Perché lasciare il match di Tyson in un cono di non-curanza

 

La maniera migliore di parlare del match di Mike Tyson l’ha forse trovata Dario Torromeo, firma di spicco del pugilato e non solo, a lungo inviato per il Corriere dello sport-stadio intorno ai ring di tutto il mondo, autore di numerosi libri su sport e giornalismo, oggi curatore di Storie di boxe. La maniera migliore è stata non parlarne. È per amore del pugilato che questo match andava lasciato in un cono d’ombra e anzi di più, di non-curanza. Mike Tyson che sale di nuovo su un ring a 58 anni non è irrilevante ma non c’entra nulla con le vicende a cui pure è stato accostato, il ritorno di Alonso, il ritorno di Jordan, il ritorno di Lindsey Vonn. La boxe ha fatto spesso scempio del concetto di ritorno, ne ha proposti di poco plausibili, a certe età improbabili. Ma questo rientro di Tyson è stato perfino di più. È stato un non-ritorno. Bastava considerare il canale che ha trasmesso il match, Netflix, il tempio contemporaneo delle finzioni, nel senso borgesiano che diamo al termine, cioè racconti, oppure meglio ancora: artifizi – come ottant’anni fa lui stesso chiamò la seconda parte della raccolta. 

Mike Tyson che sale su un ring per sfidare uno youtuber non può essere giudicato con la vecchia grammatica adoperata nei giorni delle prime 37 vittorie consecutive di cui 33 prima del termine, non può essere giudicato con le espressioni adoperate nel giorno in cui venne messo al tappeto da Buster Douglas o quando perse da Evander Holyfield e gli morse l’orecchio. Neppure possono valere ancora i criteri con cui guardammo il match del 2002 contro Lennox Lewis: quello sì un ritorno. Non aveva molto senso parlare di questo evento con la lingua dell’epica alla vigilia, non ha molto senso ora parlarne in termini di sconfitta, di resa al tempo che passa – poi – figuriamoci: come se fosse davvero ancora uno sportivo. Non ha senso leggere i suoi movimenti, la rapidità, l’agilità, la settima ripresa, l’ottava, l’equilibrio precario, cosa importa. Non ha perfino senso parlarne nella sua accezione estrema di mortificazione o umiliazione, neanche con l’aggiunta imparabile dei vocaboli più consumati per prendere le distanze: vergogna, scandalo, malinconia, tristezza oppure farsa, in effetti farsa va molto, funziona, è come il nero, sta bene su tutto. 

Embed from Getty Images

Esiste un bagaglio di concetti masticati, adoperati altre volte sia per lui sia per altri, che ora si rivela inservibile per questo non-match definito esibizione. Tyson contro uno youtuber rispondeva a un’altra logica. Di ritorno di Tyson abbiamo parlato e parliamo solo noi che siamo suoi coetanei, noi che avevamo vent’anni o trenta quando Tyson combatteva sul serio. I ventenni di oggi sanno che questo match è esistito perché era il match di Jake Paul, come fa notare Marco Ciriello sulla Gazzetta. 

“Per i ragazzi di oggi – ha scritto – vedere Tyson tornare a combattere equivale a Sigmund Freud che va ad Atene, vede l’acropoli, e scrive al fratello: allora è tutto vero. Esiste la storia della boxe. Ma non è più boxe. È evocazione della boxe. Una seduta spiritica per tenere in piedi il ricordo di uno dei più grandi pugili della storia del pugilato e forse l’ultimo con un piede sul ring con la dignità di Joe Louis. … Non a caso è mancato il conteggio dei secondi. Quella parentesi teatrale che il pugile deve attraversare per rimanere aggrappato al tempo dell’incontro. Se Tyson fosse andato al tappeto avremmo avuto una riapparizione del tempo della boxe. Invece, negli ultimi due round la gente fischiava perché sentiva l’assenza della realtà, alla quale non bastava il ritorno sul ring di Mike Tyson”.

Questo è il senso della partita giocata da Netflix dentro quelle corde e fuori. È lo stesso senso che ha portato l’allenatore argentino di un club argentino di Primera Division a mandare in campo il più famoso youtuber del paese. Un minuto e l’ha sostituito. È stato un innesto di intenzioni e di interessi come quelli che si fanno sulle piante, sul pesco, sulla vite. La differenza è che in natura si procede verso primavera-estate, ora siamo con tutt’e due i piedi dentro l’autunno, e Tyson più di tutti noi. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.