Lo sport e Sarajevo trent’anni dopo l’assedio

Chi è moralmente determinato a difendersi è più forte di chi attacca

Jovan Divjak

Il primo contingente delle Nazioni Unite con 1300 militari francesi e 400 automezzi era arrivato di mattina presto al porto di Fiume. Le violazioni al cessate il fuoco non si contavano più, a Kupres, a Livno, a Svica. Le unità paramilitari serbe di Zeljko Raznjatovic Arkan avevano preso il controllo di Bijeljina, a 20 km dalla frontiera con la Serbia e stavano arrestando chi ritenevano avesse fornito armi ai musulmani. Il consiglio di difesa della città di Sarajevo decise il 4 aprile del 1992 di mobilitare l’unità di difesa territoriale «per proteggersi dal caos e dall’anarchia». Alcune strade di accesso vennero minate, nella parte musulmana della città di sera scattava il coprifuoco. Lo stato d’emergenza era già stato proclamato a Travnik. Dinanzi alla scena che gli si parò di fronte, il comandante delle forze francesi in capo all’ONU, il generale Philippe Morillon, capì subito quello che ancora doveva succedere e in una conferenza stampa drammatica disse che i caschi blu, da soli, non avrebbero portato la pace. «Dovranno essere le popolazioni locali a decidere per una convivenza pacifica».  

 

 

Era proprio quello che Sarajevo aveva, anzi aveva avuto, e che durante l’esplosione del più feroce nazionalismo etnico, iniziava a dare fastidio. La Bosnia Erzegovina era la repubblica più multietnica tra le sei partorite dalla Jugoslavia dissolta, con musulmani bosgnacchi, serbi ortodossi e croati cattolici uno di fianco all’altro. Nel mese di marzo, dopo un referendum boicottato dai nazionalisti serbi, il paese si era dichiarato indipendente, una svolta che la comunità europea da Bruxelles e il governo degli USA avevano approvato. I colpi dei cecchini furono la prima risposta. Con le forze dell’ONU già in città, aprirono il fuoco contro una manifestazione pacifista, 40 mila persone che sfilavano per le strade di Sarajevo chiedendo il rispetto dell’esito della votazione. Ne rimasero uccise quattordici e altre 100 ferite. Chi sparava, era appostato dietro le finestre dell’albergo Holiday Inn, la roccaforte di Radovan Karadzic, leader del partito democratico serbo e animatore della rivolta dei serbi di Bosnia contrari alla dichiarazione. Moltissimi manifestanti portavano cartelli con foto e manifesti del vecchio maresciallo Tito, ancora amatissimo per aver dato a suo tempo un peso istituzionale ai musulmani, la maggioranza della popolazione. «Disarmeremo questa gente con le nostre mani», gridava la folla mentre si dirigeva furiosa verso l’hotel. Il comandante dei reparti dell’esercito federale, il generale Djurdjevac, aveva chiesto a tutte le formazioni paramilitari presenti in città di riconsegnare le armi. Ma le bombe cadevano anche sulla Bascarsija, la parte vecchia della città abitata dai musulmani.

Karadzic aveva riunito le forze a Banja Luka, la capitale della Krajina bosniaca, e da lì aveva proclamato in risposta all’indipendenza la nuova Repubblica serba di Bosnia, per creare con Serbia e Montenegro una nuova Jugoslavia. I suoi deputati uscirono dal Parlamento di Sarajevo, la realtà cominciò a prendere una piega uguale a quella vista in Croazia. La radio chiedeva alla gente di recarsi al lavoro, mentre i negozi venivano saccheggiati.

Guido Rampoldi scriveva in quelle ore per Repubblica: “Nessuno sa chi spara a chi, le strade sono vuote, le divise tutte identiche: tute mimetiche o la stoffa blu d’una polizia che si è divisa per etnia, serbi contro musulmani e croati. Invece è chiaro l’esito sempre più verosimile: una carneficina tribale”. 

Gli abitanti di Sarajevo tolsero i nomi dai citofoni per impedire alle bande e agli estremismi presenti sulla scena di identificare l’etnia di ogni inquilino. Le squadriglie croate volevano Mostar, la chiave d’accesso all’Adriatico, e quelle serbe avevano deciso di prendersi Sarajevo, per arrivare a uno smembramento della regione e a una spartizione secondo criteri di cosiddetta purezza etnica.

“Questo progetto di ingegneria demografica, di derivazione hitleriana o staliniana – scriveva Rampoldi – è già entrato nella fase operativa”. 

