2002 | Il calcio alla scoperta dell’Asia

COSA STAI PER LEGGERE

     ▻ Il pallone alla scoperta dell’Asia: il primo Mondiale fuori dalla rotta Europa-Americhe, condiviso da Giappone e Corea del sud. La storia della loro ascesa economica e dei motivi per cui non si amano | Letture e temi: l’insofferenza europea verso il fuso orario – L’inno di Mameli e il secessionismo della Lega – L’invadenza del calcio parlato – La politica delle adozioni in Corea  | Che cosa successe durante i Mondiali: le dimissioni del ministro Scajola per lo scivolone sull’omicidio di Marco Biagi | I protagonisti: Francesco Totti, l’arbitro Byron Moreno, la FIFA, Bruno Metsu e la sorpresa del Senegal

 

COREA-GIAPPONE 2002

Il pallone alla scoperta dell’Asia

 

  Europa e Americhe, Americhe e Europa. Era sempre andata così. In campo e fuori. Quando la Fifa assegna i Mondiali del 2002 con sei anni di anticipo, non era mai accaduto che si tenessero in modo congiunto in due Paesi, non erano mai stati in Asia, non c’era mai stata una Nazionale asiatica fra le prime quattro. Il calcio stava iniziando a seguire il flusso del denaro nuovo. Dopo aver allargato il quadro delle proprie esportazioni in coincidenza dei Giochi olimpici di Tokyo, il Giappone vedeva crescere il proprio PIL da un quindicennio, al ritmo medio annuo del 4%. La domanda interna e quella internazionale alimentavano una crescita che aveva portato il tasso di disoccupazione ai minimi storici. L’accesso al credito era diventato più facile che guardare le nuvole in cielo. Pure quelle c’erano, ma nessuno aveva voglia di vederle. Presto l’avremmo chiamata bolla, presto il Giappone avrebbe vissuto il decennio perduto della sua economia. All’epoca dell’assegnazione, mai il suo calcio aveva trovato la forza economica e tecnica per partecipare a un Mondiale. “Una nazione che ha corso tanto e ora ha la lingua fuori” è la sintesi di Vittorio Zucconi su Repubblica. 

 

Ancora più sensazionale era stata l’ascesa della Corea del sud, uno dei Paesi più poveri al mondo fino a trent’anni prima. Il reddito pro-capite di un suo cittadino era circa la metà di uno del Ghana. Priva di particolari risorse, faceva affidamento sui prodotti che potevano sfruttare il tungsteno, sul mercato del pesce e sui capelli finti per le parrucche. Ma su quel periodo buio, i militari alla guida del Paese avevano edificato piani quinquennali con cui la popolazione attiva nelle industrie era salita dall’11 al 23 percento, gli agricoltori erano calati dal 63 al 34. La crescita del commercio internazionale era stata folgorante a partire dagli anni Ottanta: dai soli 1,3 miliardi di dollari del 1967, si era passati agli 11,3 miliardi del 1973, per poi toccare addirittura i 112,5 miliardi del 1988. Hyundai cominciò a produrre le sue auto tutte in casa, Kia aprì i suoi stabilimenti alla lavorazione della Ford, Samsung crea nel 1995 il suo primo schermo display a cristalli liquidi. Dieci anni dopo è la leader mondiale. La politica dei militari per trasformare la Corea del Sud da paese agricolo a paese ricco e industrializzato si era basato sulla spinta di un’industria siderurgica e petrolchimica per alimentare l’industria leggera, investimenti nell’educazione e nella ricerca, protezionismo e nazionalizzazione del sistema assicurativo e bancario. Diventò proibito importare riso.

 

È opinione comune che la Corea del Sud si sia potuta sviluppare grazie all’appoggio degli USA e del Fondo Monetario Internazionale. In realtà una parte della crescita coreana avviene in contravvenzione alle raccomandazioni delle istituzioni. La transizione dal regime militare alla democrazia aveva trovato in Park Chung-hee una guida apprezzata e controversa al tempo stesso. Aveva ridotto la corruzione e il mercato nero. Era considerato l’artefice del miracolo sul fiume Han, per molti altri era un dittatore camuffato. Nell’ottobre del 1979 era stato assassinato dai servizi segreti, vent’anni più tardi Time lo avrebbe inserito tra i 100 asiatici più influenti del secolo.

Il concetto di globalizzazione, che nella lingua coreana era accompagnato dalla parola segyehwa [apertura – politica culturale sociale] costringeva Seul ad allargare il ventaglio delle sue relazioni diplomatiche. Nel 1988 Seul aveva avuto le Olimpiadi. Quando il Mondiale di calcio metterà piede per la prima volta in Asia, troverà che Kim Dae-Jung, il nuovo leader, ha ricevuto il premio Nobel per la pace, “per il suo lavoro per la democrazia e i diritti umani in Corea del Sud e in Asia orientale, in generale, e per la pace e la riconciliazione con la Corea del Nord”. In economia, aveva messo il Paese sulla strada del liberismo. 

