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I play-off della NBA senza la città di Los Angeles
Fuori anche quattro finaliste dell’ultimo decennio
Il tabellone è completo. I play-off della NBA possono iniziare nel pomeriggio italiano. Gli Atlanta Hawks di Danilo Gallinari si sono qualificati per il secondo anno di fila e dopo la scorsa finale di Conference, seguita a tre stagioni di assenza. L’ultimo posto utile l’hanno conquistato alle sette del mattino ora italiana i New Orleans Pelicans, in coda a tre anni di assenza, andando a vincere in casa dei Clippers. Così, la città di Los Angeles è irrimediabilmente fuori, a mani vuote dopo il flop anche dei Lakers. Una doppia delusione, capitata solo una volta negli ultimi quindici anni (2018).
La NBA rimescola di nuovo gerarchie e posizioni dominanti. Sono rimaste fuori dalla corsa all’anello quattro delle finaliste dell’ultimo decennio: Oklahoma Thunder, San Antonio Spurs, Los Angeles Lakers e Cleveland Cavaliers.
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Il primo anello della storia se n’era andato in Canada, estate 2019, faceva festa Toronto con i suoi Raptors multi-kulti, pensati e messi in piedi dal management proprio per offrire agli immigrati una squadra in cui rivedersi, qualcosa che fosse più familiare dell’hockey su ghiaccio. Il primo anello della storia se n’era andato in Canada e Los Angeles reagì. I Lakers presero Anthony Davis, i Clippers soffiarono ai campioni Kawhi Leonard, leader silenzioso e discreto, ma un tipo deciso, convinto di poter creare un’alternativa a LeBron James anziché unirsi a lui. Andò a fare coppia invece con Paul George, con l’obiettivo di portare una terza squadra della California al titolo.
Fu l’estate del grande rimescolamento. Solo 8 dei 24 giocatori chiamati nel 2017 per l’All-Star Game rimanevano ancora nella stessa squadra dell’epoca. Sei giocatori tra i 15 premiati per il loro rendimento nel torneo 2018 andavano altrove. Un rimescolamento di stelle da cui sarebbero dovuti uscire brillanti come mai prima: i Clippers.
E invece, eccoli qua. Dopo nove presenze fisse ai play-off negli ultimi 10 anni, sono tornati al grande vuoto, alla linea bianca delle cattive abitudini vissute tra 1994 e 2011, con due presenze in tutto. Hanno giocato tutta la stagione senza Leonard, con un crociato rotto. Hanno giocato la partita di spareggio contro i New Orleans Pelicans anche senza Paul George, entrato nel protocollo covid di salute e sicurezza, dopo mesi trascorsi a combattere un problema a un gomito. Se interessa: 27 punti di Marcus Morris e di Reggie Jackson. Ma con 18 su 44 dal campo in due, sei su 20 da tre punti. Batum ha mancato tutti e cinque i suoi tentativi dalla distanza. Dall’altra parte: 30 di Brandon Ingram e 19 di CJ McCollum, la coppia che ha consentito alla franchigia di reggere alla lunghissima assenza, ormai, di Zion Williamson, il rookie che tre anni fa doveva cambiare il panorama della NBA.
Altre analisi più a freddo verranno, ma nel frattempo Andrew Greif sul Los Angeles Times calcola che i giocatori dei Clippers hanno saltato 385 partite in totale durante la stagione regolare. Soprattutto ricorda le 13 rimonte subite avendo avuto un vantaggio da doppia cifra, compresa quella di stanotte da +16 e quella di martedì scorso nel primo turno dei play-in con Minnesota. Avrebbero potuto chiudere il discorso e adesso sono eliminati. “Questa stagione – dice il Los Angeles Times – è solo un déjà vu”.
Rohan Nadkarni per Sports Illustrated torna sulla disfatta dei Lakers e dice che con LeBron James devono smettere di sprecare tempo a vicenda. “Non possono permettersi di rovinare un’altra estate mentre lui si avvicina alla sua ventesima stagione. Confrontate i primi quattro anni di James a Los Angeles con i suoi quattro anni a Miami, il suo secondo periodo a Cleveland o anche le sue quattro stagioni durante il primo mandato nei Cavs. L’esperimento dei Lakers è probabilmente (dico probabilmente) il peggiore. James ha raggiunto le finali ogni anno a Miami e durante il suo secondo periodo a Cleveland. A Los Angeles, James ha mancato i playoff due volte e quando li ha centrati una volta è uscito al primo turno. Quando hai James nella tua squadra, l’obiettivo non può essere vincere un solo anello. Certo, anche l’aspettativa di farlo ogni anno non è realistica. Ma sicuramente non è troppo chiedere che almeno si competa. Quello tra James e i Lakers era un matrimonio molto sensato sulla carta. James era la superstar di cui la franchigia aveva disperatamente bisogno, dopo un decennio per lo più gettato via nella scia delle finali 2010. Eppure, nessuna delle due parti è stata in grado di sfruttare appieno i vantaggi offerti dall’altra. James non è esente da colpe. Ha giocato un ruolo importante nel portare Westbrook in squadra, uno sconcertante errore di calcolo”.
