GLI ANNI CON IL QUATTRO
I televisori in Italia non erano più di 35mila, concentrati quasi tutti al nord, qualcun altro stava sparso fra la Toscana e l’Umbria, tra le Marche e Roma. Un 17 pollici costava 200mila lire, il primo canone di abbonamento 15mila, la tv era ancora un lusso nel paese all’inizio degli Anni Cinquanta, e come un lusso partirono le trasmissioni Rai il 3 gennaio del 54, pazienza per il Sud se non ce la faceva. Era un servizio pubblico, come scrisse quella mattina il Corriere della sera con un articolo di taglio basso a pagina 2. Ma non per tutto il pubblico. Cominciamo lo stesso, si dissero, il meridione si arrangerà.
Alle undici del mattino sullo schermo apparve Fulvia Colombo, la prima annunciatrice, e annunciò i programmi della giornata. In realtà non iniziarono prima delle 14 e 30. Le prime tre ore della storia ufficiale della nostra televisione se ne andarono tutte per i discorsi ufficiali dal marciapiede di corso Sempione a Milano, dai centri di Roma e di Torino, dai quali parlarono tre giornalisti, un ministro, un cardinale, il primo presidente Cristiano Ridomi.
Quella mattina i televisori negli Stati Uniti erano già venti milioni e stavano arrivando quelli a colore. In Inghilterra erano due milioni, in Russia duecentomila, in Francia cinquantamila, la Germania come l’Italia era ancora alla fase sperimentale.
La prime prove erano cominciate da noi nel settembre del 49 a Torino con un impianto importato dagli USA. Il 12 aprile del 52 era andata in onda la prima telecronaca in diretta dalla Fiera di Milano e il giorno dopo era stata ripresa la benedizione del Papa. Dal gennaio al luglio del 53 erano state trasmessi con una certa regolarità dei programmi sperimentali su un canale di proprietà dello Stato, il Programma nazionale, in bianco e nero.
La Rai si era fatta dare dal demanio 13.000 metri quadrati di terreno a Roma, quartiere Clodio, dove sarebbe nato il centro di produzione di via Teulada. Il personale era stato formato da tecnici, registi ed esperti venuti dalla BBC britannica e dalla RTF francese. Il direttore del tg era Aldo Passante, di area liberale, aveva la redazione a Milano. Solo verso la fine degli anni ’50 la tv italiana avrebbe spostato il proprio baricentro verso Roma, con il trasferimento nel vecchio Hôtel de Russie in via del Babuino.
La novità aveva rimescolato anche la routine dei settimanali, lesti a cogliere l’impatto sociale che avrebbero avuto le immagini nelle case degli italiani, ancora pochi certo, ma chi non aveva l’apparecchio andava a vedere le trasmissioni al bar. Sorrisi e Canzoni d’Italia si trasformò in TV Sorrisi e Canzoni, il Radiocorriere diventò Radiocorriere TV, Bolero Film cambiò la testata in Bolero Teletutto. La televisione arrivava come una concorrente dei settimanali popolari per quanto riguarda il mercato pubblicitario e i settimanali popolari studiarono il modo per trattenerne dei riflessi. “È una crisi planetaria quella che si abbatte sui settimanali, che non risparmia neppure i grandi colossi americani ed europei”, ha scritto Massimo Emanuelli nel libro Cinquanta anni di storia della televisione italiana.
Sulla copertina del Radiocorriere del 3 gennaio 1954 c’era la fotografia dell’operatore piacentino Gozzini con il titolo TV, Pronti? Via! Sulle pagine del settimanale iniziarono a comparire inchieste legate ai programmi televisivi, mentre Sorrisi e Canzoni toccava la tiratura di 350mila copie.
Nella fase della Rai sperimentale aveva avuto un grosso ruolo il Quartetto Cetra, con una serie di sketch che anticipavano lo sceneggiato. Aveva cominciato nel novembre 1953, un viaggio immaginario attraverso l’America, la Russia e l’Italia. A ogni fermata dei trenini sui quali viaggiavano, i Cetra cantavano un pezzo facendone la parodia: dalla Vecchia fattoria a Occhi neri. Nel giorno dell’inizio vero e proprio, la prima trasmissione della Rai si chiamava Arrivi e Partenze. Presentava personaggi di passaggio a Roma con un conduttore italo-americano, un tipo ancora sconosciuto di nome Mike Bongiorno. Il palinsesto non si chiamava ancora palinsesto e i film erano ancora dei lungometraggi. Dopo Mike arrivò L’orchestra delle quindici per la regìa di Eros Macchi con Febo Conti in video e poco più tardi il Pomeriggio Sportivo, un notiziario che anticipava Le miniserie del signor Travet, film di Mario Soldati. Seguirono un documentario su Giovanbattista Tiepolo, il telegiornale alle 20.45 con Furio Caccia in studio, il talk-show Teleclub che non si chiamava talk-show ma rubrica, una commedia di Carlo Goldoni, il programma di musica leggera Settenote e – tadà – la prima puntata de La Domenica Sportiva. Nel giorno di Lazio-Milan, Juventus-Atalanta, Inter-Palermo. Giocavano in serie A il Legnano, la Spal e la Triestina.
