Pizzul se ne va, e a noi resta il problema di girarsi

Il telecronista che sussurrava ai gol

Il mondo dove Bruno Pizzul è stato Bruno Pizzul non esiste più e non tornerà. Non è riproducibile. Siamo tutti figli di un solo tempo. È pieno invece stamattina di telecronisti che raccontano di aver cominciato perché avevano sentito lui in televisione ai Mondiali eccetera eccetera. È lo scherzo che fanno i ricordi. È sempre pieno di persone che si raccontano al posto del morto, quando muoiono i Bruno Pizzul. Ma non possono esserci frutti di un Bruno Pizzul in chi oggi fa il lavoro di Bruno Pizzul, dove tutto è scandito dal ritmo e dalla frenesia, dai frame, dove una partita a Fortnite è l’avversario del Liverpool come dice il suo ceo. Abitiamo altri parametri. Se oggi Gianni Brera tornasse stagista in una redazione, gli direbbero di riscrivere il pezzo perché non si capisce. Non è questione di giusto o sbagliato. È diverso. Si imboccano altre strade. Qualcosa si aggiunge, qualcosa si perde. Si disegnano altre mappe, altre geografie. Non si prolungano all’infinito le vocali di un centravanti, non si urla pazzesco dieci volte a partita se confini con la nazione Pizzul, l’uomo che dopo un mondiale perso ai rigori, l’uomo che dopo il rigore di Roberto Baggio a Pasadena dice solo alto, il Mondiale è finito, l’ha vinto il Brasile. Non si possono tenere insieme i clean sheet e Bruno Pizzul. 

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Pizzul è stato un’isola nell’arcipelago del suo tempo. Non ci sono oggi calciatori che hanno fatto l’alpino, si sono laureati in giurisprudenza, sono stati professori alle scuole medie e poi hanno fatto pure il giornalista. È stato una tale isola che fuori il perimetro di casa sua [Cormonese, Pro Gorizia, Udinese], Pizzul ha giocato sempre e solo là, le isole, Catania in Sicilia e anche Ischia. Con tutto un mare attorno. Stamattina è bello commuoversi finanche dinanzi all’involontario destino toccato a Pizzul, cantore solo di epopee perdute, un Mondiale tirato alla luna [1994] dopo un altro buttato via in semifinale sempre ai rigori [1990], un Europeo perso all’ultimo tiro col golden gol [2000]. Bruno Pizzul è arrivato troppo tardi per la pipa di Bearzot e troppo presto per il sigaro di Lippi. Una nuvola di fumo e basta. In sostanza: quello che è la poesia. 

COSA SCRIVONO DI LUI

Eppure non è certo nel nome dei Bruno Pizzul che ogni domenica la prosa della messa cantata santifica sempre e solo i vincitori. Bisogna essere cresciuti in un mondo di ironia per saper attraversare quello che capita e per saper essere all’altezza di un dramma come l’Heysel. Maurizio Crippa sul Foglio giustamente invoca: non dite che ha insegnato calcio. Ha scritto: “Nel giorno dell’addio, non è soltanto la nostalgia nazionalpopolare e posticcia per un’Italia che non c’è più, perbene e forbita, figlia di buona terra e di buone scuole. Bruno Pizzul è stato uno degli ultimi che hanno vissuto lo sport come un fatto letterario, poetico, come un campo di lotta cavalleresca e simbolica in cui le passioni e la fantasia si compongono, invece di prendersi a male parole confidando che un labiale senza sonoro decida chi ha vinto”.

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Antonio Dipollina su Repubblica dice che “ne capiva, e quindi bisognava, nelle telecronache per il largo pubblico, usare la competenza fino al punto esatto per non usarne troppa. Ovvio, riusciva meglio nella Rai del tempo, quando la voce di un telecronista per spettatori a decine di milioni si scolpiva dentro e diventava naturale e obbligata per l’ascolto. Con quell’eleganza, poi. Era una brava persona, soprattutto, anzi ottima e questo lo dicono tutti, portando un rispetto superiore, raramente rintracciabile nell’ambiente. Gli si abbinano tratti di normale perfezione, ossimoro, su cui lui per primo sorrideva forte, smontando tutto con battute studiate («Grande? No, sono alto»)”. 

Marco Ciriello su Domani ha scritto che Pizzul “era carveriano senza saperlo, a cominciare dal cognome, troncato come quasi tutti i friulani. Un racconto breve. Aveva un nome da uccello: il Pizzul, che vola prevalentemente sugli stadi, si appollaia in tribuna e canta le gesta degli uomini che in basso sulla terra corrono e cercano di segnare. Una sorta di condor con la voce graffiante, che è stata la didascalia – mai banale – di tutto quello che avveniva sui campi e prima sugli spalti. Tutta la sua esagerazione si esauriva in un «francamente» come Rhett Bluter di Via col vento, e pur avendo frequentato l’Europa che parla difficile quando piove non usava inglesismi, pur avendo passato mesi sotto le nuvole del Messico non ci metteva la garra, al massimo aggiungeva che era «tutto molto bello», perché è stato un cuore allegro”.

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Oppure, aggiunge Ciriello, “il Pizzul potrebbe anche essere un fiume, uno dei tanti che hanno visto il sangue e il dolore delle guerre e le contrapposizioni: sponde di terre diverse che non si parlano, ma si sparano, e poi col tempo divenute squadre che per fortuna al massimo si mandano a quel paese scalciando e spintonandosi mentre corrono dietro un pallone. Affluente che sfociava in Rai come gli altri due grandi fiumi: il Carosio e il Martellini. Scorreva calmo e placido il Pizzul anche quando c’erano temporali di sconfitte.  Pizzul apparteneva al giornalismo che aveva bisogno del piatto per dire del pallone e del bicchiere per dire dello schema tattico”. 

Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera ricorda che “suo padre era macellaio: prometteva di regalargli una bicicletta nuova in caso di bocciatura a scuola per farlo entrare in bottega. Sua madre era maestra: lo invitava a studiare. Ascoltò lei ed era felice per ciò che aveva ricevuto, per come era andata, per ciò che aveva attorno. Darsi importanza, mai e poi mai. Piuttosto, un’ironia, quel tocco che possiedono le persone incapaci di prendersi sul serio”. 

Buon viaggio, Pizzul. Si dice così. A noi rimane il problema di girarsi. 

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