In nome di Filumena Marturano. Basta striscioni per Giulietta

C’è uno striscione del quale si sorride da quarant’anni e che ha la forza di resistere ai venti della Cancel Culture. Ogni volta che si gioca Verona-Napoli, il suo ricordo spunta da qualche parte. Il messaggio potente di Giulietta è ‘na zoccola non è stato intaccato da nessuna revisione, nessun politicamente corretto, nessuna evoluzione della lingua. Era ironia certificata negli anni Ottanta e tale rimane anche ora che il contesto in cui nacque è per buona parte dimenticato. In quel decennio che a distanza di tempo ricordiamo come luminoso, il calcio italiano era in realtà terrorizzato dalla violenza. Nel mese di febbraio del 1984 Stefano Furlan, un tifoso triestino, morì a vent’anni dopo una carica della polizia. Era andato a vedere il derby di Coppa Italia con l’Udinese. A settembre dello stesso anno Marco Fonghessi, milanista, venne accoltellato da un ultrà della sua stessa squadra. Lo aveva scambiato per un tifoso della Cremonese. Quando su YouTube si clicca sul tasto Play di certi vecchi servizi della Domenica Sportiva, c’è sempre una curva dentro uno stadio che espone uno striscione con la scritta: No alla violenza. Il maggio del 1985 è quello della strage dell’Heysel. Dopo sarebbero arrivate le tragedie di Nazzareno Filippini, di Antonio De Falchi, il ferimento di Ivan Dall’Oglio. Faceva paura la violenza fisica. La violenza verbale non era considerata. Non esisteva la colpa della discriminazione territoriale. Non era punita. Neppure se negli stadi si cantava colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati. Colpì allora il fatto che a un moto di razzismo emerso dentro lo stadio di Verona, il San Paolo avesse risposto senza quella violenza così diffusa, ma con ironia, peraltro verso un personaggio immaginario.

Quarant’anni dopo, viene da riflettere sul fatto che sorridiamo come allora di uno striscione che dava della prostituta a una donna, lo facciamo in un clima assai diverso, di discussioni nuove, di sensibilità allargate, di attenzione alla violenza verbale. Qualche anno fa da Verona risposero, Napoletani figli di Giuliettascrissero in curva, non si capì se per autoironia oppure per un autogol, perché così certificavano il mestiere dell’eroina shakespeariana. Lo striscione Giulietta è ‘na zoccola  non è mai stato sfiorato da accuse di sessismo né di appropriazione culturale. In fondo Giulietta è più di un personaggio immaginario. È un simbolo. A toccare i simboli ci si può scottare. Quando la curva milanista ha esposto un diavolo che ghermiva uno spaurito Pulcinella, a Napoli qualcuno se n’è risentito. Come è abbastanza probabile che qualcuno si risentirebbe se un giorno spuntasse a Verona uno striscione uguale e contrario. Filumena è ‘na zoccola

Filumena nel senso di Filumena Marturano. Anche lei è un personaggio immaginario. Anche lei è il simbolo di qualcosa. Tecnicamente, rispetto a Giulietta, avrebbe più titoli per apparire su uno striscione così impetuoso. Oddio, ragione poi. Chissà. Nell’antica e indicibile lingua della strada, zoccola si adopera più per un’indole che per una professione. Significante e significato possono non coincidere, a pensarci bene in questo caso non coincidono quasi mai. Anche Filumena è immaginaria solo in parte. Almeno quanto Giulietta. Nel 1946 Eduardo la faceva abitare a vico san Liborio, una stradina stretta stretta fra la Pignasecca e i Quartieri spagnoli. Dove non c’è luce a mezzogiorno, d’estate non si respira e d’inverno il freddo fa battere i denti. Così scriveva Eduardo. In occasione del sessantesimo anniversario della commedia, Repubblica Napoli andò a vedere cosa fosse diventato il vicolo, che inizia con un palazzotto rosso bruno e finisce con la macelleria di Giovanni Paduano, un tempo cameriere nella trattoria Da Gennaro, al civico 8, diventato un laboratorio di pasticcieri. Da Gennaro era la trattoria degli artisti, quelli che passavano da Napoli per uno spettacolo e dormivano all’hotel Regina in via Toledo. Aldo Fabrizi, per esempio.

Ecco, Giovanni Paduano era disposto a giurare che Filumena non è stata un’invenzione. Abitava più su. Più su dove? Più su, sessanta metri. Lui non l’aveva conosciuta, ma suo padre, suo padre forse sì, in mezzo ai bassi, alle case buie e strette, dove ci vivevano anche dodici o tredici persone. Donna Carmela al basso numero 74 era convinta che Filumena Marturano vivesse al numero 85. Non più su, allora. Più giù. Era un’attrice, diceva. «Non l’avete vista mai per dentro alla televisione?». All’epoca, al numero 85 c’era solo un cancello. Azzurro. Chiuso. Con una figurina di padre Pio poggiata alle sbarre e un paio di corna di toro inchiodate in alto. Era diventato un deposito senza troppa poesia, forse dentro c’erano casse di bottiglie di acqua minerale. Erano giorni in cui i funzionari del Comune stavano pensando di mettere una targa da qualche parte, per rendere certa la collocazione della vera finta casa di Filumena. «Così ci portiamo i turisti», diceva Giovanni, quasi incredulo.

