L’anello mancante dei Giochi è l’Africa

 

   

POPOLI

L’anello mancante dei Giochi

L’Africa è l’anello mancante dei Giochi. Non è tanto una questione di medagliere immanente, sebbene finora un oro sia andato solo al Sudafrica nei 100 rana di Tatjana Smith nata Schoenmaker. Tra qualche giorno arriveranno etiopi e kenyane nell’atletica leggera. Il fatto è che il continente non ha mai organizzato i Giochi olimpici dalla loro rinascita del 1896. È l’unico continente. Ne scrive Le Monde ricordando che si tratta di un continente che ha vissuto un rapporto tumultuoso con il movimento olimpico, segnato da pregiudizi razzisti e dal contesto geopolitico, sin dall’indipendenza

Nel 1997, Città del Capo voleva i Giochi 2004, ma la città sudafricana fu eliminata al quarto turno di votazioni in favore di Atene, nonostante il sostegno di personaggi come Desmond Tutu.

Quanto ancora dovrà aspettare l’Africa prima di ospitare i Giochi? «Non possiamo dire che sia triste o che sia un’anomalia. Considerata la portata delle Olimpiadi, è comprensibile. Bisogna essere realisti» dice Mohamed Diop, ex nuotatore, senegalese. «La spiegazione è semplice: le infrastrutture non sono all’altezza» riassume l’algerino Mustapha Berraf, presidente dell’Associazione dei comitati olimpici dell’Africa. L’inchiesta di Moustafa Kessous è tutta QUI

I dragoni d’Asia

L’Asia è invece tutto uno scintillio di medaglie. Libération in Francia si sofferma sull’ascesa nel judo, il cui medagliere vede finora cinque nazioni con un oro, nessuna europea, con il solo Canada che viene dall’Occidente per infilarsi fra Giappone, Kazakistan, Azerbaigian, Uzbekistan. 

È il caso di dire: Europa, che succede?

Succede che le federazioni si sono dotate di budget meravigliosi per attirare i migliori allenatori stranieri, spiega il giornale della gauche francese. Gli adepti del circuito lo chiamano Judostan. La Nazionale kazaka è allenata da Stéphane Traineau, il francese che tre anni fa scoprì da un articolo de L’Équipe di essere stato licenziato dalla federazione. Il suo ex compagno di stanza David Douillet gli disse: fai le valigie e dirigiti verso la terra dei cosacchi. 

Scrive Libération: Visto da lontano, questo esilio potrebbe somigliare a un gulag. In realtà, negli ultimi anni i paesi in stan, ma questo mappamondo include la Georgia o la Mongolia, sono apparsi agli occhi dei vecchi veterani come un Eldorado, dove le attrezzature sono all’avanguardia, i soldi sono illimitati per competere in tornei in tutto il mondo. Il denaro non è un problema, ammette Traineau e Libération spiega come il Kazakistan è gas, petrolio, uranio, caviale. 

Alla guida della federazione mondiale svetta il russofilo Visir, da tempo vicino a Putin, spiega Libération, così il baricentro del potere si è spostato verso est, con le grandi capitali dell’Asia Centrale – Baku e Astana – centrali nell’organizzazione di numerosi Master e tornei del Grande Slam, sponsorizzati dalle compagnie petrolifere locali. Putin è del resto un ex judoka e fino all’invasione dell’Ucraina è stato il presidente onorario della federazione internazionale.

Dell’influenza della politica sulle vicende dello sport scrive pure Valerio Piccioni su Domani, a proposito delle controversie presenti nel mondo della boxe, uno sport sull’orlo del burrone. Troppi intrecci politici ed economici lo stanno buttando giù. La federazione internazionale è retta dal russo Umar Kremlev, finanziato dalla Gazprom, vicino al Cremlino, in rottura con il Cio che lo accusa di mancanza di trasparenza nella gestione delle risorse e degli arbitraggi. Rischia l’esclusione nel 2028 e c’è una scissione in atto. Così c’è una nuvola di incertezza sui verdetti dell’Olimpiade.

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