Il viaggio della fiaccola: Karpenisi

 

L’ascensore olimpico nell’Arena di Verona

La scelta di mettere un ascensore in un anfiteatro romano è arrivata sulle pagine del Guardian. Lo faranno a Verona, all’Arena, più antica del Colosseo. Diventerà completamente accessibile prima dei Giochi Paralimpici di Milano-Cortina. È il posto dove si terrà la cerimonia d’apertura. Paul MacInnes racconta allora di come Andrea Varnier, amministratore delegato di Milano-Cortina 2026, definisca l’Arena «il simbolo dei nostri Giochi Paralimpici». Allo stesso tempo ammette che per molti la scelta è quasi un sacrilegio: «Per i puristi dei monumenti classici, costruire un ascensore in un anfiteatro romano è una blasfemia». Ma il punto è proprio questo: prendere una struttura millenaria e piegarla all’idea moderna di accessibilità. Una scelta estetica, ma soprattutto politica.

L’intervento – 20 milioni di euro – è presentato come l’asse di una strategia che Varnier considera parte dell’eredità dei Giochi: infrastrutture accessibili, trasporti pubblici ampliati, formazione per gli sport paralimpici invernali, un ecosistema che deve crescere in un ambiente definito «sfidante». Perché i Giochi passano, la città resta, e ciò che rimane deve essere utile e duraturo.

Capitolo neve. In un’Italia che si scalda dentro un mondo che si scalda, la produzione artificiale è inevitabile. Ma Varnier insiste: «Useremo solo acqua, senza danneggiare l’ecosistema». Macchinari nuovi, zero additivi chimici: neve vera, ma fatta dall’uomo. È uno dei compromessi del nostro tempo, Varnier dice che proverà a essere un compromesso pulito. Mentre Cortina si veste di cinque cerchi, i biglietti delle Paralimpiadi non corrono alla stessa velocità di quelli olimpici. «Gli spettatori sono ancora concentrati sui Giochi Olimpici, purtroppo è sempre così», dice Varnier al giornale inglese. È un problema antico del movimento paralimpico, e che neppure Milano-Cortina riesce a invertire. Alla fine, Paul MacInnes gli chiede cosa significherà successo. La risposta non parla di numeri, né di record: «In un certo senso abbiamo già avuto successo, grazie all’eredità che lasceremo». L’ascensore nell’Arena.

 

   

Karpenisi

71  giorni a Milano

Il sacro fuoco di Olimpia ha dormito per la sua prima notte di viaggio verso Milano  nello storico villaggio di Kalavrita, la cui stazione sciistica sul Chelmos è uno dei principali centri di sport invernali della Grecia. Dalle vette di Kalavrita oggi si dirige verso Karpenisi. Alla villa Kostis Palamas si terrà una cerimonia simbolica in onore dell’autore dell’inno olimpico, e da Patrasso la fiamma attraversa il ponte Rio-Antirrio, la meraviglia dell’ingegneria moderna che collega il Peloponneso con la Grecia continentale. Giulia Zonca per La Stampa dice che “a seconda di dove lo guardi: capolavoro di ingegneria o spesa abnorme che ha contribuito al default. Non serve il gioco delle associazioni”.

Il suo pezzo chiarisce la relazione tra il rito del fuoco e Hitler, “il primo a sfruttare l’iconografia del mito, ma l’idea non era certo sua e la tradizione olimpica è densa di controversie”. Fu Carl Diem, uno dei primi studiosi dello sport, fondatore di una università, a inventare il viaggio, “poi venduto a Hitler – dice Zonca – come specchio per la grandezza del Reich. Pubblicità: non l’aveva affatto progettato per questo, solo che dopo essersi venduto al diavolo non è riuscito a tornare indietro. A più di 60 anni dalla morte, ancora non sappiamo se era una persona concentrata sulla sopravvivenza o il tizio che davvero nel 1945 allenava la gioventù hitleriana della Berlino occupata citando Sparta. In ogni caso, il nome resta nel giardino degli dei. Le Olimpiadi non amano la Cancel culture e non ne hanno bisogno. Sono l’essenza della contemporaneità: mutano di continuo”.

Karpenisi si trova a mille metri d’altezza, a 285 km da Atene. Deve la radice del suo nome alla moltitudine di aceri della zona [Carpen] oppure alle parole turche che significano neve [Kar] e copertura [benis]. La cosa più bella di Karpenisi è che nell’antichità Karpenisi si chiamava Oichalia e aveva come re Eurito, un eccellente arciere, anzi pare che l’arco lo abbia inventato proprio lui ma senza brevettarlo. Il mito narra che sfidò il dio Apollo in una gara che gli costò la vita. Questo succede in genere contro Apollo. Allora il figlio di Eurito, Ifito, diede l’arco del padre a Odisseo e quello lo usò per uccidere i pretendenti di Penelope. Un amore tossico, in tutta evidenza. 

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