Un problema c’era. Giapponesi e coreani non si potevano vedere. 

 

 

Come raccontava in quei giorni Lorenzo Soria sulla Stampa: “Hanno alle spalle una storia ultramillenaria di inimicizia, guerre, sospetti, gelosie. Insomma, una ben strana coppia”. 

Se storica era stata la missione di Kim Dae-Jung oltre il confine per parlare ai coreani del nord, non meno epocale si annunciava la presenza alla cerimonia inaugurale a Seul del principe Takamodo, cugino dell’imperatore giapponese Akihito. 

Tra il 1910 e il 1945 la Corea era stata una colonia del potente vicino. I suoi cittadini avevano lavorato come schiavi nelle miniere e nelle fabbriche di armi. Le donne erano costrette al sesso. Una ferita aperta nel paese, senza neppure arrivare alle tensioni di duemila anni prima.

La Stampa racconta: “Entrambi i paesi si rifanno al confucianesimo e al buddismo, ma le differenze culturali e di costume sono enormi. I giapponesi sono riservati, disciplinati e credono nei poteri del gruppo. I coreani sono individualisti, rumorosi e considerano un insulto non rivelare il proprio pensiero. Nel cibo è lo stesso. Gli occidentali si fermano alla superficie, notando che entrambi i popoli usano i bastoncini al posto di forchetta e coltello. Ma mentre la cucina giapponese è delicata, quella coreana è molto più saporita e speziata”. 

Alla stagnazione economica dei giapponesi, corrisponde il boom dei coreani. Così litigano su quale dei due nomi vada prima sui poster e sui gadget, se questo sia il mondiale Korea-Japan o Japan-Korea. La riappacificazione auspicata, insomma, non si vede. Per giunta, i coreani si sono messi in testa di insidiare anche la storia egemonia del cinema. È dal 1982 che il Giappone non porta un proprio film in cinquina agli Oscar in lingua straniera [Il fiume di fango, regia di Kōhei Oguri], quando al cinema da Seul arriva Shiri [1999], di Kang Je-gyu, una storia di spie, il primo film nella storia del Paese che stacca due milioni di biglietti. Seguono altri blockbuster che pure a Tokyo a bassa voce apprezzano, tra cui Joint Security Area di Park Chan-wook, My Sassy Girl di Kwak Jae-yong, Kwak Kyung-taek’s Friend di Suk. Soprattutto il cinema coreano sta arrivando nel circuito d’autore dei festival: due anni dopo i Mondiali, il regista Park Chan-wook vincerà il Grand Prix di Cannes con Oldboy. Spike Lee ne fa un remake. Quell’anno il cinema giapponese ha portato alla Croisette il suo trauma più profondo, la tragedia di Hiroshima, con Women in the mirror, diretto dal veterano Kiju Yoshida. Solo Shohei Imamura e Akira Kurosawa avevano osato tanto, portare il fungo sullo schermo con Pluie noire e Rapsodia in agosto. 

 

Aldo Cazzullo, all’epoca alla Stampa, scrive che un Mondiale di calcio organizzato insieme da quei due posti, è un po’ come uno di baseball ospitato da Italia e Egitto.

“Immaginate che due paesi separati da lingua, religione, cultura e, ultimo ma non da ultimo, due ore e mezza di volo, organizzino insieme un campionato planetario di uno sport estraneo alla loro tradizione. Come se non bastassero il prodotto lordo e la viabilità (a Tokyo si guida a sinistra, a Seul a destra), anche la storia allontana Giappone e Corea. Sino alla fine degli Anni ’90, era vietato ai coreani importare cassette musicali degli odiati giapponesi”. 

Il Time ha riassunto così: “È come costringere due porcospini a ballare allacciati”. 

Le coppie di porcospini sono due. Cinquantasei km a nord di Seul e dell’hotel Opulence,  comincia la zona demilitarizzata verso l’altra Corea. Quella che aveva eliminato in campo la Nazionale italiana del 66. Ancora non sappiamo che ne avremmo presto avuto un’altra. 

Emanuela Audisio passa il confine alla vigilia e racconta su Repubblica: “Vi faranno vedere il pallone tecnologico, lo stadio con il tetto apribile, le città piene di luci. Vi diranno che il primo mondiale di calcio in Asia è muscoloso e altamente compatibile con la modernità: mangiate, bevete, giocate. Seul, Corea del Sud, s’illuminerà per la cerimonia di inaugurazione, le tv si accenderanno, il mondo sarà contento di riavere il gol a tavola. Fratello, passa la palla. Enjoy, lo sport globale. Siete tutti collegati? A poca distanza da campioni e miliardi un mondo dove manca tutto: dalla luce al cibo. Qui, nell’ultimo paese stalinista rimasto al mondo, a casa del nemico numero uno degli Usa, non si vede niente. Qui, nell’altra Corea, l’interruttore è rotto. I tunnel sono senza luce, l’elettricità è razionata, soprattutto fuori città, sui tetti non c’è un’antenna, le strade sono vuote, in 170 chilometri contate sei macchine (2 in panne), i semafori sono rari, ma soprattutto spenti”. 

