L’equivoco sul ruolo di Ranieri


L’uomo che aveva le lacrime agli occhi per i cori della Curva Sud l’ultima volta che venne da avversario, l’uomo chiamato a riempire il vuoto emotivo e sentimentale lasciato dagli esoneri di Mourinho prima e di De Rossi poi, l’uomo che ha rinunciato alla panchina della Nazionale per amore del romanismo e della Roma, stamattina è il cattivo della storia, perché il calcio ha questo modo beffardo di rimescolare le carte, trasformando in un istante un eroe romantico in un capro espiatorio di una piazza.
Claudio Ranieri è addirittura, nelle parole di Gian Piero Gasperini, il meccanismo di “una macchina del fango” – e la maggioranza dell’umore popolare sta dalla sua parte, la parte di Gasperini, a dimostrazione del fatto che il confine tra l’abbraccio di una folla e la solitudine nel momento del distacco è spesso un velo sottilissimo.
In realtà le macchine del fango agiscono sott’acqua e nei chiacchiericci dei corridoi. Se qualcosa a Ranieri si può rimproverare è l’esatto opposto, essere stato impetuoso come un fiume che rompe gli argini, ingrossato da giorni e giorni di acqua trattenuta. Ha fatto tutto alla luce del sole, in tv e con parole nette. Non era la melma di un pantano, era una piena.
Ranieri non cade per manovre, trame o giochi nell’ombra. Il suo licenziamento – di questo si tratta – è il frutto di un’esposizione considerata fuori luogo e fuori tempo. È la circostanza che stamattina spinge a credere che tra lui e la Roma, tra lui e i Friedkin, tra i veterani del calcio e il calcio post-moderno ci sia stato e ci sia un grosso equivoco, quello che Sofia Coppola chiamerebbe Lost in Translation.
Già qualche tempo fa Ranieri ironizzò sul ruolo con cui era presente nell’organigramma. Il senior advisor. Lo disse col sorriso, “che significa poi”, non lo capimmo. Significa essere meno di un manager operativo e più di un consigliere decorativo.
In una grande azienda americana, un senior advisor è spesso una figura di esperienza che non gestisce la macchina giorno per giorno, ma aiuta a orientarla. Non è quello che firma ogni decisione, o tiene in mano il budget operativo. Sta più in alto e più di lato. È la chiave per capire come l’acqua trattenuta sia diventata una piena.
Nelle aziende americane che per i Friedkin devono essere un riferimento, un senior advisor dà consigli al ceo o al board su dossier delicati, usa le sue relazioni per facilitare contatti istituzionali o industriali, legge i rischi politici e reputazionali; fa da memoria storica o da guida per dirigenti più giovani; rappresenta l’azienda in certi contesti senza esserne il volto permanente.
Dipende molto da chi è e da come viene ingaggiato. Se conta davvero, il senior advisor è al massimo uno che orienta. Se conta poco, è un titolo elegante per dire che si tratta di una figura nell’orbita dell’azienda senza responsabilità dirette. È un consigliere senza una catena di comando quotidiana, ma con un peso sulle scelte nei momenti sensibili.
Dopo le tensioni pubbliche con Gasperini, i Friedkin hanno prima ribadito la centralità di Ranieri, poi hanno cambiato linea. In una mentalità aziendale americana — e ancora di più in una proprietà come quella dei Friedkin, che ha sempre coltivato il controllo del messaggio e la bassa esposizione personale — un senior advisor è uno che consiglia in privato, ma non intacca la gerarchia.
Qui probabilmente è nato il punto di rottura. Ranieri, per storia, statura, modo d’essere, non è un advisor da corporate America. È una figura molto italiana, calcistica, patriarcale in senso buono. Parla, protegge, si espone, pesa con la sua biografia. Può fare il consigliere autorevole, certo. Ma difficilmente può essere ridotto a un consulente laterale che resta nell’ombra e si limita a dire la sua quando viene interpellato. È troppo riconoscibile e troppo autonomo, troppo dotato di una sua legittimità pubblica.
È plausibile che i Friedkin abbiano vissuto la sua sortita come una violazione del perimetro, più ancora che del merito. Non solo per quel che ha detto ma per la libertà che si è preso di dirlo. In un modello americano puro, l’advisor può essere influente, ma non deve creare ambiguità su chi decide davvero. Il vero cortocircuito deve essere cominciato così. I Friedkin volevano un consigliere; si sono ritrovati una personalità. Perché gli uomini di calcio, dentro le company o i fondi che gestiscono i club, continuano a pensarsi come uomini totali, mortificati se non scelgono anche il colore degli evidenziatori sulla scrivania. È stato l’errore di prospettiva di Ranieri. È stato l’errore di ambiguità dei Friedkin. È stata la fortuna di Gasperini, seduto sul fiume come in quel proverbio cinese.
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