo davvero impegnarmi per tenere la sua scia. È una spanna sopra tutti. E noto che si è pure calmato”. Ha dato quasi due minuti a un pugno di altri fenomeni. Gilbert dice: “Mi dispiace per Van Aert, un’altra medaglia d’argento, ma ha sbagliato. Ha attaccato quindici volte invece di una, questa è la differenza con Mathieu. Devi avere l’istinto del killer, per vincere. Concluderei segnalando la medaglia di bronzo di Pogacar, che corridore. Mi sento un privilegiato a seguire una generazione del genere”.
| Un altro belga, Marc Sergeant, sul giornale fiammingo Het Nieuwsblad dice che non se la sente di chiamare perdente van Aert. “È stato il Mondiale più pazzo che abbia mai visto. Tra gli ultimi 180 e gli ultimi 70 km abbiamo visto tutti attaccare. Non c’è stato un solo momento morto. È stato spettacolare, continuo a pensare che non sia possibile. Una gomma a terra e il Mondiale era finito, basta chiedere a Laporte. Quando ha iniziato a piovere, temevo altro caos. Il fatto che Mathieu abbia vinto nonostante la caduta e quella scarpetta, dimostra quanto fosse forte”. I belgi hanno un solo dubbio, gli dà voce Michael van Damme in un podcast sempre sull’Het: “Cosa sarebbe successe se van Aert avesse saputo dall’auricolare che Mathieu era caduto?”. Invece l’auricolare non c’era: ai Mondiali non è ammesso.
ARTEFICI Qualcosa su di lui
“Mathieu è nato a Kapellen, nelle Fiandre, dove i suoi si erano trasferiti poco dopo il matrimonio, e vive ancora in Belgio assieme alla sua Roxanne: a ‘s Gravenwezel, nella provincia di Anversa. Olandese di passaporto, metà francese per parte di madre, belga per scelta: Mvdp è un po’ di tutti. Delle sue tre bici, ama quella che ha scoperto per ultima. “Adoro la mountain bike: è un modo per arrivare in posti stupendi che con la bici da strada sarebbero irraggiungibili. Mi dà soddisfazione perché delle tre è la bici più dura da domare. E poi mi piace la tecnica: salire e scendere”. Se dipendesse da lui, vorrebbe continuare ad alternare strada, cross e mtb. “Diventa sempre più difficile. Mi serve più tempo di prima per recuperare. Ma trovare un equilibrio fra le tre discipline mi aiuta a divertirmi, mi rende più forte fisicamente ma soprattutto mentalmente”. La sua paura più grande è la noia, e alternare le bici è un modo per evitarla. “Mi annoio facilmente, ho sempre bisogno di qualcosa di nuovo”. Qualche volta, ancora adesso, passa il tempo come un ragazzino. “Mi piacciono i videogiochi. In genere scelgo Fortnite, con i miei amici. Mi rilassa. Ovviamente mi piace vincere”. Sfida anche Tom Pidcock. Altri modi di battere la noia? I fine settimana d’inverno sulla neve, magari in Svizzera, la moto da cross, le auto veloci, che gli hanno fatto conoscere Roxanne durante una trasferta in Finlandia: lei era una pr della Porsche, lui era Mathieu van der Poel” – di alessandra giardini, la Gazzetta dello sport
MAPPE
Un Verstappen senza motore
L’Olanda esulta. Raymond Kerckhoffs su Wielerflits scrive che una motivazione in più veniva dal ricordo della notte trascorsa alla stazione di polizia di Sydney un anno fa, quando alla vigilia della corsa Mondiale lo fermarono e lo interrogarono per una storia di schiamazzi e insulti nel corridoio dell’hotel dove dormiva con la fidanzata.
“Il sangue gli cola dal gomito. I suoi pantaloni – scrive Wielerflits – sono strappati. La sua maglietta è completamente aperta sotto la spalla destra, come se non bastasse anche la suola è rotta. Una pioggia torrenziale infernale, la fortissima squadra belga da sfidare, una caduta nel momento dello scatto decisivo. Ma niente, proprio niente poteva spezzargli il morale. Mathieu van der Poel aveva una missione: vendicarsi per il titolo mancato a Wollongong. Per quella notte infernale in una stazione di polizia”.