Audisio racconta che “nella baracca numero tre la frontiera divide a metà la scrivania e passa esattamente sul cavo del microfono steso sul tavolo dei colloqui. Basta un passo e si è di là , nella terra dei mondiali pieni di luce, di sponsor, di macchine”. 

Quando i fuochi d’artificio accolgono il Capodanno del 2002, i 12 paesi della UE stanno facendo entrare legalmente in corso monete e banconote in euro. Il giorno dopo l’Argentina annuncia il default verso i suoi creditori: i suoi bond sono in bancarotta. Scriverà Vittorio Zucconi su Repubblica, 24 ore prima della palla al centro tra Francia e Senegal: “Per la Fifa, che comincia a sentire l’asma del calcio europeo e sudamericano asfissiato dalla propria disonesta ingordigia, l’Asia è la chimera, l’ultima befana. Negli uffici di Blatter, la notizia che l’ultima partita di qualificazione della Cina ebbe un’audience di 500 milioni, mezzo miliardo di cinese, fu accolta come i reali di Spagna accolsero i racconti di Cristoforo Colombo. Andate e conquistate. In Asia l’ultimo El Dorado del football”. 

 

  Letture e temi

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La nostra insofferenza da europei

di massimo gramellini, La Stampa, 30 maggio 2002

 

“Come si fa a insultare un arbitro alle 9 del mattino? Rassicurazione preliminare: se avete già segnato in agenda gli orari delle partite per non correre il rischio di sovrapporle ad appuntamenti lavorativi, visite dal dentista e code in banca, non abbiate vergogna della vostra sterminata futilità. Altrove stanno facendo di peggio. In Inghilterra, per dire, la chiesa anglicana ha rinviato di un’ora le funzioni religiose di domenica prossima per non farle coincidere con l’esordio di Beckham in tema nipponica. Da domani è tempo di Mondiali e in Occidente la religione cede il passo al suo surrogato, l’unico in grado di trasmettere emozioni e un segnale di identità a popoli sempre più confusi e infelici di esserlo. Dei vizi si dice che diventano cronici quando vengono praticati fin dal risveglio. Mai però il Dio Pallone si era spinto a tanto, finora. Il timore, diciamolo subito, è che sulla scia delle nuove abitudini, ai famelici spacciatori di calcio televisivo venga l’idea di piazzare qualche futuro anticipo di campionato al posto di Uno Mattina. Intanto prepariamoci a un mese senza rete e senza precedenti, incardinato su ritmi assolutamente atipici”.

 

L’inno di Mameli e il secessionismo della Lega

di enzo biagi, Corriere della sera, 7 giugno 2002

 

“Quello sportivo è il nazionalismo che sottoscrivo più volentieri: non una bandiera, ma una maglia. Anche perché il glorioso tricolore in certi settori della politica non è molto apprezzato: l’onorevole Umberto Bossi lo userebbe come carta igienica, mentre altri lo hanno adoperato come tovagliolo. Il leader della Lega forse non lo sa, ma ha un predecessore, un poeta francese di nome Guillaume Apollinaire che scrisse: Merde sur le drapeau. Se lo faccia tradurre. … Insomma: Forza azzurri (di Forza Italia si è fatto un uso improprio e abusivo), e auguri a Trapattoni, che guida il suo gregge fischiando come i miei pastori sull’Appenino. 

 

L’invadenza del calcio parlato

di mina, La Stampa, 1 giugno 2002

 

“Mi vien da ridere a sentire i megatrattati sull’opportunità di un 4-4-2 di stampo classico-italico con la possibilità di retrocedere Totti a seconda punta. Come se si dovessero risolvere i problemi del disarmo, della flessibilità del lavoro e della Palestina. Ma noi siamo così, inguaribili parolai del nulla. Tanto la palla se ne frega delle parole. Cari, infaticabili rompiballe! Non vedete come siamo concentrati ed abbracciati durante l’inno? Siamo tranquilli. E poi il passatempo che ci volete infliggere deve servire per poco tempo. Fra un po’ comincia un’altra partita e all’ora di pranzo un’ altra ancora e domani ce ne sono altre quattro. Evviva. Se il calcio ci piace, malgrado tutti i tentativi di rovinarlo, è perché è ancora un modo incantato e incantevole per stare insieme, per divertirsi, per lasciare alle spalle l’insoddisfazione e la ruggine. Senza tanti discorsi”.

