Il ciclismo ha dimenticato la campionessa anni Ottanta

Bernard Hinault prese la sua maglia gialla in una cronometro a Strasburgo e la portò fino a Parigi, difendendola per quindici giorni da Greg LeMond e Stephen Roche in cima alle montagne di Morzine-Avoriaz, di Luz Ardiden, pure sull’Aubisque. L’ultimo Tour de France vinto da un francese è ancora quello. Ogni volta che arriva l’estate, i giornalisti francesi gli fanno una telefonata e lui racconta. Oui oui LeMond, oui oui Roche, oui oui l’Aubisque.
Tutto questo montone d’attesa si è trasferito nell’estate del 2025, esattamente quarant’anni dopo, sulle spalle di Pauline Ferrand-Prevot, la signora che viene da Reims, la città dei re, nel senso che qui hanno battezzato a suo tempo Clodoveo e dove sono stati incoronati tutti i sovrani dai Capetingi fino a Carlo X di Borbone, dal primo nel 987 fino all’ultimo del 1825. La bicicletta era stata inventata da otto anni.
Se vieni da Reims, a una corona non ti puoi sottrarre. Pauline Ferrand-Prevot non si è sottratta. Ha una storia meravigliosa. Per molti anni è andata a letto presto. Ha lasciato perdere la strada asfaltata e si è data a quel ciclismo splendido e sporco che si corre nel fango o sulla ghiaia. Ha vinto parecchio tra ciclocross e mountain bike, compreso un oro olimpico. È tornata quando la società che organizza il Tour dei maschi, la ASO, ha dato una struttura più vera e soprattutto il suo marchio anche alla corsa femminile e si è messa in testa di vincerla. Il successo alla Roubaix della primavera scorsa faceva parte del piano di avvicinamento.
Le hanno cucito addosso il tracciato giusto. Una corsa femminile non era mai stata così dura come la tappa di ieri sul Col de la Madeleine, dove la signora Pauline ha dato 1:45 alla migliore scalatrice del 2025 [l’australiana Sarah Gigante] e all’incirca tre minuti alle due avversarie che hanno il nome nell’albo d’oro della corsa, l’olandese Demi Vollering e la polacca Katarzyna Niewiadoma. Ora ha oltre due minuti e mezzo di vantaggio in classifica, e non deve difendere la maglia per quindici giorni come Hinault, gliene manca uno, solo oggi pomeriggio. Il traguardo finale è a Châtel Les Portes du Soleil, sulle Alpi, ancora in montagna ma guarda.
Così la Francia stamattina dice di nuovo quel che nei giorni scorsi ha ripetuto spesso: la maglia gialla sfuggita agli uomini, finalmente torna nel paese dopo quarant’anni grazie a una donna. L’ha gridato nelle settimane passate anche Marion Rousse, la direttrice del Tour nelle cui braccia la regina Pauline è crollata in lacrime ieri dopo il traguardo.
Eh. Solo che tra Hinault e PFP ci sono stati dei Tour vinti da Jeannie Longo. Non avevano il marchio di ASO, ma sempre di Giri di Francia si trattava. Così c’era una cosa da fare, e quelli de L’Équipe l’hanno fatta. Sono andati da Jeannie Longo e le hanno chiesto cosa pensa di tutto questo blablatage sui quarant’anni d’attesa e Bernard Hinault. Brava Pauline, ha detto Longo, brava, lasciate che si goda questo trionfo, la accompagnerà per tutta la vita.
Tuttavia, ehm, perdonate. L’ultima francese a vincere un Tour de France è stata Catherine Marsal, che lo vinse nel 1990 si chiamava Tour de la CEE Women’s. E lei – a dirla tutta – lo ha vinto nel 1987, 1988 e 1989. «Mi sento come se mi avessero calpestato – ha detto – mi sono depressa poco fa ascoltando il commento su France Info e la prima francese che eccetera eccetera». Per giunta tutto questo si trova in un’intervista realizzata da un giornalista che è dipendente della stessa azienda che organizza il Tour, a dimostrazione del fatto [di nuovo, per sempre] che la libertà non è un concessione. La libertà si prende.