Ha preparato la rivincita con il suo scatto a 22 km dal traguardo vivendo in Spagna, a nord di Alicante nello scorso inverno. È andato al Tour de France per fare la spalla di Jasper Philipsen, se non vogliamo dire il gregario, ma insomma: gli tirava la volata. Ha preso il raffreddore il primo giorno di riposo. Ha corso con la tosse. Riposava male. Ha passato i giorni pensando a Glasgow, come evitare di perdere un’altra occasione, chissà quando sarebbe ripassata, perché nel 2024 si va sulle montagne intorno a Zurigo, nel 2025 fra le mille colline del Rwanda, nel 2007 sulle Alpi francesi nei paraggi di Sallanches, nel 2028 nel deserto di Abu Dhabi. Forse c’è Montréal, nel 2026, che promette un altro circuito perfetto per lui.
È diventato il primo uomo a vincere la maglia iridata su strada nello stesso anno del ciclocross, come aveva fatto Marianne Vos. Sabato può diventare anche campione del mondo di mountain bike, a un’ora e mezza di macchina da Glasgow, nella Glentress Forest. “Sembra avere poche chance – si legge su Wielerflits – ma mai dire mai con Mathieu van der Poel”.
La pista
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L’oro di Ganna sul piatto di una pizza
Qualche ora dopo Bettiol, Filippo Ganna ha rimesso l’Italia sul mappamondo del ciclismo, andando a vincere l’oro nell’inseguimento individuale contro il suo compagno di squadra, l’ingegnere Dan Bigham, quel tipo andato a fare un sopralluogo per conto suo e in nome suo, sulla pista dove Ganna avrebbe dovuto battere il record dell’ora. Cinque centesimi di distacco dopo quattro minuti di gambe e pedali, pedali e gambe. Segue abbraccio finale.
Maurizio Crosetti su Repubblica: “C’è un campione che prende a schiaffi il vento e taglia il tempo con la spada della sua bicicletta, con la lama del suo casco, con l’accetta del suo naso. I millesimi di secondo, nelle sue mani diventano inezia e infinità. Quello che ha combinato Filippo Ganna nell’epilogo dell’inseguimento mondiale è un verso di Omero, se riferito alla storia del ciclismo che pure ospita odissee. È come se Ganna fosse stato in ritardo di una vita all’ultimo millimetro di quella vita che si chiama corsa, e l’avesse recuperata tutta, ritornando bambino”.
| Giovanni Battistuzzi sul Foglio racconta: “Diceva Ferdi Kubler, raffinatissimo corridore da inseguimento (oltre che vincitore di due Liegi-Bastogne-Liegi e un Tour de France), che “riuscire a migliorarsi negli ultimi cinquecento metri di una prova di inseguimento, vuol dire dimostrare di avere un motore aggiuntivo, di superare le capacità dei forti e arrivare a quelle dei campioni”. Perse molti inseguimenti contro Fausto Coppi, diversi contro Jacques Anquetil (ma già con qualche anno di troppo sulle gambe). Filippo Ganna ha vinto nel modo dei grandi campioni e non ci si deve stupire. Perché Filippo Ganna è un grande campione della pista, del ciclismo. E non si deve cercare di fare il trucchetto della divisione tra strada e pista, non ha senso d’essere. Pedalare è lo stesso sia su pista e su strada. Filippo Ganna se la cava benissimo su entrambe. Due Mondiali a cronometro e una tappa al Giro d’Italia sono la dimostrazione di questo. E se si aggiunge tutto il lavoro di gregariato nei grandi giri di tre settimane ecco la dimensione completa del suo valore”.