Tra il 5 e il 6 aprile cominciò l’assedio. Il più lungo della storia moderna. Oggi si stima che le vittime siano state più di 12mila, i feriti oltre 50mila, l’85 per cento dei quali civili. Mille e 425 giorni di assedio che avrebbero trovato una soluzione parziale alla fine del 1995, con la firma degli Accordi di Dayton. 

Sarajevo era già stata nel 1914 la città degli spari di Gavrilo Princip all’arciduca Francesco Ferdinando e alla moglie Sofia, il pretesto per lo scoppio della prima guerra mondiale.

Gigi Riva, che avrebbe raccontato l’assedio da inviato di guerra per Il Giorno, dice che “il Ventesimo secolo è nato e morto nella città martire”. Così come oggi Kiev e Mariupol ci fanno pensare a Sarajevo, trent’anni fa Sarajevo faceva pensare al ghetto di Varsavia. Anche se Wlodek Goldkorn ha scritto su L’Espresso che “pensare per analogie è spesso fuorviante”.

Eppure questa città schiacciata tra due sequenze di lutti epocali, nell’età di mezzo era stata felice. Mentre il resto della Jugoslavia conosceva una difficile transizione dopo la morte di Tito, Sarajevo negli anni Ottanta si dava alla vita. Era un posto cool, diremmo oggi. All’epoca andava la parola fashion. E lo sport ebbe il suo ruolo. 

 

La Coppa dei Campioni di basket della Bosna di Tanjević

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In principio fu il basket, e fu una sorpresa. Anno 1979. La Coppa dei Campioni. Ventidue squadre divise in sei gruppi. Le prime si qualificarono al girone finale. Le due  in testa giocarono la finale. Una era la Varese di Dino Meneghin sponsorizzata Emerson. Aveva giocato nove finali nei nove anni precedenti. Quattro perse, cinque vinte: la prima, nel 1970, aveva fatto nascere in Italia la moda dei caroselli in strada per i festeggiamenti. A imitazione di quanto fatto dai tifosi dell’Ignis in aprile, mezza Italia scese in piazza qualche mese dopo a strombazzare i clacson delle macchine per Italia-Germania 4-3 di calcio. Varese, insomma: la favorita. 

L’altra squadra quasi non aveva storia. Nemmeno trent’anni di vita, un palazzetto da 6 mila posti. Era nata in ambito universitario e aveva a lungo giocato solo tornei regionali. Mentre la Ignis vinceva la prima Coppa europea, la Bosna era ancora in serie B. La scalata era stata possibile per due motivi. Il primo: una concentrazione di meravigliosi giocatori come Ratko Radovanović, Žarko Varajić e Mirza Delibašić. Il secondo: la presenza in panchina di un originale trentaduenne, Bogdan Tanjević, un ex buon giocatore dell’OFK Belgrado, al quale era stato offerto di fare l’allenatore quando ne aveva 24 ed era entrato in rotta di collisione con il suo. In sostanza: una follia. Ma funzionò. 

 

Meneghin si era rotto l’ulna del braccio destro in febbraio. Era stato operato e gli avevano messo delle viti, con una prognosi di 70 giorni. Era rimasto in panchina durante la partita vinta a Madrid contro il Real, decisiva per andare in finale. L’allenatore Rusconi alla vigilia era preso dei dubbi: che faccio, lo metto o no? Lui, l’altro grande Dino dello sport italiano insieme a Zoff, disse: «Se c’è bisogno, con una imbottitura di protezione al braccio, posso giocare. Non renderò al massimo, perché devo fare attenzione alle cadute, ai contatti, ai colpi che ricevo. Ma giuro che se entro, non resto lì a fare lo spaventapasseri». 

La Bosna aveva perso in maniera inaspettata in semifinale di Coppa di Jugoslavia contro il modesto Zara (85-88) e in campionato era scivolata al quarto posto dopo una sconfitta amara contro il Cibona zagabria (96-99). La leggendaria firma della Gazzetta dello sport da Belgrado, Nebojsa Popovic, scrisse che da Sarajevo sarebbero partiti sei aerei speciali e una serie di pullman verso Grenoble, oltre ai tifosi in macchina. Tanjevic gli disse che l’Emerson aveva molta più esperienza, molta più fiducia. L’anno prima aveva portato i suoi in semifinale di Coppa Korac, eliminati dopo due tempi supplementari dal Partizan. 

