Il ritorno del Kuwait sulla scena del calcio internazionale

 

Il ritorno del Kuwait sulla scena del calcio internazionale

Il gol di Giresse era già negli appunti quando dentro lo stadio di Valladolid si mosse una figura che doveva restare al suo posto. Fahad al-Ahmed al-Jaber al-Sabah scese i gradini della tribuna, attraversò la linea laterale e andò a parlare con l’arbitro. Disse che i suoi avevano sentito un fischio, che si erano fermati per quello. L’arbitro ascoltò, annuì e annullò il gol. Se quarantaquattro anni dopo vogliamo trovare un momento nel quale gli sceicchi hanno cominciato a prendersi il calcio, quel momento fu al Mundial del 1982. Francia-Kuwait. Il gioco riprese senza discussioni o proteste organizzate, quasi in silenzio. Era tutto così irreale. I francesi guardarono l’arbitro, poi il tabellone. Nessuno capì davvero cosa fosse successo. Una nuova misteriosa regola non scritta aveva trovato il modo di farsi vedere.

Dov’era finito il Kuwait in tutto questo tempo, soppiantato da Supercoppe fra Doha e Riad, lo racconta stamattina L’Equipe, perché la Ligue 1 se n’è andata stasera a giocare laggiù il suo Trofeo dei Campioni, PSG contro Marsiglia, anche se a De Zerbi non piace e l’ha detto, cos’è questa roba di andare all’estero. Pazienza. Il calcio ha tirato dritto senza il parere di De Zerbi. Una Supercoppa che è il segnale di un ritorno ponderato del Kuwait sulla scena della diplomazia sportiva, dopo decenni di silenzio e di ritirata strategica.

Clément scrive che in un Golfo ormai abituato a una routine di potenza, la scelta del Kuwait sorprende. Non ha i mezzi dell’Arabia Saudita né l’ambizione totalizzante del Qatar, ma recupera così un filo interrotto. Negli anni Settanta, ricorda L’Equipe, questo piccolo Stato era all’avanguardia nella regione, capace di usare lo sport come linguaggio politico prima degli altri.

«Il Kuwait era la vetrina del Golfo, l’avanguardia di ciò che sarebbe poi diventato il Consiglio di cooperazione», spiega Raphaël Le Magoariec, citato da Clément. «Era il paese più precoce nell’apertura al mondo, grazie a una diplomazia sportiva costruita già negli anni Settanta». Dopo l’azzardo del Mundial, il calcio dello sceicco e quello francese si avvicinarono pericolosamente – come racconta ancora L’Equipe. Fahad al-Ahmed al-Jaber al-Sabah diventò amico di Hidalgo, partecipò all’addio al calcio di Platini, e le Roi Michel andò in Medio Oriente per commercializzare la sua linea di abbigliamento. Prima di portarvi da Ct la nazionale in ritiro [16-26 gennaio 1990], Platini fece perfino in tempo a giocare una partita amichevole con la maglia della nazionale. Della nazionale del Kuwait. Restò in campo i primi 21 minuti di un’amichevole contro l’URSS. Aveva il numero 10 ed era sia il regista della squadra sia il fornitore delle maglie. 

Poi tutto si è fermato. L’invasione irachena del 1990, la guerra del Golfo, la scelta della neutralità economica dopo il 1992 ha fatto uscire il Kuwait progressivamente dal radar sportivo globale. Resta la traccia di qualche presenza nei palazzi del potere, come quella del figlio dello sceicco Fahad, prima alla FIFA e al CIO, fino alla caduta per corruzione nel 2017. Ma il Paese, racconta Clément, aveva smesso di considerare lo sport una priorità simbolica.

Oggi il contesto è cambiato. Seduto su una quota enorme di riserve petrolifere ma privo dell’arma turistica dei vicini, il Kuwait cerca nuovi strumenti di immagine e influenza. «Il Trophée des champions è un evento test», dice ancora Le Magoariec nel reportage, «meno prestigioso delle Supercoppe italiana o spagnola, ma più accessibile. È un modo per rientrare in gioco». Anche la recente dissoluzione del Parlamento viene letta come parte di un riallineamento regionale: meno contro-poteri, meo disturbi, più margine d’azione per l’emiro, più facilità nel condurre una politica sportiva.

Clément aggiunge che il Koweït non punta a competere frontalmente con Riad o Doha. Almeno non ancora. «Pensa prima di tutto al business e alla risoluzione delle crisi», osserva Le Magoariec, «e usa lo sport per cambiare immagine, per ridare slancio a un Paese che molti ricordano solo per l’invasione dell’Iraq». La strategia passa da eventi più piccoli e meno appariscenti, dal calcio francese al padel. 

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