| Marco Bonarrigo sul Corriere della sera analizza: “Nessun ciclista sano di mente farebbe montare sulla sua bicicletta un rapporto con 66 denti sulla corona davanti (le dimensioni di un piatto da pizza) e 15 su quella dietro, come quello che Pippo Ganna ha scelto per il suo «Bolide» di carbonio e titanio ieri sera sulla pista di Glasgow: lo sviluppo metrico è così lungo che per sbloccare la catena a qualunque essere umano che non sia Ganna servirebbe la spinta prolungata di due culturisti. A mille metri dal traguardo, Ganna perdeva infatti due secondi e due decimi dall’amico, rivale e compagno di squadra Dan Bigham, talentuoso ingegnere britannico. A quel punto nessun tecnico preparato e ferrato in matematica avrebbe scommesso un euro sulla rimonta del piemontese, che con un ritardo così pesante era destinato inevitabilmente all’argento. L’azzardo tecnico di Ganna (montare un mostruoso, impossibile rapporto che lo costringe ad un avvio dai blocchi enormemente più lento rispetto ai rivali) sembrava essergli stato fatale. E invece negli ultimi quattro giri il piemontese, facendo girare il catenone come la macina di un mulino (115 pedalate al minuto) ha recuperato mezzo secondo a tornata, volando l’ultimo chilometro in 57” e battendo il povero Bigham di 5 centesimi di secondo. L’ultimo giro, divorato in 14”241 a 63,2 km/h di media, non ha paragoni nella storia della specialità”.
| Non ci sono paragoni neppure con quanto succede intorno a lui, come raccontato da Alessandra Giardini su Domani.
“Se arrivasse il solito marziano e buttasse un occhio sulla pista mondiale di Glasgow vedrebbe che c’è l’Italia tra le grandi potenze. Meno di 60 milioni di abitanti, eppure siamo un paese di riferimento in uno degli sport più sofisticati: il ciclismo su pista è dettagli, millesimi di secondo, potenza e velocità ma anche tattica e strategia, forza e intelligenza. Materiali all’avanguardia, studi approfonditi, ore in galleria del vento. Le bici – Pinarello, Treviso – hanno telai concepiti con la stampante in 3D. Le ruote – Campagnolo, Vicenza – sono lenticolari tubeless. I caschi – Kask, Bergamo – hanno visiere avveniristiche che aiutano la prestazione. I body – Castelli, azienda del bellunese – hanno plasmature in plastica che cambiano da atleta ad atleta. A bordo pista ci sono gli ingegneri, come nella Formula 1. E sulla bici – a scatto fisso, senza freni né cambio – i Nuvolari che stanno facendo la storia del loro sport. Abbiamo i campioni, abbiamo le vittorie. Che cosa ci manca? Gli impianti. Siamo l’unico paese tra quelli del Mondiale a non avere un velodromo coperto aperto al pubblico. E Roma l’unica capitale a non averne uno (esiste un progetto per l’Eur, ma sulla carta). Come se uno potesse vincere nel nuoto senza avere una piscina, o diventare un campione di basket senza un canestro”.
ALTRE RUOTE
La vittoria di papà Espargaró
L’Aprilia è tornata alla vittoria con Aleix Espargarò a Silverstone, con un sorpasso a metà dell’ultimo giro su Francesco Bagnaia, andato in testa dopo la sfuriata iniziale di Jack Miller e la caduta di Marco Bezzecchi che era in pole. Ci sono state alla fine tre moto diverse sul podio, per il terzo posto di Brad Binder con la KTM, in Formula 1 chissà che darebbero per una corsa del genere: il Telegraph ieri mattina profetizzava proprio che su due ruote a Silverstone ci saremmo divertiti di più. Tre Aprilia nelle prime cinque sono un fatto. Per Aleix Espargaro è la seconda vittoria in MotoGP dopo l’Argentina dello scorso anno.
Repubblica con Massimo Calandri racconta lo show dello spagnolo sul podio con i figli.
“Il Capitano raggiunge il box, non fa neppure in tempo a scendere dall’Aprilia che i gemellini saltano in braccio al loro papà. Max e Mia, 5 anni. La piccola aveva pochi mesi di vita, quando è stata operata al cuore, diverse volte. «È una guerriera come me» sorride Aleix Espargaró. Laura, moglie e mamma, li guarda e si commuove: era accanto al Capitano, in griglia, un istante prima del via. Una famiglia felice. Fa un certo effetto, in uno sport dove ogni giorno si rischia la vita a 350 kmh. Ma la MotoGP sta cambiando: non è più tempo dei piloti che bevono whisky e la sigaretta tra le labbra. Qualche giorno fa è nata Blanca, la secondo figlia di Maverick Vinales, l’altro pilota ufficiale della squadra veneta. Che ieri è arrivato 5°, dietro a un terzo pilota-papà che corre con una RS-GP: dopo aver tagliato il traguardo, Miguel Oliveira ha mandato un bacio alla sua Alice, un anno e mezzo”.