Il cappio si sta stringendo intorno a Noël Le Graët, il presidente della Federcalcio francese. Così titola stamattina L’Équipe, all’indomani dell’ultima gaffe a Rmc da Marion Bartoli sul futuro di Zidane [«Me ne sbatto. Se volete, organizzate una trasmissione per trovargli un lavoro. Se mi chiama, nemmeno gli rispondo»]. Sono state “molto più di un errore”. Ieri si è scusato con Zinédine, ma secondo il quotidiano francese farà fatica a portare a termine il suo mandato [2024]. “In molte occasioni il presidente della federazione ha saputo far passare la tempesta che lui stesso aveva provocato”. Stavolta le conseguenze sembrano più gravi. Amélie Oudéa-Castéra, ministra dello sport, ieri ha convocato una conferenza stampa per chiarire la posizione sua e del governo: «Non voglio più queste situazioni in cui si inciampa. Ci ha abituato a queste uscite. Ricordiamo cosa è stato detto in questi anni, parole che hanno minimizzato i fenomeni del razzismo e dell’omofobia nel calcio. Parole che danneggiano l’immagine del nostro Paese e offendono i francesi».
Ha poi fatto riferimento a personalità eminenti che nel calcio francese hanno dimostrato il loro valore, la loro visione e il loro senso di responsabilità. Una chiamata all’intervento per far cadere Le Graët, in attesa di un appuntamento fissato per il 10 febbraio con Michel Platini.
“Lo Stato – scrive L’Équipe – vuole la fine della sua era. Ritiene che non sia più possibile proseguire su questa strada e che non sia più possibile la presenza dell’ex sindaco di Guingamp alla guida dell’organismo”.
Oggi è il giorno in cui Le Graët e il suo direttore generale Florence Hardouin saranno ascoltati separatamente dai tre ispettori ministeriali che conducono un audit da diverse settimane sulle accuse di molestie sessuali all’interno della federazione. Due + due porta a considerare Hardouin la personalità eminente evocata dalla ministra. “I due non si supportano più a vicenda – spiega L’Équipe – e potrebbero regolare alcuni conti in questa occasione”.
Lost in Translation – il governo a Hardouin: scarica subito Le Graët
Nel frattempo, stamattina L’Équipe ha fatto trovare a Le Graët e agli ispettori ministeriali due pagine di intervista a Sonia Souid, un’agente di calciatrici che denuncia il comportamento inappropriato avuto con lei dal presidente Le Graët. Sono episodi avvenuti tra il 2013 e il 2017. Inviti a cena e sms inviati dal presidente, “che il presidente – scrive il giornale – sa dunque scrivere, a differenza di quanto ha sempre affermato dopo l’inchiesta di So Foot”.
Messaggi vocali a tarda notte per condividere una bottiglia di champagne, “un flirt permanente” viene definito, mentre lei lavorava per la promozione del calcio femminile. Souid è madre di due bambini e si è confidata col giornale per quasi un’ora. I passaggi più rilevanti:
«Era il 2013. Ero tra le prime agenti nel calcio femminile. Penso che sarebbe il caso chiedere un incontro al presidente della federazione. Gli mando una mail. Mi richiama due o tre ore dopo. Sono sorpresa dalla velocità. Non ha molto tempo perché è in vacanza in Martinica. Ma promette di richiamarmi. Ero felicissima, il mio presidente mi ascoltava. Prometteva di impegnarsi. Mi dà il suo cellulare. A febbraio 2014 lo richiamo, perché voglio suggerire a un presidente di società di affidare a una donna l’incarico di allenatore di una squadra maschile. La conversazione è stata spiacevole. Mi disse che era ridicolo pensarlo, ma mi chiamò lo stesso quando ci riuscii, con l’arrivo di Helena Costa a Clermont. Mi dice: congratulazioni. E mi richiama a giugno quando si licenzia. Voleva conoscere da me il motivo. A settembre infine, mi telefona, mi dice che sono brillante, che sono riuscita a fare cose straordinarie, che vuole presentarmi Brigitte Henriques, la responsabile del calcio femminile in federazione. Vuole che ci incontriamo nel suo appartamento di Parigi. Dice che lo fa regolarmente, gli viene più comodo, è più confidenziale. Accetto. Ho 28 anni, sono un giovane agente, lui è il presidente della federazione, ne ha 72. Parleremo di calcio femminile. Sono felice. Non mi ha mai guardato come un’agente ma come una caramella. Per dirla volgarmente, mi ha guardata come due seni e un culo. Quando sono arrivata, ho visto due bicchieri di champagne pieni. Sono sospettosa, un po’ paranoica. Non tocco nulla e aspetto Brigitte Henriques. No. Dice che ha avuto un impedimento. Aggiunge: – Sai, non abbiamo bisogno di lei. Se siamo entrambi abbastanza vicini, sarò in grado di realizzare le tue idee. Silenzio. Il vuoto. Non ho toccato niente. Avevo anche paura che ci fosse qualcosa dentro. Se ne sentono tante. Ho cambiato colore. Me ne sono andata, dicendo che avrei raggiunto il mio fidanzato. Mi ha lasciato andare. In seguito, mi ha chiamato regolarmente per invitarmi a cena con modi pesanti. È stato umiliante. Lui è piuttosto sottile, manda vocali, scrive poco. Chiama molto. Ho degli sms: Sei disponibile domani sera? Insisto. Oppure scrive: Mi manchi. Dal momento in cui mi ha fatto capire che per trasformare le mie idee in realtà dovevo fare un passaggio nel suo letto, ho smesso di vederlo. Una volta mi ha scritto: Sonia, sono alla terza bottiglia, ti aspetto per la quarta. Non è mai stato volgare, sempre molto subdolo. Lui prova. Funziona, non funziona».
