Thiago Motta è di nuovo solo

Thiago Motta è di nuovo solo

    Contrordine. Sì, un’altra volta. Contrordine. Thiago Motta e la sua Juventus erano passati dalla polvere delle Coppe a pretendenti allo scudetto nel giro di quattro-cinque giorni, e stamattina nello spazio di 24 ore sono di nuovo cenere, residuo di quella combustione delle nostre idee che mutano seguendo il rullo delle giornate: un pugno di facili opinioni mosse a comando dal libeccio. 

Tanto vale prendersi altri sette giorni per capire, prima di alzare nuove vele e doverle ripiegare, altri sette giorni per annusare se lo 0-4 di ieri sera a Torino è da mettere in carico alla orologeria atletica dell’Atalanta o al naufragio fisico e mentale della Juventus. Atalanta-Inter ha tutta l’aria di arrivare al momento giusto per dare una traccia, come quei tartufi avvolti dentro uno straccetto che servono ad addestrare i cani. 

Emanuele Gamba spiega su Repubblica che “la notte dei sogni viventi ha consegnato al campionato una squadra di zombie e un’altra di assatanati cacciatori di gloria e bellezza, che poi restituiscono a piene mani: oggigiorno, in A niente è più gratificante che vedere giocare l’Atalanta e, per la precisione, l’Atalanta in trasferta”. 

Cinque gol li aveva fatti a Verona e all’Empoli, Gamba scrive che i quattro di ieri avrebbero potuto essere il doppio perché “l’Atalanta si incaglia quando qualcuno s’arrocca nella propria area, ma in situazioni tattiche come questa ci sguazza: per paradosso, sarà un vantaggio avere da qui alla fine un calendario complicato”. 

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Antonio Barillà su La Stampa racconta che “tanti tifosi hanno lasciato lo stadio in anticipo, la sconfitta è sopportabile ma il tradimento no. Ci chiediamo, adesso, cosa pensa nel suo intimo l’allenatore, se è sempre convinto d’essere il migliore possibile per i suoi figli: diamogli credito e fiducia, ma al momento dobbiamo dire che non è il migliore per la Juve, per una società che ha speso tanto e l’ha accontentato in tutto”.

Luigi Garlando sulla Gazzetta arriva alla medesima considerazione quando scrive:  “La sintesi cruda? Thiago Motta si è fatto comprare i violini, ma non ha dato loro una musica. Questo è il suo fallimento. A Gasp vendono i suonatori e lui offre una musica sempre migliore. Se la Lazio oggi vince, sbatte fuori la Juve dalla zona Champions. Il progetto è a medio-lungo termine, ok, ma da ieri è impossibile non dubitare del futuro di Thiago Motta. E pensare che da queste parti c’era chi riteneva la Dea indegna della Champions”. 

Il campionato di alta classifica del Bologna senza Motta aggiunge altro pallet al falò di Thiago. È ammirevole perciò stamattina Arrigo Sacchi sulla Gazzetta: “Credo che i bianconeri – scrive – abbiano intrapreso la strada giusta, anche se può sembrare assurdo dirlo nel giorno in cui subiscono una simile batosta. Ma aver scelto un allenatore come Thiago Motta, che crede in un certo tipo di gioco, penso sia un ottimo inizio. Certo, ci vuole pazienza e ci vuole tempo per arrivare al massimo. Soprattutto, bisogna riuscire ad andare oltre certe delusioni, come questa contro l’Atalanta, per inseguire l’idea giusta”. Non occorre aver letto l’opera omnia di Freud per intuire che si tratta di una proiezione psicanalitica.

Paolo Condò sul Corriere della sera parla di “immaginaria candidatura della Juve” allo scudetto [era scettico anche nelle settimane scorse], trova che i 70 minuti di bel calcio del Napoli contro la Fiorentina “a questo punto della stagione sono molti” e aggiunge una serie di dati numerici interessanti: “Nei campionati a 20 squadre nessuno ha mai vinto lo scudetto segnando meno di 50 gol alla 28ª (e il Napoli è salito ieri appena a quota 45), mentre esistono due soli precedenti di campioni d’Italia che a questo punto avevano subito le 27 reti prese fin qui dall’Inter (l’Atalanta ne ha beccati 26, ma attenzione: nessuno nelle ultime cinque gare). Sono pochini i 61 punti con cui i nerazzurri guidano la fila, quartultimo risultato degli ultimi vent’anni, però qui c’è un precedente trionfale: il minimo assoluto sono i 59 di un’altra Inter, quella 2010 del Triplete. Una coincidenza che spiega l’andamento di questa ambiziosa stagione nerazzurra, dove si insegue tutto accettando di non essere perfetti in niente”.

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