
Con Alexia Putellas se ne va dal Barça una calciatrice totale, una figura che non si può riassumere dentro presenze, gol e trofei. Se ne va una leader che ha usato il suo status per cambiare le regole del gioco anche fuori dal campo. “Una decisione tanto dolorosa quanto saggia per la fine di un regno” ha scritto Ramon Besa su El Pais.
Nadia Tronchoni su El País ha scritto invece un saluto epico, politico e intriso di coscienza femminista. Come Borja “El Panda” Iglesias tra gli uomini, apparso al programma tv La Revuelta nei suoi panni di calciatore atipico, amato e odiato perché “osa essere calciatore e persona allo stesso tempo”, con opinioni politiche e sociali proprie, con le unghie dipinte, così Alexia Putellas ha rifiutato il silenzio. Per le donne, scrive Tronchoni, la battaglia è stata ancora più dura, perché per anni non sono state né calcolate né protette.

Il suo saluto ripercorre allora la storia di Putellas come il compimento di un sogno impossibile. Quando aveva sei anni e sedeva sulle gradas del vecchio Camp Nou con suo padre, vedeva giocare solo gli uomini. Non sapeva nemmeno che esistesse un pugno di donne che giocava “quasi in clandestinità” in quella che allora si chiamava Superliga.Ha dovuto lasciare la sua casa e la sua città perché il Barcellona, il club della sua vita, non aveva nemmeno una sezione femminile. È tornata, ha riempito quel Camp Nou, ha vinto il Pallone d’Oro e ha dato il via a una “trasformazione preziosa e irripetibile”. Ora, con un’eredità ormai assicurata, se ne va in un’altra lega.
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