Kyrgios Eleyson, il tennista senza limiti

Anche la follia merita i suoi applausi

Alda Merini

Inizia a Melbourne la notte prossima l’Australian Open, il primo Slam della nuova stagione, il primo dopo il ritiro di Federer, il primo nell’era di un numero 1 NextGen, l’infortunato Alcaraz. Il primo del tennis nell’età di Netflix. Il primo in cui l’Australia sente di avere di nuovo delle chance di successo tra gli uomini, a quasi cinquant’anni dall’ultima volta. Con il più cattivo dei cattivi. Che poi così cattivi non sono mai. 

 

Nick Kyrgios è stato per molto tempo il tennista del condizionale. Sarebbe. Potrebbe. Vorrebbe. Non gli è mai mancato niente, se non a un certo punto tutto. Piazza i suoi ace all’incrocio delle righe come pochi e gioca il colpo tra le gambe come nessun altro al mondo. Ma come nessun altro al mondo esplode, urla, sconcerta. Da una decina d’anni ipnotizza con i suoi gesti quasi bianchi e irrita coi suoi comportamenti oscuri. Sfascia racchette, regala partite, permette di scrivere su di lui sempre lo stesso pezzo. Sarebbe, potrebbe, vorrebbe. 

In questa decina d’anni nemmeno sua madre ha saputo prevedere quale Nick Kyrgios avremmo trovato di volta in volta in campo, così scrive Aishwarya Kumar su Espn alla vigilia di un Australian Open che un ragazzo di casa non vince dal 1976 con Mark Edmondson. È sfuggito a Pat Cash e a Lleyton Hewitt, a Patrick Rafter e a Mark Philippoussis. Perché dovrebbe farcela proprio il ragazzo del condizionale?

 

Lui dice di sì, dice che adesso potrebbe [ahia]. In fondo certe volte il condizionale sfuma nel futuro anteriore. Tra due settimane potremmo anche cambiare idea sul suo conto e scrivere un’altra trama, raccontando del ragazzo che nel 2022 ha trovato la strada, la giusta via tra la brillantezza e la belligeranza, l’equilibrio, l’armonia. Il ragazzo che non è diventato Benoit Paire, non si è perso, eppure bastava un attimo. Bastava smarrirsi come il francese nel labirinto della mente dopo il lockdown, quando Nick se n’è tornato a casa e per un anno non si è quasi mai più mosso di là. 

Casa è Canberra, dove da bambino aveva sempre un pallone da basket in mano, il primo amore, troppo amore. Sua madre Nill si divideva in due, in tre, in quattro, per portarlo a scuola, andare a prenderlo, accompagnarlo a tennis, agli allenamenti della pallacanestro. Qualche volta ne saltava uno, lo sapete come vanno le cose in certe settimane per le madri e i padri, e se il coach mandava Nick in campo durante la partita, gli altri genitori alzavano la voce. Ehi, perché lui, perché mio figlio no, perché lo fai giocare, mercoledì non è venuto. Quando mamma Nill cerca di capire che cosa passa per la testa al suo bambino, dice che è così che ha iniziato a diventare stronzo. Fino al giorno in cui suo padre gli disse: basta pallacanestro. «Mi ha strappato il mio sogno» ha detto Kyrgios in un podcast recente. Non è uno scoop. Daniel Horsfall, suo amico d’infanzia, la persona a lui più cara, oggi suo manager, racconta che Nick lo ripete almeno una volta ogni santa settimana. Lui ha strappato il mio sogno, che palle, lui mi ha strappato il mio sogno. 

 

Papà è greco, come gli antenati di Sampras. Un artista. Un pittore. Mamma è malese. Informatica. Nick ha una sorella e un fratello. Una famiglia unita. Nill ha avuto molti problemi di salute di cui non si sa molto altro. Nick è cresciuto nel terrore che morisse. Certe sere lei se lo trovava sdraiato sul letto, di fianco, anche dopo avergli dato la buonanotte. Entrava in silenzio nella stanza. Nill crede che Nick sia stato traumatizzato dalla malattia, crede che sia cresciuto odiando la solitudine. Ha sempre avuto bisogno di una stanza piena. Aveva la pelle più scura degli altri ragazzi a Canberra, aveva qualche chilo in più di loro.

