
Il tempo corre e non aspetta un po’ dappertutto. Nel deserto saudita di più. Le tappe delal Dakar si allungano fino a divorare l’intera giornata e il corpo dei piloti diventa un’appendice del mezzo, una riserva fragile da amministrare con precisione. Quando bere, quando mangiare diventano decisioni strategiche, prese in corsa. Figuriamoci la pipì e quell’altra cosa che fa molto ridere i bambini quando la sentono pronunciare.
David Fioux e Jérôme Bourret su L’Équipe raccontano il rally come una lunga trattativa tra la fisiologia e la sopravvivenza. “Il pilota della Dakar assomiglia a un dromedario: porta la sua riserva sulle spalle. Con tre litri di liquido nel dosso, acqua da una parte e bevanda energetica dall’altra, tutto arriva alla bocca attraverso un tubo. Ma nelle giornate interminabili non basta mai: ciò che si ingerisce non copre ciò che il corpo consuma, e l’organismo impara ad adattarsi giorno dopo giorno”.
Sulle moto lo sforzo è continuo, violento, senza tregua. Le soste sono ridotte al minimo, ogni secondo pesa, anche quando il corpo ne avrebbe bisogno. L’eliminazione dei liquidi è un problema. “Oggi nessuno si ferma più durante le prove speciali. Il ritmo è troppo alto. Tutto ciò che non viene espulso con il sudore deve uscire in un altro modo. Per questo esiste un tubo che parte dall’inguine e scarica vicino allo stivale. Funziona bene, a patto di essere realistici con le proprie misure e scegliere il modello giusto. Altrimenti capitano degli incidenti”. Non li vogliamo nemmeno sapere.
In auto la percezione cambia, l’inganno è lo stesso. Seduti, climatizzati, i corpi continuano a bruciare energia per delle ore. “Capita a tutti. Quando l’urgenza diventa insostenibile e sei sballottato da ogni lato, è un inferno. Non c’è alternativa: o ti prepari prima, o trovi una soluzione. Nessuno ne parla volentieri, ma fa parte della gara”. Mangiare poco, bere il minimo, non perdere tempo. Resistere. Arrivare. Una vitaccia.
I corpi dei motociclisti sono i più esposti. Stanno in gara senza una carrozzeria a fare da filtro. Nessun abitacolo, nessun parabrezza, solo un busto e delle gambe che attraversano l’aria, il freddo dell’alba, la polvere che si infila ovunque. La protezione diventa più di un accessorio. È una seconda anatomia fatta di strati, snodi, tessuti, elettronica. Fino a quindici chili da portarsi addosso. Per delle ore.
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L’Équipe ha seguito questa trasformazione da vicino, affidandosi al racconto di Benjamin Melot, uno che vive la Dakar dall’interno da anni, prima come meccanico e poi come pilota. “Un casco senza visiera, perché l’aria deve circolare, e una maschera come nello sci, con lenti diverse a seconda della luce. La polvere entra lo stesso – dice – ma meno se resti fuori dalla scia degli altri. Sotto, il collo va protetto dal sole, da impatti e intrusioni indesiderate, tipo gli insetti o tutto ciò che può infilarsi mentre ti muovi. Anche il rumore pesa, quello del vento e del motore, e alla lunga stanca più delle botte”.
Sotto la tuta non c’è abbigliamento, ma qualcosa che assomiglia a un reparto ortopedico portatile. Il corpo viene incapsulato, guidato, sostenuto. “Le ginocchiere non sono semplici protezioni: funzionano come articolazioni artificiali, con snodi e punti di flessione. C’è un fondello rinforzato per la sella, uno strato che separa la pelle dall’airbag, poi il gilet che avvolge il busto come un’armatura: petto, schiena, spalle, gomiti. È un insieme che si indossa, non un singolo pezzo”.
La tuta esterna, invece, rinuncia alla rigidità. Non è già pelle, ma non può essere ancora solo una corazza, deve muoversi, piegarsi e adattarsi. “I tessuti sono relativamente sottili. Non proteggono davvero dall’abrasione: per quello si conta sull’airbag. Sopra si aggiungono strati contro il freddo, come nei giorni in si parte al buio e la temperatura punge. All’occorrenza si indossa un tagliavento, o addirittura una giacca da sci. Quando il caldo arriva, l’acqua sul collo e sulla testa diventa una forma rudimentale di climatizzazione”.
L’elemento invisibile ma decisivo è l’elettronica che decide quando salvarti. “Un boîtier calcola e analizza. In caso di caduta, gonfia la protezione dorsale. All’inizio ti sorprende, poi diventa una certezza. I falsi allarmi sono quasi scomparsi e il controllo è severissimo: le cartucce sono contate, il peso viene regolamentato e le verifiche sono continue”.
Eppure dal divano sembra più facile.