Aiuto, le Olimpiadi sono morte
Nell’anno che conduce ai Giochi di Montréal, si alza un allarme intorno al futuro delle Olimpiadi. Se ne fa portavoce una firma olimpica come Aronne Anghileri sulla Gazzetta dello sport, dove il 2 gennaio parla di “ragionato pessimismo” e confessa “l’impressione di essere alla vigilia dell’Anno Mille, al termine di un’epoca. Le notizie provenienti da Montreal – si legge – sono sconfortanti; i ritardi, gli ostacoli, le corruzioni, i dubbi mettono in discussione tutto, fino all’essenza stessa dell’Olimpiade, che forse ha bruciato in un sole secolo – dal 1896 ad oggi – la reincarnazione di un’idea che De Coubertin aveva recepito dall’antica Grecia. I costi si sono ingigantiti in soli quindici anni: se a Roma 1960 i miliardi spesi erano pochissimi, per Montreal 1976 si parla già di 800 milioni di dollari, più di 500 miliardi di lire. Monaco 1972 è costata 600 milioni di dollari, quintuplicando i preventivi; Montreal li ha decuplicati, e forse non è finita. Quali altri paesi si butteranno in futuro nell’avventurosa organizzazione olimpica?”.
L’intuizione era esatta. Il CIO è dovuto intervenire sui temi che Anghileri sollevava cinquant’anni fa. Molti paesi hanno patito i buchi economici figli dei Giochi. Dopo Montréal l’Olimpiade ha vacillato sotto il peso di due boicottaggi e il doping dell’oro dei 100 metri. “Forse non ha più senso allestire pazzeschi cantieri per realizzare opere monumentali che non serviranno mai più a nessuno (vien da sorridere pensando all’ottimistico «faremo un’Olimpiade a misura dell’uomo>, ripetutamente sventolato dai canadesi). Guardiamo soltanto a Roma, a quel velodromo fuori uso, a quel palazzo dello sport regno della polvere, a quella piscina le cui tribune non si sono mai riempite, in 15 anni. Con quale spirito possiamo guardare alle centinaia di miliardi che spende Montreal, alle migliaia di miliardi che spenderà Mosca? Con quale spirito potremo andare in Canada a luglio, fingendo di credere ancora al messaggio olimpico che era ancora cosa viva al tempo di Helsinki, di Melbourne, di Roma? Il pessimismo in campo sportivo è forse obbligato, e deriva chiaramente dalla crisi generale che il paese attraversa. Anzi, è una crisi che interessa tutti i paesi del mondo, nessuno escluso, e rappresenta il malessere che sta dentro l’uomo, prima di essere economica”.