Il fenomeno Malmö. Ma potrebbe essere un boomerang

Nel giorno della prima partita di Europa League contro i Rangers Glasgow, sulla tribuna nord dello stadio di Malmö hanno appeso uno striscione: “Mentre il calcio europeo è sull’orlo della rovina – si leggeva – noi viviamo sull’orlo di un’età dell’oro”. La squadra più ricca e più vincente della Svezia, l’unica scandinava ad aver mai raggiunto una finale di Coppa dei Campioni [1979], non solo è tornata competitiva in Europa, ma è a poche settimane dai festeggiamenti per un altro scudetto.
The Athletic le ha dedicato un approfondimento, partendo dall’orgoglio del pubblico e dai pezzi di carta sollevati in aria dagli stessi tifosi nella stessa partita. Con la scritta: “51%”. Un riferimento alla legge secondo cui i club devono essere posseduti in maggioranza dai loro tifosi. Come in Germania.
“Le squadre della serie A – racconta Rory Smith – non sono proprietà da scambiare con società di private equity o capitalisti aziendali o reti multi-club o principi ghiottoni. Lo status è stato duramente conquistato e rimane ferocemente difeso. La Svezia va perfino oltre la Bundesliga tedesca. Le tv devono dare almeno due mesi di preavviso se intendono spostare gli orari delle partite per la diretta. Alle squadre non viene chiesto di viaggiare per più di 30 miglia nei turni infrasettimanali. I tifosi sono finora riusciti a evitare l’introduzione della VAR, con la motivazione che rovinerebbe l’esperienza per chi si trova all’interno degli stadi. È un campionato progettato dai tifosi, per i tifosi”.
Due giorni fa su El País Alfredo Relaño ha parlato di americanizzazione del calcio, un’americanizzazione filosofica prima che economica, portando a sostegno della tesi i cinque cambi, la personalizzazione delle maglie, gli arbitri diventati otto, le discussioni sul tempo effettivo. La Svezia sembra il posto che resiste. Nel 2012 un sondaggio riferiva che solo l’11 percento dei tifosi considerava l’Allsvenskan la loro competizione sportiva preferita: prima venivano la Premier League, la Champions League e la serie A di hockey su ghiaccio. Un decennio dopo, la percentuale è salita al 40 percento e nello stesso lasso di tempo le presenze allo stadio sono raddoppiate, i ricavi triplicati.
Smith scrive che il Malmö “incarna tutto ciò che di buono c’è nell’approccio svedese. Il club è l’ideale platonico del calcio svedese; una storia di successo autenticamente organica. A cavallo del secolo sono retrocessi in seconda divisione: 25 anni dopo sono di nuovo la forza preminente del paese. Non c’è stato nessun investimento esterno, nessun benefattore miliardario, nessun deus ex machina, solo la visione a lungo termine, la capacità di prendere decisioni intelligenti e il pensiero giudizioso di un club di proprietà e gestito dai tifosi”.
«Ci siamo guadagnati tutto da soli» dice l’amministratore delegato del club, Niclas Carlnen. Però dice Smith che “il problema — certamente per la lega, e molto probabilmente per il Malmö stesso — è il rischio che il club sia gestito troppo bene. Che il suo successo inizi a far sembrare il modello svedese non tanto un punto di forza quanto una debolezza. Che non sia l’inizio di un’età dell’oro, ma qualcosa di più simile alla fine”. Perché? Perché vince sempre il Malmö. “Ha vinto così tanto che persino i tifosi più accaniti del club hanno difficoltà a tenere il conto”. Non è mai un bene, lo ha ricordato pure JJ Redick dalla panchina dei Lakers in NBA a quanti vanno insinuando che il calo degli ascolti in tv della pallacanestro sia dovuto all’assenza di una egemonia. Una tesi audace.
Il Malmö ha vinto tre degli ultimi quattro campionati e sette degli ultimi undici, spezzando una delle principali forze d’attrazione dell’Allsvenskan. Fra 1996 e 2008 era stato vinto da dieci squadre diverse, un’undicesima è arrivata nel 2011, “producendo una varietà di campioni molto più ricca di qualsiasi campionato comparabile in Europa”. Solo la Polonia [otto campioni] e la Romania [nove] si avvicinano. “Questa diversità – spiega Smith – può essere interpretata sia come conseguenza del modello svedese [l’assenza di investimenti esterni significa che nessun club ha un vantaggio finanziario insormontabile sui rivali] sia come motore del suo successo. Le presenze e l’interesse aumentano quando le singole partite e le stagioni nel loro complesso non sembrano avere esiti prestabiliti. Ora, però, il panorama è cambiato”. Segue reportage fra i tifosi – che hanno tutta l’aria di essere illuminati quando dicono di sperare di avere quanto prima “altri club che possano seguire il loro esempio”. Oppure deve essere un tratto della svedesità.