 

L’ingorgo ai televisori a una cert’ora

di carlo fruttero, La Stampa, 4 giugno 2022

 

“L’Italia si è fermata, uffici, opifici, Camera e Senato, albicoccheti e ciliegeti, perfino il Vaticano, forse la mafia stessa. L’Italia si fermò, come il sole nel libro di Giosuè. Un affare biblico. Ma per chi non scende in piazza o al bar e rifiuta di avere due televisori le cose, se c’è di mezzo una moglie indifferente, non sono state semplici. Perché a forza di sentir invocare il dialogo, la necessità assoluta del dialogo, le virtù superiori e salvifiche del dialogo, uno alla fine dialoga, anche con la moglie. Ma tu a quest’ora vorrai vedere Beautiful, no? Beh, sì, l’ora coincide, ma fai pure, guardati pure Italia-Ecuador, io me ne starò qui tranquilla col mio uncinetto. No, no, per carità, non voglio farti perdere la quindicimillesima puntata tanto nel primo tempo non succederà niente, come al solito. Ma anche nella, scusa se preciso, diciottomillesima puntata di Beautiful non credo che succederà niente e quindi sei libero di… Ma prego… Ma figurati… Ma per carità… Così dovrebbe parlare Cofferati”. 

 

voci L’espansione del mercato a Oriente secondo Franco Arese [Asics]

intervista di giorgio reineri, L’Unità, 28 giugno 2002

 

 ➣  La voglia di affari degli sponsor può arrivare a truccare il mondiale di calcio?

«Secondo me no. Non nego la forza del denaro, e gli interessi che stanno dietro, davanti e di fianco alle grandi manifestazioni sportive. Penso, e lo dico perché ne sono profondamente convinto, che nessun gruppo s’azzarderebbe a truccare un risultato. Il rischio di venir scoperti esiste: se ciò accadesse, sarebbe un boomerang. Si pensi soltanto allo scandalo e alla conseguente fetta di mercato che lo sponsor perderebbe. Al contrario io credo che, nell’assegnazione di certe competizioni – Olimpiadi, mondiali di calcio, campionati europei – ad un paese piuttosto che ad un altro, la forza di alcuni sponsor possa giocare un ruolo importante, se non decisivo».

 ➣  Per lo sviluppo del mercato sportivo, che cosa ha significato il mondiale in Sol Levante? 

«Non ho cifre esatte in questo momento. Ma soltanto basandomi sull’audience televisiva in Giappone e Sud Corea, credo che l’impatto sia stato tremendo. Poi c’è la Cina: là il mercato è agli inizi, ed effettivamente il mondiale asiatico può aver costituito un ottimo lancio. Tuttavia, sulla Cina bisogna andar cauti: qual è la capacità di spesa delle masse cinesi, al momento? Questo è l’interrogativo di fondo. Infine, parlando di mondiale di calcio e di sponsorizzazioni c’è un altro elemento importante da mettere in conto: che il mercato è in crisi».

 ➣  Crisi? Nonostante i miliardi di cui si favoleggia? 

«Si favoleggia, appunto. Gli anni delle vacche grasse sono finiti, e le aziende devono guardare con grande attenzione ai bilanci. L’immagine, poi, non è più tutto: il consumatore, mica è fesso» 

 

La politica delle adozioni

di marco ciriello, Mexican Journalist, 20 luglio 2012

 

“Siamo quasi alla terza generazione di cercatori d’anima. Tutto comincia dopo la seconda guerra mondiale con la Corea del Sud occupata dagli statunitensi, i soldati si integrano con le donne coreane, nascono bambini di sangue misto che la rigida struttura familiare coreana non può tollerare, cominciano le adozioni, come colpe a metà. È quella che era una provvisoria risposta a un amore sbagliato, o a una condizione di indigenza che portava a una scelta drastica tra due figli, diventa una soluzione per le ragazze madri, che ancora continua. L’infelicità occidentale di una coppia che non può avere figli si fa carico dell’infelicità di un figlio non voluto o impossibile da mantenere. Da due infelicità sanate: nasce la vita di un coreano o di una coreana trapiantati in un paese lontano. Vanno via a 4, a 18 a 34 mesi fino a sei anni, quasi subito capiscono di non appartenere al paese che li ha adottati, anche se il passaporto dice il contrario i tratti somatici lo smentiscono. Il resto lo fanno l’amore e la strada segnata, perché indietro non si torna, almeno fino a quando non si desidera fare i conti con quello che è successo, con quello che si è, con la parte di mondo che ti ha segnato il viso. … Global Overseas Adoptees Link  è una delle associazioni più importanti che aiuta a ritrovare il proprio passato, se questo ne ha voglia. Perché spesso le ragazze madri si sono sposate e non col padre del ragazzo dato in adozione, o a sposarsi sono stati i padri e magari non sanno del figlio. E di tutte queste storie colpisce la delicatezza, il rispetto omertoso (a fin di bene) verso l’altro”.

