USA e Cina, la guerra fredda fatta con l’antidoping

Il capo della WADA: “Se non fossero stati cinesi, non se ne sarebbe parlato”

L’Équipe pubblica stamattina l’intervista completa a Olivier Niggli, direttore generale della WADA, dalla quale nei giorni scorsi era stata estratta la dichiarazione sul tennis e le positività da picogrammi, quelle di Jannik Sinner e Iga Swiatek. Il giornale francese precisa che l’intervista si è tenuta alla presenza del direttore degli affari giuridici, Cyril Troussard, perché gli argomenti sul tavolo erano caldi: per esempio il caso dei nuotatori cinesi “che ha scosso la WADA, gettando seri dubbi sulla credibilità dell’organizzazione”.

Sette mesi dopo le rivelazioni del New York Times e della tv tedesca ARD, Niggli dice che «per noi la causa non è più in corso dal 2021. Abbiamo la pubblicazione della relazione del signor Éric Cottier che mi sembra abbia chiarito i punti sui quali siamo stati maggiormente attaccati, e cioè che avremmo favorito la Cina, non avremmo fatto il nostro lavoro. Il rapporto dice chiaramente che non è andata così. Per noi è la fine della storia. D’altra parte, durante il comitato esecutivo, abbiamo deciso di creare un piccolo gruppo di lavoro per discutere le raccomandazioni che ci sono state fatte.

La difficoltà è sempre quella di conciliare la tutela degli atleti e l’esigenza di comunicare in modo sufficiente affinché la gente non pensi che stiamo cercando di nascondere le cose. Nel caso cinese, non era solo la WADA a sapere, c’erano anche diverse organizzazioni. Non era una cosa pubblica ma nemmeno nascosta, chi aveva bisogno di sapere, sapeva. Ci siamo ritrovati a doverci difendere anche se non c’era nulla di nascosto. La pubblicazione dei nomi degli accusati in circostanze in cui si ritiene che non vi sia colpa, rimane una questione irrisolta». 

È a questo punto che si trova inserita la frase estrapolata qualche giorno fa, quando Niggli dice: «Posso capire che le persone si facciano delle domande, che pensino che siamo ingenui. Il punto in cui abbiamo maggiori difficoltà è quello dei casi di contaminazione che stanno emergendo in questo momento. Sono ovunque, non solo in Cina. Non è che siano più di prima, è che i laboratori sono più efficienti. Potremmo aver creato il problema proprio perché i laboratori sono migliorati. Rilevano quantità infinitesimali. Ma sembra che quando si tratta della Cina vengano poste più domande che per altri paesi. È su questo che mi sento meno a mio agio. Per noi il caso cinese è meno problematico di molti altri casi individuali. Ne abbiamo 23 che vengono scoperti per la stessa sostanza, approssimativamente nelle stesse proporzioni e nello stesso lasso di tempo. Se vuoi organizzare una cosa del genere, non è facile. Alcuni di questi atleti sono stati testati più volte di seguito con variazioni tra positivo e negativo. Queste variazioni, da noi studiate, hanno contribuito a convincere gli scienziati che uno scenario da doping non torna. Per questo siamo rimasti ancora più sorpresi, perché per noi non è stato affatto un caso complesso. È una storia eminentemente politica. Se non fosse stata la Cina, non sono sicuro che ne avremmo parlato».

Così Niggli passa ad affrontare il nodo dell’USADA, l’agenzia americana. «Questa vicenda – dice – venne fuori in maniera orchestrata negli Stati Uniti, poco prima delle Olimpiadi. Non c’era nulla di casuale in questa sequenza temporale di eventi. L’USADA, un anno fa, si è rivolta ai nostri investigatori con domande su questo caso cinese. Loro ne erano a conoscenza, noi abbiamo risposto, ci siamo offerti di fornire dettagli, ma per un anno non abbiamo più avuto risposta finché la storia non è apparsa sulla stampa. Per me questo non significa voler migliorare la lotta al doping. Si chiama organizzare una sorta di colpo di stato con gli ingredienti giusti, perché la storia coinvolge la Cina e permette di riattivare sostegno politico agli Stati Uniti per cercare di fare pressione sull’organizzazione. Aveva lo scopo di indebolirci altri scopi. Dà un’immagine negativa dell’antidoping e me ne rammarico sinceramente. Avremmo voluto che l’USADA adottasse un approccio costruttivo nei nostri confronti. Anche se non fossero stati d’accordo, lo avremmo accettato. Ma non si può dire che siamo corrotti o venduti alla Cina».

Il direttore della WADA dice che «era davvero una situazione complicata da gestire e richiedeva molto lavoro. Durante tutti questi mesi siamo stati accusati senza alcuna prova. È destino dell’autorità di regolamentazione essere criticata, ma in questo caso la componente politica è stata particolarmente sgradevole perché abbiamo davvero avuto l’impressione che non fosse tanto di antidoping che si parlava. Ora dobbiamo guardare avanti, imparare la lezione di questo episodio e mettere in atto misure di salvaguardia per evitare di ritrovarci in questa situazione. Il miglior barometro di questa storia è stata l’Olimpiade di Parigi, dove abbiamo ascoltato migliaia di atleti. Nessuno ci ha parlato dei nuotatori cinesi. Non sono sicuro che gli atleti non credano più nel sistema. D’altro canto, l’opinione pubblica e i governi si pongono delle domande. Ci vorrà del tempo per ricostruire la fiducia. L’unico modo è continuare a svolgere il nostro lavoro nel modo più pulito possibile. Sapendo che la lotta al doping non è una scienza assoluta e che ci troveremo sempre di fronte a nuove sfide». 

 

Le altre tre puntate dell’inchiesta dell’Équipe |  L’antidoping, il disordine globale | La guerra degli informatori | La perdita di controllo della WADA sulla vicenda dei nuotatori cinesi

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