Il limite tra la severità e il bullismo
Esiste una linea, esistono un solco, un confine, tra la severità di un genitore e il bullismo. È un tema che sta a cuore da tempo a Matthew Syed, editorialista del Times, se ne occupa spesso nei suoi pezzi di sport e il processo a Gert Ingebrigtsen per maltrattamento dei suoi figli lo riporta in superficie.
Quand’è che la persuasione diventa oppressione? Syed ricorda di essere stato incuriosito tempo fa dalla figura di Ted Beckham, padre di David, precisamente quando gli fu chiesto di scrivere una biografia del campione. Aveva sentito girare delle voci sulla sua brutalità. Era un ex giocatore che aveva fatto dei provini per il Leyton Orient, portava il bambino con il pallone al parco e col tempo sarebbe diventato una specie di cane da guardia contro le critiche dei giornali. Insomma: chi era Ted Beckham? Un padre devoto o un bullo?
Lo sport ha una lista lunga di genitori che non sanno stare nascosti tra il pubblico. Da Richard Williams a Earl Woods, da Judy Murray a Peter Coe. Dov’è il limite tra il mentore e il persecutore? Gert Ingebrigtsen rischia fino a 6 anni di carcere, ma è degno di nota che nella sua testimonianza abbia sostenuto di non aver fatto nulla di sbagliato se non aiutare i suoi figli a eccellere.
Syed scrive che gli psicologi distinguono innanzitutto tra motivazione intrinseca e motivazione estrinseca. La prima interviene quando ti dedichi a uno sport [o a un’altra qualunque attività] per il gusto di farlo. È già quella la ricompensa. E qui pare di poter inserire i casi di Beckham, delle sorelle Williams e di Coe – nel senso che avrebbero passato delle ore in giardino, in campo, al parco, a giocare a tennis e a calcio, oppure a correre, anche se non fossero stati costretti – diciamo così.
La motivazione estrinseca è molto diversa. Giochi a tennis non perché ti piace, ma per compiacere un genitore, o perché sei terrorizzato da cosa potrebbe succedere se non lo facessi. È una profonda contraddizione in campo psicologico. I bambini non si sentono grati a mamma o papà per averli portati in campo, col tempo finiscono anzi per provare risentimento nei loro confronti e hanno anche molte più probabilità di uscirne prosciugati. Diciamo che più o meno siamo nei paraggi di Jennifer Capriati, grande novità del tennis all’età di 14 anni prima di implodere.
L’altra grossa distinzione che l’editorialista del Times considera riguarda la relazione tra un papà o una mamma e l’obiettivo del figlio: Stanno spingendo un bambino affinché possa raggiungere il suo potenziale oppure si sono messi in viaggio per soddisfare il proprio ego? Sono adulti che guidano o adolescenti fuori tempo massimo che stanno rivivendo quella stagione della vita nella proiezione di sé dentro le vite altrui?
In questo contesto, scrive Syed, è interessante che Gjert Ingebrigtsen abbia invitato le telecamere nella casa di famiglia per un reality show televisivo in cui lui stesso aveva un ruolo, un programma diventato molto popolare in Norvegia nel 2016, prima che alcuni dei suoi sette figli fossero in grado di firmare il consenso e la liberatoria. Non è una prova conclusiva di niente, ma è un’indicazione suggestiva.
Mike Agassi è diventato l’orco degli orchi nella fabula del settore. Se c’è un padre cattivo da citare, viene in mente Open e il drago sputa-palline. Eppure non lo abbiamo visto così spesso in giro e raramente ha rilasciato interviste. Una memorabile fu con Emanuela Audisio per Repubblica nell’aprile di dieci anni fa. Nella sua villa di Las Vegas conservava ancora un robot sparapalle e aveva appena fatto uscire una contro-biografia dal titolo Indoor.
| È vero, ho attaccato una pallina da tennis sulla culla di Andre e appena ha potuto prendere in mano qualcosa gli ho messo una piccola racchetta, ma devo dire che questo ha sviluppato la sua vista in modo straordinario. Andre non aveva bisogno di muovere gli occhi per vedere. Per questo trovava angoli impossibili e si allenava con la macchina, al ritmo di un milione di palle l’anno. Tagliamo corto. Sono stato un tiranno? Sì. Sono stato duro e severo? Sì. Ma lo ribadisco: meglio un padre, un genitore, a fianco del figlio sportivo, che un allenatore. E anzi ai genitori di oggi dico: ribellatevi. Non fatevi rubare i vostri ragazzi dai centri tecnici, dalle scuole specializzate, dai guru. Amano per contratto, se lo fanno, non per sangue | MIKE AGASSI [l’intervista per intero è qui]
Picchiare un bambino, considera il Times, è decisamente il segno di un limite superato. Ingebrigtsen padre nega di averlo fatto, e lo nega con la forza dell’avverbio strenuamente. Ma cosa dire di un bambino che viene portato ogni giorno al campo di allenamento per ore e ore, fino a quando le sue mani non gli fanno male? Syed dice che prima di essere eventualmente un paradiso, si tratta certamente di un inferno in terra.