La prima puntata de La Domenica Sportiva era in realtà la tredicesima. come ricostruito da Pino Frisoli nel suo libro Sport in Tv e sul suo blog di storia della televisione. La DS aveva fatto parte del blocco di programmi sperimentali partiti nell’autunno-inverno. Il 13 dicembre del 53 c’era già stata pure la prima telecronaca diretta di una partita della Nazionale italiana di calcio, il secondo tempo di Italia-Cecoslovacchia alle 15.45, al microfono Carlo Bacarelli e Vittorio Veltroni. In serata il servizio era stato cinematografato dagli operatori Rai. È la più antica registrazione presente negli archivi della Rai fatta con l’unica tecnica disponibile all’epoca, detta vidigrafo o cinescopio. Nel secondo servizio della DS di quella sera il Premio Olona di trotto vinto da Unico davanti a Terrore e Toni Prà a San Siro.
La Gazzetta non aveva dato notizia alcuna della novità, ma nei giorni successivi aveva pubblicato un intervento di Giovanni Buratti, definito un fine dicitore dei tempi eroici della radio italiana. Così in quell’elzeviro – sarà stato senza dubbio un elzeviro – Buratti raccontava che i tempi sono quelli che sono, purtroppo non ci sono più le belle radiocronache di una volta, quando lo rimproveravano perché aveva un accento troppo fiorentino, mentre ora – tsk – ora nel dicembre del 53 “ascolto le radio cronache e sento dialetti di ogni tipo, dall’abruzzese al veneto, dal romano al pugliese. Sarà più meglio così?”.
La televisione non si presentò solo come avversaria dei settimanali. La novità venne accolta con una certa inquietudine anche dalla Chiesa. Due giorni prima dell’inizio ufficiale delle trasmissioni, papa Pio XII indirizzò all’episcopato d’Italia una «esortazione», sottolineando che l’evento poneva «una nuova serie di problemi delicati e urgenti di ordine morale, di presenza vigile e attiva e di organizzazione anche in questo campo». Il Corriere della sera ne diede notizia in prima pagina. Il papa scrisse che la Chiesa riconosceva pienamente «il valore di questa luminosa conquista della scienza, essendo essa nuova manifestazione delle mirabili grandezze di Dio». La tv aveva un valore. Teneva le gente in casa. «Non è difficile rendersi conto – scrisse il papa – degli innumerevoli vantaggi della televisione, qualora sia commessa al servizio dell’uomo per il suo perfezionamento. Mentre infatti in questi ultimi tempi il cinematografo, lo sport, nonché le dure necessità del lavoro quotidiano tendono ad allontanare sempre più dalla casa i membri della famiglia, turbando in tal modo il naturale svolgimento della vita domestica, come non rallegrarci nel vedere la televisione contribuire efficacemente a ricostituire questo equilibrio? Se ben regolata, la televisione può costituire un mezzo efficace di saggia e cristiana educazione, è altrettanto vero che la medesima non è scevra di pericoli per gli abusi e per le profanazioni a cui potrebbe essere condotta dalla debolezza e dalla malizia umana. La televisione si rivolge soprattutto ai gruppi familiari composti di persone di ogni età e sesso; ed essa reca loro non solo i suoni e le parole, ma anche la concretezza e la mobilità delle immagini. Il che le conferisce maggiore capacità emotiva soprattutto a riguardo dei giovani, i quali più facilmente sono portati a trasformare, coscientemente o inconsciamente, in realtà vivente le immagini assorbite dalla visione animata dello schermo. Come non inorridire al pensiero che mediante la televisione possa introdursi tra le stesse pareti domestiche quell’atmosfera avvelenata di materialismo, di fatti e di edonismo che troppo sovente si respira in tante sale cinematografiche?».

Il periodico Collegamento, organo dei comitati civici e del settore più attivo dell’Azione cattolica, scrisse invece: “Come il telefono e la radio, anche la televisione, oggi giudicata un lusso superfluo, domani diventerà un utile mezzo di diletto, e posdomani un indispensabile completamento della casa. Fin d’ora, perciò, polarizziamo la nostra attenzione su questi potenti strumenti che possono far tanto male oppure tanto bene a seconda di come saranno guidati».