Quella con Horsfall è un’amicizia nata sui playground del basket. Non si sono più separati. Joshua Eagle, il primo coach, ama raccontare la storia dei giorni in cui portò il giovanissimo Kyrgios a Zurigo, a trascorrere una settimana con Federer. Il suo obiettivo era mostrargli come si allena un campione in vista di uno Slam. Mancava poco al Roland-Garros e a Wimbledon. Kyrgios trascorse ore e ore in campo con Roger. Eagle si accorse di una cosa rara, forse unica, di una capacità di osservare attentamente ogni gesto e replicarlo immediatamente. Stefan Edberg all’epoca allenava Federer. Kyrgios osservava l’esercizio e lo ripeteva. 

 

Eppure, passa per un bad boy, uno difficile da allenare, un’anima selvaggia. Quando il rapporto con Eagle si è spezzato Kyrgios ha chiesto a Horsfall di accompagnarlo per il mondo, dall’oggi al domani. Hanno iniziato a vivere insieme, Horsfall aveva capito che non c’era altra scelta, per tenere saldo l’equilibrio interiore di Nick. Si è messo in aspettativa, ha viaggiato per mesi. Kyrgios gli pagava i voli e lo ospitava nella stessa stanza. 

Intanto in campo dava della feccia a Diego Schwartzman, fracassava la racchetta in modo così ruvido da farla rimbalzare in mezzo al pubblico. Litigava con i tifosi. Ha iniziato a mostrare disinteresse per le partite. Una volta contro Gasquet smise di rispondere ai servizi. A Stan Wawrinka disse che la sua ragazza aveva un altro. Mentre giocava contro Tennys Sandgren, gridò verso la madre in tribuna che voleva tornarsene a casa. Per tre tornei di fila si è ritirato alla prima partita. Quattro anni fa agli US Open, accadde l’impensabile: l’arbitro Mohammed Lahyani scese dal seggiolone e andò a fargli coraggio, lo vedeva abbattuto. Contro Casper Ruud prese tre warning e la sospensione per dei calci a una bottiglia, una racchetta rotta e una sedia lanciata sul campo. Era il periodo in cui pensava di farla finita, così avrebbe raccontato, quando faceva fatica pure ad alzarsi dal letto, figurarsi giocare davanti a migliaia di persone. Alcol, droghe, solitudine, 113.000 dollari di multe per violazioni varie. 

Gianni Clerici una volta lo ha chiamato Kyrgios Eleyson e ha scritto che nelle sue bizzarrie mi ricorda il povero Larsen, sfuggito a una decimazione durante la guerra.

Tutte le sue cose sono sempre successe in compagnia di un solo tormento – racconta Espn -: e se suo padre non avesse scelto il tennis per lui, tanti anni fa? Se avesse continuato con il basket? La sua vita sarebbe andata diversamente?

 

Kyrgios trovava ingiusto che gli australiani non avessero l’opportunità di tornare a casa e resettare i pensieri tra un torneo e l’altro. Il suo compare di doppio Kokkinakis sostiene che è difficile rimanere sani di mente, quando lasci l’Australia a ogni mese di gennaio e resti tutto l’anno in Europa e in Nord America. Kyrgios ha sentito di aver bisogno di un periodo lontano dal tennis e dalla pressione, dalle aspettative. Aveva bisogno di cambiare vita. Riprendersela. Il lockdown gli ha dato questa chance. Dopo, è arrivato per la prima volta a una finale di singolare in uno Slam. Non è cambiato. Non ha represso il suo fuoco né ha cambiato la sua personalità racconta Espn. È stato ancora multato per aver sputato in direzione di uno spettatore. È stato accusato di essere un bullo da Stefanos Tsitsipas, in una partita di terzo turno a Wimbledon più simile a una rissa da strada che alla nobile arte del giuoco delle corti. Alla cerimonia di premiazione a Wimbledon si è presentato con un cappello rosso