Due schiacciate inattese
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Adesso a New Orleans riprende il tormentone su Zion. Ha giocato un’ottantina di partite in tre anni, tormentato dagli infortuni, non esiste una data ufficiale per il suo rientro. Ma nel riscaldamento prima della partita dell’altra notte con San Antonio, in campo c’era e ha concesso allo show una schiacciata “da lasciare senza parole, per il fascino e la potenza nell’esecuzione” (Dunkest). Sta bene o non sta bene? Sulla gestione del suo infortunio, Stephen A. Smith, analista di ESPN, non ha usato giri di parole: “Mi fa venire il vomito. Sono davvero inorridito. Quanto fa bene a noi fan? Come può aiutare il prodotto NBA?”.
Nel turno precedente, di una seconda schiacciata si è assai parlato. L’ha messa a segno Danilo Gallinari contro Charlotte, nel secondo quarto. Alla fine ha detto: «Nessuno nell’arena pensava che potessi ancora farcela, ma sono contento di esserci riuscito. Questo è il momento più bello dell’anno: amo questo periodo, giochiamo tutta la stagione per arrivare qui».
Nella notte ha contribuito alla vittoria su Cleveland con 14 punti.
COSA TROVI OGGI SU RIMBALZI
▻ L’invenzione della schiacciata
Il tredicesimo episodio di Rimbalzi, il podcast di Slalom prodotto da Chora Media, è dedicato a Joe Fortenberry. Fu chiamato nel 1936 per un provino con la Nazionale americana di basket, non trovò nessuno che gli pagasse il viaggio, nemmeno la compagnia petrolifera per cui lavorava. Anzi: gli fecero sapere che se fosse partito, nessuno gli avrebbe garantito il posto al ritorno. Joe partì lo stesso. Arrivò a New York e in allenamento fece un gesto che nessuno aveva mai visto prima. Su Spotify trovate a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.
Sì, ma vogliamo sapere chi vince l’anello
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Michael Pina di Sports Illustrated scrive che i treni passano in fretta e “i prossimi due mesi potrebbero essere la migliore occasione per Phoenix di vincere. Chris Paul compirà 37 anni nel giro di tre settimane e sarà free agent, il futuro di Deandre Ayton è instabile. È anello o fallimento, con i Nuggets e i Clippers entrambi pronti a diventare dei colossi l’anno prossimo. Questa è la seconda chance per i Suns e probabilmente non ne avranno una terza”.
Che cosa si dice delle partite di primo turno
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Dallas-Utah | Due vittorie a testa nella stagione regolare e Dallas ha vinto le ultime due, la più recente (114-100) a fine marzo. Il fatto è che non gioca Luka Doncic, così i Jazz sono favoriti. Hanno il miglior attacco del campionato e uno dei migliori difensori della lega in Rudy Gobert. Howard Beck di Sports Illustrated dice che si tratta della squadra con la maggiore pressione, perché è “al quinto anno dell’era Donovan Mitchell-Rudy Gobert e deve ancora sfondare. Viviamo in tempi di impazienza. Cinque anni sono un’eternità per una franchigia NBA. Utah ha un nuovo proprietario (Ryan Smith) e un nuovo capo delle operazioni di basket (Danny Ainge, con una reputazione per gli affari audaci). Aggiungete le voci su una potenziale partenza di Quin Snyder e avrete la ricetta per uno spettacolo pirotecnico, se i Jazz dovessero vacillare di nuovo”.
Philadelphia-Toronto | Secondo Chris Mannix di Sports Illustrated i 76ers sono la squadra sottoposta a più pressioni. “Devono vincere almeno una serie, forse di più, per giustificare il contratto da un quarto di miliardo di dollari che James Harden prende nella sua bassa stagione. Sono anche in gioco i primi anni del futuro di Joel Embiid”.
Cinque giornalisti su cinque della rivista americana indicano in Harden il giocatore che nei play-off andrà in campo con la maggior quantità di pepe sulla coda e con più cose da dimostrare.
Dopo la caduta dell’obbligo vaccinale a New York, Toronto è rimasta la sola città sede di una franchigia a richiederlo. Così, il miglior difensore perimetrale dei Sixers, Matisse Thybulle, sprovvisto di green pass, non sarà ammesso a gara-3, gara-4 e gara-6 in trasferta.
