Il senso della pallamano per le donne dell’Angola

 

Il senso della pallamano femminile in Angola

  C’è anche l’Angola fra le 16 squadre passate alla seconda fase dei Mondiali femminili di pallamano. Le Perles non sono un’apparizione esotica né una sorpresa ciclica ma una piccola istituzione nel torneo. Teresa Almeida è sparita dalla scena internazionale dopo alcune manifestazioni segnate dalla sua fierezza e dalla sua emancipazione dalla dittatura del corpo: «Voglio essere la portabandiera dei grassi – aveva detto ai Giochi di Rio – tutti loro devono sentirsi fieri e orgogliosi quanto me. Non siamo gente inferiore, non partiamo battuti in niente. Forse è più difficile correre i cento metri ma un sacco di altre cose si possono fare ad alto livello, anche nello sport».

In porta l’Angola ha fatto altre scelte. Da decenni domina l’Africa con una continuità quasi irreale, e Célien Milioni-Brunet, su Le Monde, ricostruisce l’origine profonda di quest’egemonia. Non nasce da un colpo di fortuna ma da una storia lunga, politica, strutturale. È un racconto che comincia con l’indipendenza, passa dalle scuolae, l’investimento pubblico, perché grazie al denaro investito, la pratica è diventata culturale.

Nel periodo coloniale, il sociologo Pedro David Gomes ricorda che «le norme legali, sociali e razziali definivano chi poteva fare sport e in che modo». E per le donne nere, soprattutto delle classi popolari, la porta era serrata. La pratica femminile era un affare per pochissime, un privilegio urbano ed europeo. Poi arriva il 1961, la guerra di decolonizzazione, e il Portogallo vira: apre un po’ lo sport, integra qualche atleta nera per “vincere i cuori e le menti”. Un’apertura calcolata, che però prepara il terreno a ciò che succederà subito dopo.

Con l’indipendenza proclamata l’11 novembre 1975, il governo lancia un grande programma di pratica di massa. È qui che l’Angola imbocca una strada che nessun altro Paese africano seguirà con la stessa decisione. Arrivano i tecnici da Cuba e dalla Germania Est, arrivano metodi e allenamenti. La pallamano femminile diventa un vettore di immagine, un braccio culturale del Paese in guerra civile. I club fanno il lavoro sporco, decisive sono le strutture storiche. Il Ferroviario, nato durante la prima guerra mondiale, è la matrice di tutto: nel 1987 vince la prima Champions africana e spalanca un’epoca. Poi arrivano Primeiro de Agosto, club dell’esercito, e Petro de Luanda, espressione del colosso petrolifero nazionale. 

Le Monde spiega allora che le Perles sono figlie della politica sportiva e della politica punto e basta. È così che nel 1989 arriva il primo titolo africano a livello di nazionali. È così che nasce un mito: Palmira Barbosa, la più grande di tutte, che da giocatrice diventerà ministra. Il sociologo Gomes dice che «il successo della pallamano angolano è l’espressione di un’appropriazione e di una reinterpretazione: una disciplina importata dalla colonizzazione trasformata in spazio di mobilitazione e riconoscimento». Oggi il Ferroviario non è più il motore di una volta, ma Primeiro de Agosto e Petro de Luanda continuano a nutrire la nazionale. Delle 18 convocate al Mondiale, tredici giocano in uno dei due club. Eppure, questo dominio africano non basta per dominare il resto del mondo. Le Perles restano un gigante continentale e un outsider globale. Il loro miglior risultato è stato una settima posizione nel 2007. Domani nella seconda fase incontrano la Cechia.

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