Sessantadue anni dopo nonno Poulidor, nello stesso 18 marzo, è stata la Sanremo di Mathieu van der Poel. È come se nel 2085 al teatro Ariston vincesse il figlio della figlia di Marco Mengoni. L’mvp è MVP. Ha vinto come doveva. Se n’è andato sul tratto del Poggio che la natura pare abbia immaginato per lui. È uno dei migliori discesisti al mondo, e dunque non potevano prenderlo quando la strada si è inclinata verso il basso. Aveva preso un margine di vantaggio già venendo giù dalla Cipressa, trattenendo l’impeto sull’Aurelia, verso il Poggio. Dice L’Équipe che tra i protagonisti della generazione d’oro che da tre anni ha preso il comando del ciclismo internazionale, lui era quello che alla vigilia dava meno garanzie. Mmm.
“Da quasi un anno Mathieu Van der Poel non brillava per i suoi risultati su strada. Domenica scorsa, al termine di una Tirreno-Adriatico senza un piazzamento fra i primi-10, sembrava addirittura pentirsi di aver passato tanto tempo in inverno nel fango del ciclocross, dove era andato a strappare un quinto titolo iridato a van Aert”.
Invece ha lasciato Ganna Pogacar e van Aert che gli erano rimasti dietro dopo un primo strappo, prima di iniziare la discesa, “questa difficoltà che tutti aspettano febbrilmente per 281 km, sapendo che non accadrà mai niente di veramente importante prima”.
PUZZLE | CHE COSA SI DICE IN GIRO
| Pier Bergonzi sulla Gazzetta scrive che i 10 minuti finali sono “l’esaltante sintesi del ciclismo, della sua grande bellezza umana e tecnica. Quegli ultimi dieci minuti di sfida a quattro, dal Poggio a Sanremo, ci regalano una conferma: Mathieu Van der Poel è un fuoriclasse assoluto e una promessa: Filippo Ganna ha tutto per vincere anche una Classica Monumento. Come la Milano-Sanremo, appunto, che ieri ha sfiorato. O come la prossima Parigi-Roubaix, che lo vedrà tra i favoriti. i quattro Beatles di questa prima Classica Monumento del 2023 sono un tributo alla multidisciplinarietà del ciclismo moderno, e un’ulteriore prova di quanto la Sanremo strizzi l’occhio a campioni di caratteristiche diverse”.
| Cycling News racconta come Van der Poel abbia anche battuto il record di scalata del Poggio, 3,7 km fatti in 5 minuti e 38 secondi, otto in meno del record precedente, il 5:46 di Giorgio Furlan che resisteva dal 1994. L’anno dopo Laurent Jalabert era arrivato in cima in 5:49. Il fatto eccezionale, come segnala il sito specializzato, è che i quattro di testa hanno tutti battuto il tempo di Furlan.
| Alexandre Roos su l’Équipe dice che l’immagine di Mathieu van der Poel con le braccia aperte rimarrà per sempre, mentre “sprigiona la sua gioia e dietro di lui si vede questa via Roma vuota, epurata dal suo solito disordine, dalle moto che scoppiettano e dal balletto degli irriducibili che si battono per i posti d’onore. Come se il matrimonio tra la Primavera e il nipote di Raymond Poulidor, una coppia così naturale, dovesse essere celebrata in privato, con tutti gli altri corteggiatori espulsi dall’inquadratura”.
Se in passato è stato un cane sciolto, senza disciplina, scrive Roos, stavolta Mathieu van der Poel ha scelto per sé il comportamento di un vecchio gatto, ma più avanti nel pezzo lo chiama anche “velociraptor”, mentre vede i compagni di fuga come “un branco di pesci fuori dell’acqua”.
Mentre la Francia si tormenta su un Alaphilippe mai protagonista, mentre le pagelle che girano sono più o meno concordi nel dare un voto intorno al 5 a Tadej Pogacar, resta la sconfitta di van Aert, più che altro – scrive Roos – “la delusione, più dura da digerire perché aggravata dall’identità del suo aguzzino, il più grande rivale, che dopo averlo dominato ai Mondiali di ciclocross in febbraio, sta diventando un maestro delle Classiche”.