Infine la frase che proprio stamattina – alla vigilia dell’arrivo degli ispettori – assume il peso politico più rilevante: «Se si è comportato così con me con queste avances, non oso immaginare cosa abbia potuto fare con una dipendente. Ce n’è una che aspettava che io parlassi».
La Stampa: “Sara Gama. La capitana che ha cambiato l’Italia del calcio” – «Ci sono valori più importanti di un gol». In Rai il documentario Tre sulla giocatrice simbolo in prima linea per l’inclusione e l’uguaglianza dei diritti. ➔ Giulia Zonca ha scritto: “Tre, come il numero di maglia di Sara Gama, tre come l’articolo della costituzione che lei ha citato davanti a Mattarella, quello che recita «tutti i cittadini hanno parità sociale senza distinzione di sesso, razza, religione, opinione politica o condizione economica», tre come i punti approvati nel primo scatto di dignità per il calcio femminile italiano nel 2015 e Tre come il titolo del documentario che racconta tutto ciò insieme con la vita della capitana azzurra. In poco meno di un’ora, in onda su Rai 3 il 13 gennaio (ore 16), si disegna il ritratto di una leader rigorosa, una capace di cambiare un pezzo di Italia senza rivoluzioni, con solida, motivata e inarrestabile costanza”
Lloris ha lasciato la Nazionale francese
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
| Basta Nazionale, Hugo Lloris ha deciso. Lo ha fatto sapere con una lunga intervista al quotidiano L’Équipe concessa nei giorni scorsi a Londra, completata da un servizio fotografico a Parigi ieri, pubblicata stamattina con grande evidenza in prima pagina.
Sintesi: «Preferisco andarmene essendo che sono al top» Durante i Mondiali, Lloris ha battuto il record di presenze per la Francia, costruito in oltre 14 anni. Il posto lo prenderà Maignan e in attesa che rientri tocca a Mandanda. Il capitano sarà Varane.
Le parole dell’addio di Lloris sono abbastanza di routine. Ho la sensazione di aver dato tutto. Meglio dirlo adesso così la squadra si organizza in tempo per gli Europei. Sono stanco mentalmente. Cose così. I passaggi più interessanti sono invece quelli sulle tensioni dentro la squadra, le accuse di aver chiesto l’allontanamento di Benzema, le polemiche per aver annunciato che non avrebbe messo la fascia arcobaleno, in segno di rispetto verso il paese ospitante.
«Per Karim, siamo rimasti tutti un po’ sorpresi. Quello che abbiamo vissuto noi giocatori con la sua partenza è stato questo: ti alleni una sera, lui si infortuna, vai a letto e il giorno dopo quando ti alzi, ti dicono che Karim è partito. È successo tutto in fretta. Ci è stata presentata come una decisione medica e noi giocatori l’abbiamo scoperto al mattino, in un periodo in cui accadeva qualcosa di nuovo quasi ogni giorno. Sono state dette molte cose false o ridicole: l’atmosfera era molto buona prima della sua partenza e molto buona dopo. Tutti avremmo preferito che il Pallone d’oro potesse essere con noi. Lo vediamo bene cosa ha portato con il suo ritorno. Dire che avremmo spinto perché se ne andasse è completamente falso, non capisco da dove venga fuori. È stato fondamentale per diciotto mesi, ci ha aiutato a vincere la Nations League, il suo ritorno sarà stato solo positivo. È davvero disonesto affermare che alcuni di noi avrebbero spinto per la sua partenza. Lo avremmo fatto quando, come? Quando vai a un Mondiale, vuoi avere i giocatori migliori. Di cosa veniamo incolpati? Di essere riusciti a reinventarci dopo la sua partenza? Lo abbiamo fatto dopo ogni rinuncia, anche dopo quella di Lucas Hernandez. Ci siamo adattati a tutte le circostanze ed eravamo forti».