Per un poco tremò Genny. Genny sta per Gennaro Gallaro, parrucchiere di Mugnano. Aveva la sua boutique al numero 82 e temette lo sfratto per sollevazione popolare. Ma fino a quel momento Filumena Marturano era stata trattata come la povera Bocca di Rosa o come le colleghe di via del Campo a Genova, senza scritta, senza un segnale stradale, senza una traccia del loro passaggio e del loro passeggio. Strano. Perché a Collodi hanno la casa di Pinocchio e a Meienfeld la fattoria di Heidi.

Alla fine è andata come immaginava il signor Giovanni Paduano. Siamo passati da zero a mille. I Quartieri sono un’attrazione turistica. A Napoli hanno individuato nel civico 80 la vera finta casa di Filumena, c’è una specie di murale con la faccia di Sofia Loren grande così. Del resto hanno messo una targa [bruttina] pure a via del Campo e siamo finiti a costruire il Villaggio Fantozzi a San Felice sul Panaro. A vico san Liborio i panni stesi non sono cambiati. Diceva l’urbanista Daniela Lepore che i panni a Napoli non si asciugano mai. Le edicole votive sono aumentate. Non c’è più il solo altare della Madonna delle Rose, dinanzi al quale Eduardo faceva andare a pregare Filumena. Il progetto di riqualificazione Urban ha consentito di ristrutturare gli interni. I proprietari residenti sono pochi. Si affitta soprattutto a extracomunitari. Una volta c’erano la sezione Lenin dei Comunisti italiani, la sede di Azione cattolica e Cattolica operaia. I cingalesi avevano aperto il centro estetico Solarium e l’Asian Market, il discount del vicolo. Insomma. Ora siamo con entrambi i piedi dentro l’età in cui i simboli sono reali. Giulietta si era data all’amore di Romeo, Filumena a quello per Mimì Soriano. Giulietta non ha fatto in tempo a diventare madre, Filumena lo è diventata senza riuscire a evitarlo. Entrambe hanno fatto esperienza di odio. Filumena sente Mimì che dice: «Io m’aggia mettere annanz’ ‘o specchio e nun m’aggia stancà maie ‘e me sputà nfaccia». Giulietta dice: «Il mio solo amore è nato dal mio solo odio». Eppure, nonostante tutto l’odio sulla scena tra i Montecchi e i Capuleti, non si comportò da ultrà. Fuggì dall’appartenenza e dalla sua parte per amore. Una donna libera, coraggiosa. La stessa libertà e lo stesso coraggio di Filumena. L’attrice Wanda Marasco le ha unite infatti in uno stesso spettacolo, Giulietta e le altre, dove una nutrice fa da filo conduttore tra i diversi personaggi, le sue quattro bambine. Dove Giulietta e Filumena sono sorelle di latte. Sarebbe bello se fosse arrivato pure il momento di rimuovere quello striscione.

 

Sì, ma chi gioca

 

  Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio ragiona sulle esternazioni di Rudi Garcia, arrivate dopo quelle di Aurelio De Laurentiis, in questo caos che porta lo scudetto sulla maglia. Dice Giordano: In uno slancio che riconduce (quasi) a Mourinho o comunque vagamente lo rievoca, Garcia ha improvvisamente avvertito un antico rumore «ora so chi sono i miei nemici e pure gli amici», ha aperto un fronte inaspettato sul diritto-dovere di critica (per la Treccani: facoltà intellettuale che rende capaci d’esaminare e valutare gli uomini nel loro operato e i risultati della loro attività per scegliere, selezionare, distinguere il vero dal falso, il certo dal probabile, il bello dal meno bello o dal brutto, il buono dal cattivo o dal meno buono…), l’unico esercizio che si riconosce sfogliando i giornali dall’8 ottobre in poi. Però ci può stare che in un momento delicato della propria carriera, dinnanzi ad un’idea che sembra possa sgonfiarsi (o anche no), un allenatore, nella solitudine più assoluta, mentre dà per sicuro che per Adl certe voci possano rappresentare «pettegolezzi con cui si intende demolire la figura del nostro tecnico», scopre che per De Laurentiis «non ci sono tanti Spalletti o un altro Sarri capaci di deliziarci con la loro linea alta del 4-3-3». E ragionando tra sé e sé, Rudi e Garcia può darsi abbiano voluto semplicemente tutelare la propria dignità

 

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