Van der Poel ha raggiunto Tadej Pogacar a quota tre, per questo Eurosport France dice che: “chiamatelo Mister Monumenti”.
| Giovanni Battistuzzi sul Foglio dice che “forse c’aveva ragione Paola Turci: È questione di sguardi / È, un attimo / Così, così magnetico. Una botta, un colpo. Van der Poel ce l’aveva in canna, ce l’avevano tutti, c’era nessuno del tutto al gancio. Sono campioni, non cicloviandanti della domenica. Ognuno di loro sa come oltrepassare i limiti che sono degli altri esseri umani. Mathieu van der Poel però ha guardato dietro, con la coda dell’occhio, ha visto il vuoto, s’è detto che a far da soli si va meglio che a fare in tre. È scattato. Si va sempre meglio da soli a un certo punto della corsa in certe corse. Perché dietro è sempre un ricatto, un gioco di limature, che poi fa sempre rima con fregature.
| Dal Belgio, Wim Vos scrive su Het Nieuwsblad che solo undici giorni fa la Alpecin di van der Poel era l’unica squadra del WorldTour che non aveva ancora vinto. Adesso s’è presa la prima Monumento. “Se c’era qualche dubbio, Mathieu Van der Poel l’ha decisamente spazzato via dal tavolo di Sanremo. Il suo modesto inizio di stagione è stato in parte calcolato. Il team ha scelto consapevolmente di fare un lungo periodo di allenamento e di limitare al minimo il programma di gare, fino al weekend di apertura fiammingo. Philipsen ha iniziato la sua stagione solo nell’Omloop Het Nieuwsblad, Van der Poel ha aspettato una settimana in più fino alla Strade Bianche. Che nel frattempo le altre squadre accumulassero pure le loro vittorie. La formula dei fratelli Roodhooft ha funzionato ancora.
Cycling Weekly già si domanda se Van der Poel può aggiungere la Parigi-Roubaix alla sua collezione. Oppure per rifare la domanda in un altro modo: “C’è qualcuno che può fermarlo?”.
Ma sì. Domenica scorsa ce lo stavamo chiedendo di Pogacar.
È la bellezza del ciclismo nell’El Dorado.
CLIC
Un solo trono non basta: 13 maglie iridate su un divano
Filippo Cauz e Leonardo Piccione su Bidon propongono la foto del divano piazzato dietro il podio della Milano-Sanremo. “Un divano in pelle o finta pelle, nero, non particolarmente bello, stretto (non foss’altro per via delle dimensioni dei tre occupanti, uno e novanta o poco meno di altezza media). Le inquadrature dei retropodi del ciclismo ci avevano abituato a una sola seduta, al “posto caldo” riservato ai leader delle cronometro in attesa. Oggi invece ci viene mostrato un divano intero. Forse è un altro segno del ciclismo che cambia, che evolve finanche nei dettagli della più immutabile delle sue corse. Un divano per riposarsi, chiacchierare, riflettere. Perché per contenere tutto il ciclismo di oggi non basta un sedile solo: sul divano della Milano-Sanremo 2023 si accomodano tre individui le cui sole maglie iridate (tredici, escludendo le categorie giovanili) potrebbero rinnovare il guardaroba della più numerosa delle famiglie. Ma dovrebbero accomodarsi tanti altri su quel divano, chi è sfinito per aver pedalato 300 chilometri e chi dal divano non si è mosso per osservarli. Un divano extra–large, lungo come questa corsa e la sua storia, che intreccia l’esaltazione dei nobili e la fatica della plebe, offrendo da 114 edizioni a tutti lo stesso epilogo: stanchi e soddisfatti a guardare il mare”.
RETRO
La Sanremo del nonno
“È sul Poggio che il francese porta a termine un’azione incredibile, illusione canaglia di una carriera solo sognata, incompiuta. La Sanremo diventa così una diversa metafora della vita, contraddittoria per natura: lineare, regolare, con salite e discese che non fanno la differenza, ma ugualmente lunga, misteriosa e avvincente. O almeno è stato così per il nostro giovane Poulidor. Poupou è una condizione. Sei tu, che alla fine quell’automobile sportiva non te la sei mai comprata, ti sei dovuto accontentare dell’utilitaria chic. Tu, ogni volta che passeggi per la città deserta e guardi all’insù, sospirando quell’attico con le vetrate vista cupolone: croce sul cuore, un giorno sarà mio. Poi torni a casa, la tua, e va bene anche il mini terrazzo con la ringhiera smangiata e i due gerani in salute. E tu? Che l’anno prossimo, te lo giuro, faccio il viaggione? Finisci a Cattolica, al solito lido, solita gente, solite sdraio gialle e blu, e quella sirenetta serigrafata sopra diventa un cult.
Poupou vuol dire accontentarsi, farsela andar bene, anche se i desideri bussano alla porta della vita e tu non puoi aprire perché la maniglia si è rotta. Ti è rimasta in mano. Guardala. Poupou è un concetto, una forma di accettazione delle proprie (buone, forse ottime) risorse, stigmatizzate dentro una sfiga cosmica. Non fantozziana. Paperinica. Poupou è dare tutto, provarci, sudare anche l’ultima goccia, ma poi ecco un altro, l’Altro, che senza sudare arriva prima di te. Sommariamente, essere Poupou significa arrivare secondo” – di alessandra giardini e giorgio burreddu, Vedrai che uno arriverà [Absolutely Free | si compra qui]