➣ C’era anche la storia della fascia arcobaleno, sei accusato di non averla indossato…
«Se ho ferito qualcuno, mi dispiace. Per tutta la vita e per tutta la mia carriera ho sostenuto la lotta contro ogni forma di discriminazione, l’educazione dei miei figli è orientata al rispetto e alla tolleranza. Ma in una Nazionale, quando sei capitano, non rappresenti solo te stesso. Portare un messaggio non può essere una decisione personale. Ho indossato una fascia da capitano ai quarti di finale contro la discriminazione. Possiamo rammaricarci che il movimento One Love non sia stato sostenuto dalla FIFA, ma nessun capitano ha potuto indossare quella fascia ai Mondiali. Tutte queste polemiche sono arrivate troppo tardi. Avremmo dovuto fare questa riflessione, insieme».
➣ Com’è stato il ricongiungimento con il tuo compagno di squadra Cristian Romero, dopo gli spintoni in finale?
Ci siamo spiegati e andiamo avanti. È un ragazzo che mi piace molto, è anche il mio vicino di casa, da quando è arrivato a Londra passiamo molto tempo insieme. Ma ne abbiamo parlato, sì.
➣ Nel finale di partita, quando ti sei rialzato, l’hai minacciato…
Fa parte del gioco, lui si è spinto verso di me, ha usato il gomito, il dolore ha provocato la mia rabbia. Ma andiamo avanti…
➣ Invece durante Tottenham-Aston Villa a Capodanno sei stato molto freddo con Emiliano Martinez…
«Dobbiamo celebrare la vittoria dell’Argentina, e ammettere che lui è stato decisivo. Dopo, durante i festeggiamenti, è stato giudicato un po’ così, non ho bisogno di aggiungere altro. Durante la sessione di tiri ha fatto tutto il possibile per destabilizzare.
Potresti imitarlo in futuro?
Nel cercare di raggiungere il successo, sì. Fare quel che fa lui, no. Non ne sono capace, non sono io» – intervista di vincent duluc, L’Équipe
MONDOGOL
La morte di Roberto Dinamite
Roberto Dinamite è morto all’età di 68 anni per un cancro all’intestino. È stato capocannoniere della storia del Vasco da Gama (622 gol), capocannoniere del campionato brasiliano (190 gol) e giocatore della Nazionale brasiliana ai Mondiali 1978 e 1982.
Alex Sabino sulla Folha Sao Paulo lo ricorda così: “Non avrebbe dovuto nemmeno fare il calciatore. A sette anni gli fu diagnosticato un tumore alla coscia sinistra. Rimase tre mesi senza alzarsi dal letto. Ebbe un altro problema alla stessa gamba e subì due interventi chirurgici all’età di 12 anni. I medici dubitavano che potesse fare sport. Due anni dopo, entrò nelle giovanili del Vasco, dove ha trascorso 18 delle sue 20 stagioni da professionista, con l’eccezioni dei prestiti al Portuguesa e al Campo Grande. Quando il club vinse il titolo nazionale nel 1974, Roberto consolidò il suo nome come uno dei principali attaccanti del paese, facendo il capocannoniere con 16 gol. Avrebbe ripetuto l’impresa nel 1984. Il soprannome gli è stato dato dal Jornal dos Sports che non esiste più. Prima di una partita contro l’Internacional nel 1971, il giornale scrisse: “Il Vasco lancia un ragazzo che può essere dinamite”. Segnò subito un gol e il giorno seguente il titolo fu: “La dinamite è esplosa”. È stato la stella della squadra nei titoli di Rio 1977, 1982 e 1987. Ha condiviso l’attacco con Romário per il successo nel 1988 e ha fatto parte della squadra nel 1992.
Dopo poco più di sei mesi frustranti al Barcellona, decise di tornare in Brasile, e sembrava vicino al Flamengo di Zico. Il Vasco presentò una proposta e decise di tornare a casa. Del club è stato anche presidente tra il 2008 e il 2014. È stato deputato dal 1995 al 2015. Ha sempre creduto di poter dimostrare di più ai Mondiali. Era riserva di Reinaldo 1978 e di Serginho nel 1982. Con il passare del tempo e la perdita di potenza fisica, è migliorato nei calci di punizione”