L’arte antica e raffinata di spaccare una racchetta

  Sfasciare una racchetta è un’arte. Non sarà un gesto bianco, sarà più rosso, rosso rabbia, ma appartiene anch’esso ai Classici, alla più pura delle interpretazioni del tennis che viene da lontano, diciamo almeno dagli Anni Settanta. Andrej Rublev è uno dei suoi interpreti migliori e non si è sottratto neppure stavolta. Solo che. L’erba di Wimbledon ha una sua sacralità. Ai giocatori non è permesso toccarla [tranne quando Djokovic vince e ne bruca una porzione].

Anziché picchiare la racchetta sui prati, Rublev se l’è sfasciata sulla coscia, ecco, fino a perdere sangue dalla gamba, una specie di autoflagellazione per aver lasciato andar via la partita contro Cerundolo. La rete è piena di compilation di giocatori che rompono i loro attrezzi, ma una scena così in effetti ci mancava. Un un gustoso pezzo su The Athletic, James Hanes scrive che “se ci fossero dei punti, Rublev ne avrebbe uno basso per stile, controllo e danni procurati, ma altissimo per l’aggressività”. 

    Un articolo del Pittsburgh Post Gazette di 66 anni fa già descriveva l’australiano MERVYN ROSE come uno specialista, ne aveva rotte due agli Australian National Tennis Championships del 1958, un decennio prima dell’era Open. Rublev non ha inventato niente. Il suo connazionale Mikhail Youzhny – quarti di finale di tutti e quattro i tornei del Grande Slam – si è iscritto nella leggenda del tennis quando nel 2008 si martellò la fronte con la racchetta dopo aver mancato una risposta facile facile, era sotto 4-5 contro lo spagnolo Nicolas Almagro a Miami. “Qualcosa dentro di lui si era rotto, per fortuna non si ruppe il cranio” fa notare The Athletic.

Una piccola impresa di masochismo è stata messa a segno dal francese Arthur Rinderknech al Roland-Garros di quest’anno, era in vantaggio per due set a uno ma sotto 0-2 nel quarto contro Tomas Martin Etcheverry, e allora ha preso a calci un cartellone pubblicitario, con una discreta dose di rabbia, fino a sentir dolore al piede, ai è rotto l’alluce e ha dovuto lasciare il campo. 

Hanno rotto racchette Roger Federer e Novak Djokovic, Serena Williams e Victoria Azarenka; Marcos Baghdatis, Benoit Paire, tante tantissime John McEnroe e Nick Kyrgios, ma i maestri riconosciuti dell’arte sono stati Marat Safin e Goran Ivanisevic. Nel 2000 durante una partita il croato esagerò, non gliene rimasero più. Safin ha invece tenuto il conto complessivo. Ha detto di averne sfasciate 1.055 in carriera. O forse se l’è inventato.

QUELLI CHE INVECE MAI

Chi si è distinto per una totale avversione al gesto è stato Rafa Nadal in campo maschile, Venus Williams in campo femminile. Una volta Gaston Gaudio osò mettere in crisi la narrazione del Rafa placido, raccontò di averlo visto che ne spaccava sette in una partita lontana, da ragazzino. Stavano partendo le querele. Venus lo ritiene un segno di debolezza. In un’intervista tempo fa disse che gode nel vedere una sua avversari mentre lo fa. «Penso: oh, dai, vai avanti, vai avanti. Mi sento cosme se fossi io la sua burattinaia». The Athletic giustamente sottolinea che sarebbe stata l’avversaria perfetta di Ivanisevic.

Con le racchette moderne bisogna fare attenzione. Sono state trasformate in attrezzi altamente tecnologici. Rimbalzano. Lo sanno bene quegli spettatori che ne hanno vista arrivare una, quando Kyrgios provò a fare la sua in mille pezzi a Wimbledon nel 2017, Irina Camelia-Begu a Parigi. Ecco perché l’altruismo di Rublev deve commuovere. Te la spacchi addosso e non si fa male nessuno. Nessun altro, ecco, in questo senso.

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