 

Che cosa successe durante i Mondiali

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29 giugno

Le dimissioni di Scajola per lo scivolone su Biagi

 

Il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore seguono la visita ufficiale del ministro dell’interno Claudio Scajola a Cipro. Gli incontri si sono conclusi e il ministro è nell’atrio della caserma di polizia marittima di Limassol. Sono trascorsi tre mesi dall’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, ammazzato dalle nuove Brigate Rosse. 

 

Dino Martirano sul Corriere racconta: “Scajola arretra nell’atrio ma non cede alle insistenze del cerimoniale che lo vorrebbe imbarcare subito sulla vecchia motovedetta cipriota Odysseus in attesa all’ormeggio. Anzi, il ministro fa una piroetta: «Mi chiedete perché questi dischetti sono arrivati proprio ora? [Sono le lettere con cui Marco Biagi richiedeva la scorta ndSl] Stiamo cercando di capire, la cosa non è affatto chiara». Qualcuno spara: è per caso una manovra interna alla sinistra per colpire Cofferati? E qui si limita ad alzare le spalle ma poi aggiunge, con espressione ironica: «C’è anche chi parla di servizi deviati». Scajola, ora, cambia tono e riprende il registro dell’ufficialità: «Non servono veleni, serve unità perché il terrorismo tornerà a colpire». Lo sfogo sembra concluso. Scajola misura il pavimento con i passi ma non riesce a tacere: «A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull’articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte». E a questo punto il ministro sorprende i presenti quando gli viene detto che Biagi era comunque una figura centrale nel dialogo sociale: protagonista del patto di Milano, coautore del Libro bianco, consulente del ministero del Welfare, della Cisl, della Confindustria. C’è un attimo di silenzio, Scajola volta le spalle, si blocca, azzarda: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza»”.

Enrico Deaglio nel suo libro Patria racconta il retroscena. “Nell’atrio – scrive –  si spande il gelo per quello che appare uno sfogo non trattenuto fino in fondo. Ma non c’è tempo per continuare perché la motovedetta Odysseus sta salpando. I due giornalisti trasmettono ai loro giornali. Il ministro viene avvertito che le sue frasi saranno pubblicate. Telefona in extremis al direttore del Corriere, Ferruccio De Bortoli: «Direttore, lei si rende conto che se queste cose sono pubblicate, io mi devo dimettere?». De Bortoli: «Ministro, lei si rende conto che se non pubblico, mi devo dimettere io?». Il ministro Scajola si dimette, scusandosi con la famiglia Biagi. Il suo posto viene preso dall’onorevole Beppe Pisanu”.

 

Il Mondiale dell’Italia

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Francesco Totti, il falso bullo

di vincenzo cerami, La Stampa, 3 giugno 2022

 

“Lo presentano come il bullo di borgata con la Porsche e le pischelle che gli girano intorno. Lo ritraggono con la criniera démodé e la panata di pezza, con un lessico da coatto che se ti dà uno schiaffo il muro te ne dà un altro. Lo fanno camminare come avesse un coltello in tasca e con l’espressione menefreghista di Robert Mitchum. Stiamo parlando di un grande talento calcistico, di un artista del pallone come ne nascono pochi, nato all’ombra del Cupolone: Francesco Totti. Ha detronizzato Baggio e Del Piero senza sgomitare. E al contrario di come viene ridicolizzato, in campo è la quinta essenza dell’eleganza. Come calciatore ha sangue blu, la sua araldica è indiscutibfle. Purtroppo nel destino dei rari pesa sempre il disprezzo dei mediocri, e nel caso di Totti ciò che viene messo alla berlina è il suo evidente disagio a presentarsi pubblicamente con la stessa nobiltà dei suoi lanci millimetrici e inattesi. È un ragazzo di Roma, cresciuto tra ragazzi con la fissa del pallone e poco altro. La natura gli ha donato il genio e il genio, nel calcio, dona a sua volta gloria e miliardi. Quindi Totti è un giovane le cui aspirazioni non possono essere altro che ulteriore gloria e ulteriori miliardi. Non è facile districarsi in un mondo così estremo. Allora ecco che tutta la complessità di quella vita semplice, fatta di gare e allenamenti, si copre con una maschera balbettante, che vuole essere umile, vuole mostrarsi come il ragazzo semplice, di strada, che sicuramente non è. È romano de Roma e non vuole nasconderlo, Oggi i giovani romani 0 sono normali piccolo borghesi 0 sono cattivi. Lo stesso dialetto è ormai una cadenza. Totti deve solo imparare a colpire bene di testa. E basta. E rida per primo quando lo ritraggono da Giggi er Bullo”.

