Ne parla L’Equipe, chissà se è un progetto reale
Tre volte il gruppo è passato sui ciottoli di Montmartre prima di prendere la via per gli Champs-Élysées. Lo stesso tracciato disegnato per la prova in linea dell’estate scorsa ai Giochi. Tre volte le bici hanno ballato su quello strappo mettendo in fuorigioco i velocisti puri e facendo da catapulta verso il traguardo per il meraviglioso Wout Van Paperin-aert, stavolta risparmiato dal suo destino da Paolino.
Montmartre è stata “la cornice sublime di una battaglia eccezionale” si è arreso Alexandre Roos su L’Équipe dopo due-tre giorni in cui ha tenuto il broncio al Tour de France e alla sua Maglia Gialla.
“Dai – ha scritto ieri mattina quando Slalom era in altri paletti affaccendato – va bene, dimentichiamo tutto, portiamo con noi l’emozione di quest’ultimo giorno, le immagini di questa folla gioiosa, di questa corsa totale. Il ciclismo ridotto alla sua semplicità, alle sue fondamenta, una partenza, un traguardo, nessun calcolo, nessuna strategia, nessun tentativo di spiegare una cosa del genere con teoremi eruditi quando invece non ne sappiamo nulla, nessun parlare a schiovere”.
[Aperta parentesi. Oh, dunque. Chiacchiericcio sarebbe stata la traduzione migliore per l’originale adottato da Roos, una parola francese meravigliosa che andrebbe tutelata da qualche istituzione: blablatage. Il blablatage però non pare il chiacchiericcio dei parlanti italiani. Non è solo un rumore di fondo. È proprio un parlare fuori contesto, un parlare di troppo. Nella lingua madre che coi francesi ci siamo scambiati in alcune occasioni volute dalla storia, sarebbe appunto: un parlare a schiovere – la propensione cioè a ragionare senza un senso, come quando la pioggia cade a schioppi. Chiusa parentesi].
Insomma. Roos si consegna ma si prende la pizzicata e aggiunge che “se vogliamo essere ironici, bisogna scrivere che il Tour de France stesso ha dimostrato che non c’è niente di meglio delle corse di un giorno, le classiche. Ma dobbiamo anche ammettere che ci è dispiaciuto che l’ultima tappa sia stata così manomessa, nonostante sia stata un enorme successo”.
Il riferimento è alla decisione di neutralizzare i tempi sulla salita. “Ci viene ancora voglia di lamentarci della decisione, dovuta alle previsioni di pioggia. Se l’idea alla base della modifica del percorso era quella di avere una corsa, allora deve esserci una corsa fino alla fine. Perché l’ultima tappa dovrebbe avere uno status speciale? La stessa decisione sarebbe stata presa per il pavé del Mont Cassel? Cosa sarebbe successo se il distacco tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard fosse stato inferiore ai 30 secondi?”. Tutto questo accadeva mentre polemiche analoghe andavano in scena a Francorchamps per il GP di Formula Uno a Spa.
[Aperta parentesi-2. Vale sempre la pena ricordare che il datore di lavoro di Roos, i signori che gli pagano lo stipendio, sono gli stessi che organizzano il Tour de France, a testimonianza del fatto che gli uomini liberi la libertà se la prendono, non è che aspettano di vedersela concessa]
Montmartre ci ha restituito un Pogacar familiare, “il campione del mondo come lo conosciamo nel resto dell’anno, sempre pronto a una zinzinade * – ha scritto Roos – a mettere un po’ di legna nella stufa, a giocare, senza pensare al domani”.
[* Zinzinade dovrebbe venire da zinzin, un termine colloquiale che sta per bizzarria, follia. In italiano il De Mauro attesta un zinzinare, parola desueta che sta per bere a piccoli sorsi, ma siamo fuori contesto. Casomai volendo procedere per assonanza ci troveremmo dalle parti delle zanzare, dunque la zinzinade potrebbe essere tradotta come una puntura. A seguire il De Mauro dovremmo viceversa azzardare sbornia per zinzindade. In termini altrettanto colloquiali qualcuno in Italia la chiama mattata, ma è decisamente più brutto di zinzinade: lo lasciamo così].
