Bentornate streghe del Giappone: i Mondiali delle figlie di Mimì

Sessant’anni dopo fra le migliori 40 al mondo

Negli ultimi quarant’anni le giapponesi erano arrivate così in semifinale ai Mondiali di pallavolo solo una volta, anno 2010, medaglia di bronzo. Ma hanno tre ori mondiali e due olimpici fra 1962 e 1976. La storia olimpica della pallavolo debuttò proprio ai Giochi di Tokyo del ‘64. Era stato fino a quel momento il gioco della scuola e dei picnic, il passatempo di Brigitte Bardot e degli inviati di guerra in Vietnam. Diventava come la pallacanestro, con una sua dignità agonistica, e nel corso del tempo altrettanto universale. Il Giappone si avvalse della possibilità lasciata ai paesi organizzatori di introdurre nel programma dei Giochi nuove discipline. Scelsero il judo e quel gioco con la palla e con la rete.

Portarono nel volley preparazione fisica, lavoro di gruppo, la ricerca nella fisiologia. Nel podcast Tokyo 2gether prodotto da 3D, Carmelo Pittera racconta che alla scuola tecnica giapponese si deve l’introduzione di 33 finte diverse o variazioni. [si ascolta qui]. 

«È come fare una partita a scacchi, a 120 all’ora. A tutt’oggi noi insegniamo ai bambini l’alfabeto della difesa giapponese, perché a loro si devono gli studi di biomeccanica per avvicinare il baricentro al suolo». 

In quel 1964 la pallavolo aveva già alle spalle cinque Mondiali maschili, quattro vinti dall’Unione Sovietica e uno dalla Cecoslovacchia, più quattro edizioni femminili, con tre successi per l’URSS e uno per le ragazze giapponesi, andate a prendersi il titolo proprio a Mosca, nonostante avessero per capitana una ragazza che non raggiungeva il metro e 75 centimetri, Masai Kasai.

Raccontava di essersi avvicinata alla pallavolo a 13 anni, a scuola, perché si era presa una cotta per il professore. La campagna di reclutamento era stata finanziata dalla Nichibō Corporation, un’azienda tessile che aveva praticanti tra le sue operaie in ogni fabbrica. Aveva riunito le migliori e aveva creato una squadra vera nella filiale di Kaizuka, vicino a Osaka. Era stata affidata all’allenatore Daimatsu Hirobumi, ex comandante di un plotone dell’esercito.

Con gli stessi metodi militari sfiniva le ragazze dopo la sirena della fabbrica, dalle quattro e mezza del pomeriggio fino a mezzanotte. Le addestrava con un esercizio preso in prestito dal judo, il kaiten reeshibu, ruota e ricevi. Consisteva nel tuffarsi sul pavimento per difendere la schiacciata e poi girarsi su sé stesse per rialzarsi immediatamente. Quando le sovietiche persero dopo una partita del genere, diedero alle giapponesi il soprannome di Streghe d’Oriente.

Dopo il titolo mondiale, molte volevano ritirarsi e dedicarsi alla famiglia. Ricevettero cinquemila lettere che chiedevano di resistere, di giocare per l’oro olimpico. Lo vinsero il giorno prima della cerimonia di chiusura, con 4 mila spettatori al palazzetto e la principessa Michiko in tribuna. La pressione era aumentata perché prima della partita l’idolo del paese, il judoka Aki Kaminaga, aveva perso la sua finale contro l’olandese Anton Geesink.

Batterono l’Urss per tre set a zero e poi scapparono dal volley. Masai Kasai si lamentò con il primo ministro di non aver avuto il tempo per incontrare uomini e sposarsi.  Quell’oro fece nascere un programma tv e rese un successo mondiale un manga che raccontava le avventure di Kozue Ayuhara, studentessa del ginnasio che affidava allo sport la guarigione dalla tubercolosi. In Italia si chiamerà Mimì, ma l’avremmo vista solo nel 1981. Mimì si allenava con le catene ai polsi per migliorare la ricezione, ed era un richiamo alle sofferte vicende delle ragazze del 1964. Le vicende di Mila e Shiro sarebbero state molto più lievi, ma anche loro avevano un allenatore manesco.

Sessantuno anni dopo la finale olimpica del Komazawa Gymnasium che alle sette e mezza della sera fermò davanti alla tv due giapponesi su tre, le Streghe sono tornate. La nazionale Under-21 si è giocata qualche settimana fa l’oro mondiale contro l’Italia. È un ciclo nuovo. Sono le figlie di Mimì.

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SETTEMBRE 2023  |  Le prime donne turche a partecipare a un’Olimpiade furono Suat Aşeni e Halet Çambel, nella scherma, ai Giochi di Berlino del 36. Çambel era nata a Berlino, figlia di un confidente di Kemal Ataturk, nipote dell’ambasciatore turco in Germania. Si era laureata in archeologia alla Sorbona e aveva preso un dottorato all’Università di Istanbul, dove aveva incontrato Nail Çakırhan, poeta, architetto comunista, suo marito per 70 anni. Dopo la seconda guerra mondiale divenne lei stessa famosa nel mondo archeologico, restaurando una tavoletta che aiutava a decifrare i geroglifici ittiti.

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