 

L’ennesimo anno zero dietro il bambolotto Moreno

di vittorio zucconi, La Repubblica, 19 giugno 2002

 

“Nella via crucis del nostro calcio nazionale, si contempla da ieri sera, tra corone di spine e cornetti, il ritratto del signor Byron Moreno, l’ecuadoriano che ci ha inchiodato al Mondiale. Accanto alle icone ben note di Pak Doo Ik, del palo di Baggio, della traversa di Di Biagio, del rigore di Maradona, degli ineffabili arbitri britannici di Carosio, della finale di Rotterdam, la sagometta di Byron, bombolotto con occhi un po’ sporgenti, avrà per sempre diritto a un altarino speciale per un arbitraggio così, una schifezza rara da vedere, anche negli annali del vittimismo calcistico italiano, nella notte in cui tredici fra i giocatori meglio pagati del mondo non sono riusciti a fare due gol alla Corea guidata da un povero cristo del Perugia. 

… Impaliamo Trapattoni, perché su di lui, poer fioeu di Cusano, adesso si scateneranno gli avvoltoi della demagogia pallonara in cerca di testa da offrire allo strazio collettivo. Piangiamo insieme con i nostri giocatori che erano scossi da lacrime di rabbia nello spogliatoio, compreso Coco con la fasciatura da Addio alle Armi. E poi ricordiamo che cosa hanno fatto, in questi ultimi anni, Inter, Juve, Roma, Lazio, Milan, Parma in Europa. Niente, anzi, nada, come direbbe Byron Moreno, interprete perfetto del nuovo calcio “fast food”, dove conta soltanto vendere porcherie e aprire nuovi negozi nel “mercato asiatico“, l’ultimo Eldorado della Fifa, che sta riducendo il calcio come la boxe o la lotta libera. E poi, nel dire addio a questo grottesco Mondiale, diciamoci, mentre almeno a voi è risparmiato nella notte il coro dei claxon coreani che urlano e mi tengono sveglio sul pavimento della stanza senza il letto, che questo è, per l’Italia del calcio, un altro, un ennesimo anno zero”.

 

La banda dei potenti

di giorgio tosatti, Corriere della sera, 19 giugno 2002

 

“Italia sbattuta fuori dal Mondiale sporco, dove arbitri e guardalinee sono utilizzati come sicari. Per spianare la strada alle nazionali protette dalla banda che si è impossessata della Fifa, da organizzatori spregiudicati e famelici come i coreani, da boss che nel tempo hanno conquistato fette importanti di potere (il turco Erzik, il tedesco Roth, lo spagnolo Villar), da sponsor i cui investimenti non possono essere abbandonati al caso. Per togliere di mezzo le nazionali in grado di rovinare i loro disegni, cominciando dall’Italia. Perché, con tutti i suoi limiti ed errori, era probabilmente la più forte. Contro nessuna squadra – in tutta la storia dei Mondiali – sono state commesse tante ingiustizie”

 

Una Nazionale modesta

di candido cannavò, La Gazzetta dello sport, 19 giugno 2002

 

“Alla fine della storia, dopo aver sfogato ira, collera, sdegno, dopo aver gridato all’ingiustizia, alla vergogna e coperto d’insulti questa porca organizzazione calcistica mondiale fondata sull’affarismo, dopo esserci liberati di tutti i rospi, rimane l’amara realtà: l’Italia è stata cacciata fuori dal Mondiale da una squadra modesta, ingenua, a tratti quasi infantile, che non ha nulla a che vedere né con l’élite mondiale (per carità) e neanche con la famigerata Corea del Nord che ci eliminò in Inghilterra nel ’66. Questa presunta «grande Corea» del 2002 è un’invenzione suggestiva, alimentata dall’esterno. Finita la frenesia della corsa, si è squagliata. È un mostro creato e tenuto in vita dalla nostra paura. Esiste solo sulle tribune. In campo ieri non l’abbiamo mai vista. Vergogna certo, dinanzi all’azione di killeraggio che l’Italia ha subito nei tempi supplementari. Ma, senza voler sfidare lo stato d’animo di un popolo ferito e ben consci del fiume dell’infamia che ammorba il Mondiale, abbiamo il dovere di dividere la storia in due parti: l’infamia e il peccato. Di esaminare obiettivamente anche il contenuto della partita e chiederci come, con un gol di vantaggio, abbiamo mandato al macero, entro i 90 minuti regolamentari, una vittoria che ci spettava per diritto di verità, di cronaca e di storia. Nel secondo tempo la Corea era sbollita, confusa, staticamente immersa nella sua modestia. Buffon ha dovuto bloccare solo un pallone che, su rovesciata, gli è arrivato in pancia”.