Il cambiamento di Kyrgios è un altro, più sottile, interiore. Durante il lockdown, con le frontiere australiane chiuse, Nick è tornato a vivere con sua madre e suo padre a Canberra, senza tornei da giocare, senza aspettative da soddisfare. Si è messo al servizio. Ordinava generi alimentari all’ingrosso per i suoi vicini e andava in giro per la città a consegnarli. Organizzava chat video per i bambini ricoverati negli ospedali della città, passava ore a giocare a Pictionary con loro. Si è separato dal colosso della comunicazione IMG e ha costruito il suo team da zero. 

Una cosa divenne evidente: il tennis – dice Espn – era tutto ciò che sapeva fare, e se voleva un’altra possibilità, doveva ricominciare da capo

 

Ha sollevato Horsfall dal peso di viaggiare e tenergli compagnia. Gli ha chiesto di fargli da manager.  Il 2020 gli ha anche dato la possibilità di ripulire la sua vita, così ha detto, ripulire, in un’intervista a Nine Australia nel maggio 2022. Ha lavorato su se stesso, ha ridotto l’alcol, è diventato vegano. Ha giocato solo 24 partite ufficiali in due anni. Ha conosciuto Costeen Hatzi, di mestiere influencer. Lei stava vendendo uno specchio sul suo account Instagram, era la fine del 2021, lui ne cercava uno per casa sua. Hatzi lo chiama amore a prima vista. Hanno iniziato a frequentarsi poco dopo, lei non sapeva nulla di tennis. Si è fatta spiegare il sistema dei punti e Nick l’ha trovato rinfrescante. Parole sue. Nel senso di una presenza calma e rassicurante. 

Il suo servizio e il suo diritto sono tuttora tra i migliori del tour, il suo gioco a rete è migliorato, si allena meglio, mangia meglio. Adesso Taylor Fritz gli chiede ogni tanto un consiglio. Adesso Nick è convinto che se potesse allenare Naomi Osaka per tre settimane, le farebbe vincere Wimbledon. Prima andava ai tornei e restava chiuso nella sua stanza, giocando ai videogame, chiudendo le  tende alle finestre. Ora gioca i tornei nei paesi che vuole conoscere. Horsfall ricorda di quando con Kyrgios si trovò in un ristorante in Italia, durante le finali ATP di Torino a novembre e lui tirò fuori il telefono, aprì Google translate, per capire i camerieri. 

L’ansia di Kyrgios – dice Espn – lo divora quando è da solo in campo. Le urla sono il suo modo per tenere lo stress sotto controllo.

 

Kokkinakis dice che Nick non è un santo, ma non può essere perseguitato per sempre. Goran Ivanisevic, il coach di Djokovic, lo ha definito un genio del tennis. Ken Solomon, presidente e amministratore delegato di Tennis Channel, il principale media partner del circuito, lo chiama il ground zero del suo sport. Netflix ha lanciato la docuserie Break Point con il primo episodio dedicato interamente a lui. Un motivo ci sarà. Questo: Che piaccia o no all’establishment del tennis, nessuno in questo sport riempie uno stadio come Kyrgios in questi tempi. Anche le sue partite di doppio sono diventate affollate e rumorose. Lo ha scritto Matthew Futterman sul New York Times

Il nuovo Kyrgios ha smesso di essere il ragazzo col condizionale [sarebbe, potrebbe, dovrebbe] per evitare di diventare un giorno il ragazzo dell’imperfetto: era, poteva, doveva. Ha scritto sotto la foto di Wimbledon con il berretto rosso: Niente è mai bello come sembra, niente è così brutto come sembra. Buon viaggio, allora. È tempo di scrivere una storia nuova. 

 

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