Enrico Campana sulla Gazzetta dello sport scrisse alla vigilia: “La Bosna abitualmente gioca con il piccolo Hadzic (1.88) in veste di semplice portatore di palla, il divino Delibasic un po’ di guardia e un po’ ala (come Yelverton) e tre lunghi all’inizio. Il terribile Ratko Radovanovic (2,10) ha borchie d’acciaio in fondo ai gomiti ed è un po’ la bestia nera di Meneghin, un po’ perché abbastanza scorretto e un po’ perché ha fondamentali differenti da quelli del pivot classico, gioca più fronte che spalle a canestro. Finisce infatti l’azione con un tiro rapido in sospensione in mezzo all’area che va dentro 7-8 volte su 10. Anto Dogic (1,99) ha braccia scimmiesche, una camminata sghemba a causa dei menischi di due ginocchi ma grande volontà e senso della posizione, quindi è pericoloso nei grappoli sotto il canestro d’attacco. Infine Predrag Benacek (19 anni, 2,06) è un bel ragazzone ancora un po’ troppo acerbo e lento e Bosko Bosiocic (22 anni, 2,04) ancor più grezzi ma efficaci. Tanjevic dopo una decina di minuti toglie un lungo e le caratteristiche della squadra si rovesciano di 180 gradi, perché la folgore Zarko Varajic (28 anni, 2,02) dà alla squadra fortissime accelerazioni, mentre aumenta considerevolmente la pericolosità in attacco. È preparata la Bosna, per ogni tipo di basket, rapido o lento, orizzontale o verticale ma nel confronto uomo contro uomo il tasso di classe è inferiore a quello dei califfi varesini”. 

Davanti ai 15mila spettatori di Grenoble, la Bosna vinse 96-93. Un’impresa compiuta senza stranieri in squadra, con 45 punti di Varajić, tuttora record in una finale di Eurolega. Delibašić ne mise 30 e Radovanović ne aggiunse 10. Bob Morse e Charlie Yelverton, gli americani di Varese, si erano fermati a 30 e 27. Tanjević la considera tuttora una sorpresa più grande del campionato di calcio vinto dal Leicester in Inghilterra.

 

  Sono diventato un allenatore global. Nel mio mestiere, ormai, bisogna avere una valigia nella mano destra e una nella sinistra: pronto a restare o a partire | Bogdan Tanjevic a Flavio Vanetti, Corriere della sera, 23 maggio 2002

Le Olimpiadi invernali del 1984

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Sarajevo sarebbe diventata dopo l’impresa di Tanjevic la città più viva dei Balcani. Pittori, scultori e artisti scelsero di vivere lì, per il suo clima cosmopolita, per la vocazione alla convivenza tra etnie, religioni e culture. Il regista tedesco Wim Wenders sosteneva che se qualcuno in quel periodo aveva qualcosa da dire al mondo, lo diceva da Sarajevo. Lo scrittore Mesa Selimovic disse: «Tutte le città hanno un cuore, solo Sarajevo ha un’anima». I Bijelo Dugme di Goran Bregovic erano la sua riproduzione in campo musicale: contaminazione di generi, folk, ethno, modernità. Emir Kusturica andò a prendersi il Leone a Venezia con Ti ricordi di Dolly Bell? e la Palma a Cannes con Papà è in viaggio d’affari. Così, mentre il Fudbalski Klub si preparava a vincere il secondo e ultimo scudetto della sua storia, il mondo si presentava dietro la bandiera a cinque cerchi per le Olimpiadi invernali del 1984, nella città che per prima aveva allestito piste di sci illuminate, con ristoranti che di notte non chiudevano. “Come in una piccola New York depositata tra i Balcani”, dice Gigi Riva.

Nel pieno dei Giochi, dalla neve di Bosnia, Gian Paolo Ormezzano su la Stampa scrisse: “Questa volta è l’Olimpiade a prendere qualcosa dal posto in cui va, e non invece a dare”, una città che gli parve “mezza turca mezza americana, con minareti bianchi e albergoni color caramello, versione moderna della casetta di marzapane di Hansel e Grethel”. 

Bruno Tucci sul Corriere della sera pronunciava parole per forza ignare del futuro e salutava una “Sarajevo invasa da una moltitudine di gente che rende la città ancora più bella e affascinante. Atleti, allenatori, sponsor, giornalisti: quasi diciottomila persone che hanno occupato in massa alberghi e pensioni, ristoranti e villaggi. C’è un miscuglio di lingue e di razze, una fratellanza che lo sport amalgama, un esempio di pace che ognuno di noi dovrebbe seguire e mandare in memoria”. 