 

Non fucilate Trapattoni

di roberto beccantini, La Stampa, 19 giugno 2002

 

“Delitto e castigo. C’è molto di Dostoevskij nella nostra ritirata dalla Corea, ma Raskolnikov non è Trapattoni: o almeno, non è soltanto lui. Quel poco che siamo riusciti a contare, lo dobbiamo al suo mestiere. Quel molto che non pesiamo più, lo dobbiamo a Carraro. Se fra Croazia, Messico e Corea, arbitri e guardalinee ne hanno combinate più di Carlo in Francia, perché fucilare il Ct? Trap ha le sue colpe, dalla scelta di un centrocampo troppo muscolare a quell’atteggiamento «risparmioso» che lo ha reso unico, ma se Vieri polverizza le lampadine e non centra i lampadari, accanirsi non ha senso. Il tecnico risponde per tutti, ma anche i signori giocatori dovranno, prima o poi, scendere a patti, chiari e onesti, con le loro coscienze, con i loro piedi. E poi l’indotto. La Nazionale del Trap avrà pure lasciato il borsello sul tavolo, ma per farne un tale scempio in mondovisione ci volevano fior di scippatori. Date al Trap gli integratori arbitrali di cui ha goduto il Brasile e rigiochiamo Corea-Italia. Quante volte? Scelgano Sacchi e Zeman. Mondiali come questi, fondati sugli episodi, non potevano che essere decisi da episodi. Per carità, il livello del nostro gioco non giustifica osanna e iperboli, ma se escludiamo le fiammate del Senegal, quale Nazionale ha lasciato il segno? Di quale allenatore potremo scrivere «il suo calcio è stato creativo»?”

 

Il potere di Carraro dentro i confini

di giorgio reineri, L’Unità, 18 giugno 2002

 

“L’Italia è fuori dal campionato del mondo e la domanda, adesso, è: deve dimettersi Giovanni Trapattoni o Franco Carraro? Siccome le tragedie della nostra pedata mai nascono e mai si concludono sul campo di gioco, essendo sempre precedute e seguite da infiniti strepiti su complotti arbitral-dirigenziali o nequizie tattiche, il dilemma non può che esser quello enunciato. … In occasione del congresso Uefa, in maggio, Franco Carraro, che era andato per suonare – sarà eletto vice-presidente Fifa, sviolinavano i soliti cantori – è stato, invece, malamente suonato. Non soltanto non ha avuto la vice-presidenza sognata, ma neppure uno strapuntino nell’esecutivo del governo europeo, dove al Nostro venne preferito un ignoto lussemburghese. … Il fatto è che Franco Carraro, uomo di potere in Italia, non lo è fuori

dai salotti romani e dalle lobby economico-finanziare piemontardo-lombarde. E, di certo, non aiuta Carraro quell’aria di sufficienza con la quale accosta i colleghi della dirigenza sportiva il potere è vasto, e Carraro si limita a gestire quello italiano. Troppo poco, nel mondo oggi, ché anche il calcio non è più italo-centrico, se mai lo fu. E neppure euro-centrico. Il calcio è globale, gli interessi sono globali, ed è per questo che forse serve al calcio italiano un altro presidente”.

 

I protagonisti

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La sorpresa Senegal che elimina i campioni in carica

di gabriele romagnoli, La Repubblica, 17 giugno 2022

 

“Come gli studenti del maggio ’68, gli ultimi ribelli alle gerarchie consolidate cantano negli spogliatoi: «Ce n’est qu’un début, continuons le combat», è solo l’inizio, la lotta continua. Nei quarti ci sono. Fanno un calcio «no global», perché giocano come nessun altro a questo Mondiale. Non è un giudizio tecnico, è una questione di spirito. Il Senegòl non è una squadra, ma una «banda di fratelli», come loro stessi si definiscono. Per capire le ragioni del loro successo bisogna partire da un’immagine. La si vede durante un’intervista della Bbc, in cui i commentatori inglesi cercano di spiegare come una squadra di sconosciute riserve del campionato francese abbia potuto battere i campioni del mondo e passare il turno al posto loro. Davanti al microfono un giocatore, Salif Diao, e l’allenatore, il talebano Bruno, monsieur Metsu, alias Abdu Karim. Diao, tutto serio, la fa lunga sulle loro tattiche in campo, quando all’improvviso Metsu si mette a fargli il solletico. Il giocatore scoppia a ridere, l’ allenatore anche. Quelli della Bbc li guardano perplessi, non capiscono, ma il segreto del Senegòl è lì: una banda di fratelli con un padre che è andato a cercarli e li ha riportati a casa, tutti insieme, per farli divertire giocando e vincere ballando.

… Il Senegòl sembrava Ali quando era re, quando andò a Kinshasa per battersi contro Foreman, che aveva il doppio della sua potenza, e si lasciò picchiare per quella che agli altri sembrò una vita e a lui, unico con il senso del tempo, solo qualche minuto, poi tirò fuori dalle mani a cilindro il «pugno fantasma» e chiuse la partita. Scommettere adesso sul Senegòl è fin troppo facile. Ora s’affolla il carro dei vincitori: arrivano i clacson delle periferie francesi, gli apprezzamenti di Le Pen e i cartelli nello stadio: «La Francia è con voi». Loro sono con se stessi e basta. Quei fratelli sono figli unici, perché, come cantava l’immortale Rino Gaetano (più o meno) «non hanno mai creduto che Zidane potesse andare al Sedan»”.