Joel Embiid ha chiuso la stagione regolare da numero 1 dei punti (30.6) e numero cinque nei rimbalzi (11.7). Punta al tiolo di MVP e sarebbe il quarto di fila che sfugge a un giocatore USA, dopo i due del greco Giannis Antetokounmpo e quello del serbo Nikola Jokić.
Sarebbe la prima volta dopo la doppietta del canadese Steve Nash seguita dall’affermazione del tedesco Dirk Nowitzki (2005-2007). Un africano è stato MVP solo nel 1994. In realtà, Hakeem Olajuwon, nigeriano di nascita, prese il passaporto americano e giocò alle Olimpiadi con il Dream Team.
Embiid – del Camerun – è un’altra cosa. Sul Foglio sportivo, Moris Gasparri scrive che “stiamo aspettando l’Africa” e che la stella Nba con il ciclista Girmay è uno dei suoi nuovi simboli. Ma nuova è anche la maniera del continente di stare dentro i meccanismi dello sport.
“L’Africa a livello sportivo non ha mai conosciuto una sua vera centralità globale, con la parziale eccezione dell’egemonia kenyana nelle corse di resistenza o del Sudafrica nel rugby. Sta emergendo un nuovo paradigma: non più e non solo la povertà da fuggire e usare come motore del desiderio agonistico, bensì gli investimenti e i denari come leve di un nuovo futuro dello sport africano, in linea con i cambiamenti generali del continente. Una delle più grandi voci intellettuali africane della nostra epoca, Calestous Juma, economista e politologo keniano morto nel 2017 dopo aver lungamente insegnato ad Harvard, ci ha lasciato in eredità libri e idee importanti per pensare il rapporto tra l’Africa, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo economico, superando i retaggi coloniali e immaginando una diversa traiettoria di sviluppo. Non è quindi banale nell’ottica della nostra analisi che un suo intervento pubblico del 2016 si aprisse con una menzione emozionata delle cinque medaglie olimpiche appena conquistate ai Giochi di Rio nel taekwondo da atleti africani, viste e interpretate come simbolo di questi cambiamenti, tra cui quella di Cheikh Cissé, primo oro olimpico di sempre per la Costa d’Avorio.
La crescita economica del continente africano è uno dei grandi fatti della nostra epoca, ma non va immaginata in maniera lineare e omogenea: oasi e sacche di forte sviluppo – pensiamo al mondo delle startup digitali, alcune divenute “unicorni”, il termine tecnico che indica le realtà in grado di superare il miliardo di dollari di valutazione – convivono e convivranno a lungo dentro un contesto ancora dominato da conflitti militari, emergenze militari, corruzione, mancata transizione demografica (nell’ultimo decennio si è ridotto il tasso di povertà, ma i poveri in numero assoluto sono aumentati rispetto ai decenni passati per via dell’aumento della popolazione). Il primo è rappresentato dalla nascita della Basketball Africa League, lega direttamente finanziata e sostenuta dall’Nba in partnership con la Fiba, nata sotto l’impulso di dirigenti di origine africana come Masai Ujiri, attuale Gm dei Toronto Raptors, e partecipata da un socio di nome Barack Obama. Partita lo scorso anno con dodici franchigie in rappresentanza di dodici stati e un torneo concentrato in due settimane per gli impedimenti della pandemia, è da poco iniziata la seconda edizione, ampliata nel numero di partite e finalmente
con la presenza del pubblico. L’Africa è la nuova frontiera di espansione della lega americana, dopo quella europea e quella cinese (e l’ultima sul pianeta Terra, prima di passare all’esplorazione di nuove galassie, ma Space Jam non è stato girato invano).
In Senegal è nata anche un’academy direttamente gestita dall’Nba, e già oggi sono quindici gli atleti formati in Africa che giocano nel principale campionato professionistico mondiale, guidati dal già citato Joel Embiid.
Memphis-Minnesota | Michael Pina di Sports Illustrated ha scritto che potrebbe essere la serie più divertente da guardare, con “due squadre giovani, in ascesa, fiduciose, arroganti, tipico small market con un talento da superstar, identità difensiva. I Grizzlies saranno favoriti”.
Golden State-Denver | Due ragazzi da poster che non sono male: Steph Curry-Nikola Jokić, se vogliamo semplificare. Può bastare, no?
Boston-Brooklyn | Sembra molto una finale di Conference e non una serie di primo turno. Il transito dei Nets dai play-in ha scombiccherato tutto il tabellone. Kevin Durant contro Jayson Tatum. Kyrie Irving contro la zona difensiva dei Celtics composta da Marcus Smart, Jaylen Brown e Derrick White. I potenziali ritorni di Ben Simmons e Robert Williams III. Questa serie ha un po’ di tutto, dice Sports Illustrated.