Chi era a Sarajevo in quei giorni, ebbe la percezione dei Giochi invernali meglio organizzati di sempre. 

“Le hanno chiamate le Olimpiadi del sorriso – scrisse Tucci sul Corriere – una definizione azzeccata, perché gli jugoslavi hanno il senso dell’ospitalità. Gentilezza e cortesia, dovunque”. In una città che aveva cambiato volto e non smetteva di sedurre. 

“i turisti – ancora l’inviato del Corriere – si fanno fotografare nel punto più famoso di una Sarajevo diversa, se volete più moderna e meno retorica, ma che non ha abbandonato il suo cliché di città piena di fascino e di romanticismo. È lì, sui marciapiedi dinanzi al vecchio Ponte Latino che la storia si è fermata. Il fiume Miljacka scorre ancora come un tempo, i vecchi edifici sono stati spazzati via, ma le impronte di Gavrilo Princip stanno a ricordare la drammatica vicenda. I turisti si mettono in posa, sorridono, è una tappa da non perdere, poi però corrono a far compere nei mille negozi che pullulano nelle viuzze del Vecchio Mercato, nei bezistan; o affollano goliardicamente le antiche locande turche come la Kolobara, il Taslihan, il Moricahan. Questa Olimpiade costerà alla Jugoslavia 130 milioni di dollari, una cifra altissima, se si pensa che i conti con l’estero sono in rosso e che il debito complessivo supera i 20 miliardi di dollari. Valeva dunque la pena? Qualcuno risponde no, ma si tratta di una minoranza. Sarajevo muta il suo volto: si ergono palazzi, si costruiscono alberghi, impianti sportivi, villaggi, l’aeroporto sopporta l’arrivo dei jet. Finite le Olimpiadi, queste opere serviranno per un avvenire migliore”. 

Il maresciallo Tito era morto da quattro anni. Il muro di Berlino sarebbe caduto tra cinque. Gli alberghi, i ristoranti, le pensioni, i villaggi visti per i Giochi sarebbero stati rasi al suolo. 

 

  testimoni Danis Tanovic 

«Le ragazze che non si potevano nemmeno toccare erano diventate all’improvviso tutte disponibili. Perché aspettare a fare l’amore se il giorno dopo magari si poteva morire? C’era la rivoluzione sessuale a Sarajevo. E si distribuiva tutto ciò che si aveva. Ho visto persone eroiche mettere in gioco la vita per qualcuno che non si conosceva. Dentro le vene scorreva un’adrenalina pazzesca. Era dunque meglio la guerra? No, in guerra nessuno vince e tutti perdono. Io avevo 23 anni quando è scoppiata e ho perduto la gioventù, ho perduto gli amici. La guerra non distrugge solo le persone e le case, ma anche la società. Poi bisogna ricostruire, e qui passerà ancora molto tempo prima che succeda. Troppo odio in circolazione ancora, troppa incomprensione».

«Io sono prima di tutto bosniaco, anzi sarajevese, che è un legame speciale. Come quello dei romani con Roma o dei parigini con Parigi. Avevo un amico, durante l’assedio, si chiama Sinisa, è serbo. Non poteva più vivere qui e si è trasferito in Australia. Naturalmente mi sento molto più vicino a lui che a quelli che dovrei amare perché hanno la mia stessa religione. Non è mai stato il mio caso. Ero pronto a morire per Sarajevo. Perché amavo i motivi che l’hanno fatta diventare una macelleria. Cioè le differenze, che in fondo nemmeno esistevano, perché i musulmani non andavano in moschea e i cristiani non andavano in chiesa. È persino superfluo aggiungere che c’è solo una razza, la razza umana. C’è gente che si autodefinisce: io sono questo. Ma cosa ne sai di che cosa sei? Ci siamo tutti mescolati, nei secoli. In tutto il mondo, le persone vogliono le stesse cose: star bene, progettare il futuro. Poi c’è quella piccola parte che sogna di essere come Rambo e ammazzare gli altri. Ma attenzione, le guerre non durano un’ora e mezza come i film». – intervista di gigi riva, il Venerdì, marzo 2017

 

E poi accadde che

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L’eroe dell’assedio di Sarajevo sarebbe diventato un serbo, Jovan Divjak. Aveva abitato sempre nello stesso quartiere, nei pressi sia di una chiesa ortodossa sia di una moschea del XVI secolo, a pochi passi da un seminario cattolico. Gli pareva che fosse il punto che meglio rifletteva la città. Divjak era un militare nato a Belgrado, anzi: un generale. Era stato nella guardia personale di Tito. Quando i serbi come lui assediarono Sarajevo, scelse per sé il ruolo del resistente, anche se a Belgrado usavano un’altra parola, lo dissero un traditore. 