 

Il fenomeno Corea e il panorama fasullo

di gianni mura, La Repubblica, 18 giugno 2022

 

“Ma come si fa a crederci ancora? Questi mondiali sono più pilotati di una Ferrari da Schumacher, più torbidi del Po verso il Delta e costituiscono una pessima pubblicità al gioco del calcio. Il fenomeno-Corea, ormai alle semifinali, farebbe simpatia se non facesse rabbia. Dopo Portogallo e Italia, anche la Spagna è cascata nel trappolone degli arbitri. Si dice così ma s’intendono anche i guardalinee.  Perché la Corea sì e il Giappone no? Perché il Giappone nella partita più importante ha affrontato la Turchia e arbitrava Collina. Ha vinto la Turchia. Ma il Giappone è anche meno forte, come squadra, della Corea, che ha tradizione calcistica più antica. La Spagna, ma già prima l’Italia, non ci stanno a perdere così. I paesi più all’avanguardia e più ricchi non ci stanno a essere valutati da arbitri o guardalinee di paesi più poveri o calcisticamente arretrati. Oggi si usa molto la parola condizionamento, che sottintende corruzione. È corruzione se incasso quattrini o regalie per comportarmi in un certo modo, è condizionamento se mi comporto in un certo modo perché l’ambiente (ad esempio uno stadio zeppo di coreani) mi porta a non scontentare i padroni di casa. Può succedere a chi non è abituato a certi scenari. È comprensibile, ma non dovrebbe capitare, o capitare il meno possibile. Se andiamo indietro, e partiamo dal 1934 in Italia quando vinse l’Italia, i favori ai padroni di casa o ai potenti non sono quasi mai mancati, fino ad Argentina ’78 passando per Inghilterra ’66 e Germania ’74. Negli ultimi tre mondiali la tendenza s’era molto attenuata, in Francia nessun favore alla Francia. In Corea-Giappone gli errori sono troppi, da quelli diciamo così ambientali a quelli dovuti a pura incapacità. Sempre errori sono, ma hanno disegnato un panorama fasullo”.

 

Ronaldo alla vigilia

di manuel vázquez montalbán, Repubblica, 14 maggio 2002

 

“Quando pochi giorni fa l’Inter ha perso lo scudetto, è bastata un’unica fotografia a rendere conto dell’immaginario della situazione. Cuper, l’allenatore della squadra, tentava di consolare un Ronaldo sconvolto che, dopo aver cercato di superare delle lesioni comuni soltanto agli atleti maledetti, credeva di fare in tempo ad aiutare la sua squadra a vincere lo scudetto. Dopo i suoi trionfi con il Barcellona, Ronaldo venne proclamato il miglior giocatore del mondo, il dio di una religione laica studiata a tavolino, splendidamente santificato in una réclame della Pirelli in cui il corpo del calciatore diventava una croce sagomata dalle migliori luci. Ma il giovane dio aveva il suo tallone d’Achille nel ginocchio e il suo poderoso scatto da cavallone inarrestabile gli scoppiava una e più volte nelle rotule arenandolo per mesi e mesi nelle migliori spiagge dell’Olimpo. In numerose tradizioni classiche si dice che il ginocchio è il simbolo del potere, come già spiegava Plinio il Vecchio, per cui piegare il ginocchio o semplicemente inginocchiarsi diventa atto simbolico di umiliazione, di resa. Nessun dio precedente – Di Stefano, Pelè, Cruyff, Maradona – era stato tanto fragile quanto Ronaldo, lo sfolgorante ventenne che i giornalisti spagnoli avevano voluto chiamare “L’orgasmo del calcio” e “Poesia in movimento”, due esempi sufficienti del delirio suscitato dal giocatore carioca. Ma Ronaldo non ha vinto nessun trofeo importante, né in Europa né in America, né nella Galassia. Le sue lesioni hanno messo il trono celeste del calcio in aspettativa, e nessun altro giocatore osa per il momento occuparlo”.

 

Illustrazione tratta dal libro Pianeta Mondiali 

 

La Coppa di Ronaldo-Ronaldo

di roberto perrone, Corriere della sera, 1 luglio 2002

 

“Sono convinto che questa vittoria me l’ha regalata Nostro Signore, dice Ronaldo. Il Brasile ha vinto il Mondiale di calcio e rende grazie a Dio. Almeno su di Lui sono tutti d’accordo, perché per il resto, ogni brasiliano vive la religione a modo suo, magari pensando che il suo protettore o la sua protettrice siano meglio di quelli del collega. Però ci credono tutti, e, davanti ai giapponesi stupiti, trasformano il campo di Yokohama nella spianata di un santuario. … È di nuovo lui, quello che c’era prima che cominciasse il suo calvario. È Ronaldo-Ronaldo, quello che ha vinto il Mondiale, ma soprattutto ha vinto paura e sofferenza”.

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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