Roos – e vediamo se la finisce – aggiunge che “abbiamo capito subito che la Maglia Gialla era interessata alla vittoria, fin dalla prima salita. Avrebbe fatto lo stesso durante il secondo passaggio, con la mano sul manubrio, ma questa volta si sono rotti i piatti, con solo cinque corridori rimasti alla sua ruota: Matteo Trentin, Wout Van Aert, Matteo Jorgenson, Davide Ballerini e Matej Mohoric, un gruppo da classiche”.
UN DESIDERIO O UN PROGETTO?
Domenica sera, al ritorno a casa, Roos deve aver messo sottosopra la redazione. Fatto sta che oggi L’Équipe la butta lì e si domanda se questa corsa che strappa sui ciottoli all’altezza di Montmartre non possa meritare un futuro, se non valga la pena immaginare una nuova classica fatta così.
O si tratta di un consiglio da appassionati ai piani alti dell’azienda, oppure hanno saputo dai piani alti dell’azienda che qualcosa si sta muovendo in quella direzione.
“Il percorso finale – ha scritto Audrey Quétard – potrebbe dar vita a un’idea un po’ folle: e se anche Parigi offrisse una sua grande corsa di un giorno? Pavimentazione insidiosa, meteo imprevedibile, un’atmosfera gioiosa, piccole asperità qua e là e una monte iconico da scalare più volte. Non vi ricorda niente? Un’illusione perfetta: è la descrizione di una corsa fiamminga”.
Quel che sappiamo è che ASO intende tornare a passare davanti al Sacré Coeur nelle prossime edizioni, per la felicità dei velocisti che si vedono sfilare dalle tasche il traguardo sugli Champs-Élysées.
L’Équipe azzarda che una eventuale Classica di Parigi potrebbe essere divisa in due sezioni. La prima, lunga circa 100 chilometri, potrebbe servire da riscaldamento con qualche pendenza “per alimentare l’entusiasmo del gruppo”. Il segnale di partenza verrebbe dato nei dintorni più collinari della regione.
“La valle di Chevreuse – leggiamo – a sud-ovest di Parigi, è l’opzione più ovvia, con il suo ambiente piacevole, le strade in buone condizioni e le salite brevi e ripide, se vogliamo, a raffica. Come quelle più leggendarie la Côte des 17 Tournants (1,19 km al 6,6%), ospite ricorrente della Parigi-Nizza, la Côte de l’Homme Mort (1,91 km al 4,2%), o la Côte de Châteaufort (910 m al 6,5%). Sono salite regolari, non brucerebbero subito i corpi, ma li immergerebbero nell’energia. Questa prima parte potrebbe variare da un’edizione all’altra e spostarsi geograficamente, verso le Côtes de Meudon o le salite del parco regionale del Vexin. La seconda sezione potrebbe essere strutturata dentro un circuito da ripetere più volte. Consideriamo una quindicina di chilometri, da ripetere dieci volte, per un totale ipotetico di 250 km, una bella distanza per una classica. Oltre al selciato della Butte Montmartre come giudice [1 km al 6,5%] potremmo aggiungere una deviazione attraverso il XIX e il XX arrondissement con rue Ménilmontant [870 m al 5,3%] e scoprire così nuovi tesori del territorio parigino. Tutte le classiche hanno un loro quid. Liegi ha le sue ripide salite, il Fiandre i suoi muri, la Roubaix il pavé infernale. La classica parigina si distinguerebbe per il suo aspetto urbano”.
Tanti dettagli. Davvero troppi per essere un desiderio e basta. O è un amore spassionato oppure a Parigi si stanno inventando qualcosa.
Qui ci sono tante belle foto de L’Équipe per la terza settimana del Tour.