“Scelse di guidare la resistenza per le sue chiese ortodosse – ha scritto di lui, alla sua morte, Mattia Feltri su la Stampa – per le sue moschee, le sinagoghe, le etnie conviventi in uno scandaloso meticciato e che facevano di Sarajevo, agli occhi dei nazionalisti, la città bastarda. Scelse di essere bastardo e di stare coi bastardi perché vedeva il mondo al contrario, e pensava che gli uomini sono tutti uguali, e ucciderli per la loro fede e la loro nazionalità è la barbarie. E mentre i serbi ancora sparavano per fare fuori i bastardi, e bruciavano le scuole e le biblioteche, Divjak guardò oltre la guerra e fondò la sua scuola per gli orfani, che fossero croati, bosniaci, serbi, ebrei, musulmani, cristiani, rom, perché nel suo mondo al contrario sono tutti uguali, specialmente gli orfani”. 

Cinque anni fa, Gigi Riva fece ritorno nella città proprio nei giorni d’aprile, per un reportage scritto su Repubblica e per passeggiare tra le strade del centro, la Bascarsija, proprio in compagnia di Tanjevic, “uno dei pochi forse l’unico, a cui viene perdonato di non essere stato presente durante l’assedio. A cui non viene rivolta la fatale domanda: «Dov’eri quando c’era il peggio?»”. 

Tanjevic raccontò: «L’amore della gente ha giocato un ruolo. Si è sparsa la voce che ho salvato mille persone. Cosa che non è vera. È vero soltanto che, a Trieste, dove mi trovavo, ho accolto tutti coloro che ne avevano bisogno, non solo di Sarajevo, anche di Zagabria o di Belgrado. Ho risolto problemi burocratici alla dogana, alloggiato molti amici, o amici degli amici, comprato vestiario per chi non ne aveva, borse grandi per chi scappava verso l’Australia o il Canada, e andava via per sempre, lungo una strada a senso unico».

«Ci sembrava normale poter organizzare i Giochi olimpici, non ne provavamo un orgoglio particolare perché pensavamo fosse scontata una cosa che oggi non è nemmeno immaginabile. La presunzione era la diretta conseguenza di quanto ci inculcavano a scuola fin da bambini. Eravamo uno Stato che contava nel mondo. Washington e Mosca non facevano nulla senza consultare Belgrado. Il Paese era ricco di minerali, fiumi, montagne, mare. Eravamo i vincitori della Seconda guerra mondiale, i partigiani avevano battuto la Germania di Hitler partendo da un piccolo nucleo di diecimila combattenti. Dunque imparavamo che per noi non c’erano traguardi impossibili. Questo sentimento di essere superiori è eccellente, un buona base per radicare dentro di sé l’idea di vincere nello sport».

L’assedio lo aveva sorpreso in Italia, quanto Tanjevic non credeva – scrive Riva – “che la guerra fosse possibile a Sarajevo, come se la città godesse di un’immunità speciale nonostante la geografia la ponesse al centro del disastro, su quella faglia di frattura di universi entrati in collisioni. L’abitudine a vivere assieme, anziché l’antidoto, fu il propellente di un rincaro di violenza”. 

«Ma la tragedia – ancora parole di Tanjevic – per me si era già aperta prima col conflitto in Croazia. L’unico evento che mi ha ferito più della morte di mio padre perché significava la distruzione della mia Jugoslavia».

Suo padre era un militare originario di Pljevlja, un villaggio di montagna montenegrino. Si erano trasferiti prestissimo a Sarajevo. «Fin dal primo giorno ero affascinato dalle grandi vetrine del centro, dalle librerie piene di volumi». Solo nel 1997 sarebbe finalmente venuto il momento del ritorno per la prima volta, per un premio della vecchia Bosna. «Rimandavo. Provavo un senso di vergogna perché mi sentivo colpevole per non aver fatto nulla contro il disastro. Accanto alla vergogna provai l’esaltazione di essere finalmente qui di nuovo. Scherzavo, raccontavo barzellette, condividevo l’ottimismo dei sopravvissuti. Non si torna sui propri passi, non si torna dove si è fatto bene. Non sento più nemmeno tanto amore per la Jugoslavia. Fa parte della psicologia dell’uomo, si chiama dolore dolce. Ci si ricorda di questo dolore per goderselo».


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A cura di Angelo Carotenuto.

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