Dal Vaticano dovettero farsi sentire in Rai. Fatto sta che la televisione italiana, come scrisse la Stampa, si mise a cercare un prete da mandare in video uno che “riesca simpatico a tutti, anche agli acattolici e agli anticattolici. Si vorrebbe che si ripetesse in Italia il fenomeno di monsignor Scheen: negli Stati Uniti, quando sullo schermo della Televisione appare lui, la gente non spegne l’apparecchio, ma spinge avanti sedie e poltrone per vedere e sentire meglio. La Televisione italiana teme che nel nostro Paese, dove i rapporti tra laici ed ecclesiastici sono molto diversi, e il prete non vive in società come negli Stati Uniti, le cose vadano altrimenti. Ecco perché cerca, fra tanti, un prete o un frate che sappia parlare anche giù dal pulpito, cioè conversare; e sorridere, ridere se occorre, salutare gli spettatori, esporre la dottrina rivoluzionaria del Vangelo senza rattristare nessuno e infine congedarsi lasciando nel suo pubblico il desiderio di rivederlo e di risentirlo presto”.
La faccenda aveva qualche risvolto complesso. I gesuiti ambivano alla poltrona e la compagnia “sarebbe la più indicata perché è la più duttile. Sotto altri riguardi no. La Compagnia di Gesù porta il peso di gran parte della Controriforma e di più d’una restaurazione. È nello stesso tempo popolare e impopolare. Un gesuita sullo schermo della Televisione, un gesuita amabile finché si vuole, darebbe agli avversari del cattolicesimo il destro di citare quel don Basilio che, a motivo della grandezza comica di Rossini resta nel nostro Paese il simbolo dell’ipocrisia. I domenicani passano per intransigenti e, come si dice oggi, duri. Gli scolopi sanno di scuola. I buoni salesiani di laboratorio. Per i francescani c’è in Italia un vecchio debole; ma quali francescani dovrebbero designare il conversatore della Televisione? È noto come siano divisi da molto tempo”.
L’Unità parlò di ingerenze clericali nel controllo della televisione. Due giorni dopo la nascita della tv, il governo Pella si dimise. Era scosso proprio dalle lotte interne “fra le fazioni clericali” secondo la ricostruzione del quotidiano del Pci. Il compagno Umberto Terracini aveva nel frattempo presentato un’interrogazione parlamentare a proposito di una stazione radio trasmutante presente nella villa di De Gasperi a Castel Gandolfo, con un ponte radio collegato al Viminale. C’era stato un incidente. Raccontò il giornale comunista: “L’altra sera, durante una trasmissione, improvvisamente si è udita dall’altoparlante degli apparecchi una conversazione. Era una conversazione tra De Gasperi e Andreotti a proposito della crisi ministeriale. Infatti un filo del ponte-radio che collega il Viminale alla villa di De Gasperi a Castel Gandolfo si era spezzato, cadendo su uno dei cavi dell’impianto di Monte Mario. Così avvenne il prodigio. Perché è proprio un prodigio. Legate i fatti: la villa di De Gasperi è vicina alla residenza estiva del Pontefice. Tre giorni fa il Pontefice aveva chiesto un controllo ecclesiastico sulla televisione. Due giorni fa un vescovo aveva chiesto che la televisione fosse messa sotto il patrocinio di Santa Chiara. È evidente, come le lacrime della madonnina di Siracusa, che questo è un segno del cielo: occorre mettere la televisione sotto il patrocinio di Santa Chiara e il governo nelle mani di De Gasperi. Quello che non si capisce è perché De Gasperi, che non è nessuno, che non è Presidente del Consiglio, che non è Ministro, abbia le telescriventi, tre antenne della televisione sul tetto, un ponte radio con il Viminale. Com’è che gli hanno dato un ponte radio?”.
Un ponte non esisteva invece per trasmettere le immagini dagli stadi agli studi. In quel 3 gennaio del 54 le pellicole con i gol dovevano arrivare a Milano e Roma dalle varie sedi delle partite. Toccava al giornalista mettersela sotto al braccio e correre, qualche volta in macchina e in treno, nei casi più urgenti in aereo. La pellicola doveva essere sviluppata, guardata, tagliata, montata. Chi non ce la faceva in tempo, rimediava il lunedì sera alle 20 con Telesport. Tiziana Bottazzo sulla Gazzetta dello sport avrebbe scritto qualche decennio più tardi della DS: “Oggi che ci ingozzano di immagini non è cosi grave se ce la perdiamo. Dopo un’abbuffata può risultare indigesta persino la classica ciliegina sulla torta. Ma una volta non avevamo altro, dopo giornate di gol immaginati con i racconti dei radiocronisti del tempo. E allora quando cominciava la Domenica Sportiva, così ufficiale, così perbene e materna, era come ricevere l’ultimo bacio prima di andare a dormire”.