I dieci scudetti del Bayern e del PSG sono un grido di SOS

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   ▻   Questa è la storia di un vecchio tifoso che non sa dove sia finito. Un signore che si chiama Gregor Weinreich, ex presidente dell’associazione Numero 12, uno dei circoli organizzati a sostegno del Bayern. La prima volta che Gregor Weinreich ha visto la sua squadra campione di Germania era il 1994 e se ne andò in strada a festeggiare fino all’alba. Tre anni dopo, quando accadde di nuovo, era ancora molto euforico. Fece una corsa sul prato del vecchio stadio con un bengala in mano insieme a qualche centinaia di persone, fuori di testa dalla gioia quanto lui. Adesso, Weinreich sa che il Bayern ha vinto il campionato nel 2014, nel 2015, nel 2016, nel 2017, nel 2018, e andate avanti voi, ma dice che non riesce a distinguerli uno dall’altro. 

Ne scrive la firma di calcio europeo del New York Times, Rory Smith, nella sua newsletter On Soccer.  «Se mi chiedono di quei campionati, non ho quasi ricordi». 

Non è difficile capire perché, sostiene Smith. “Gli ultimi successi del Bayern sono confusi in un’unica massa informe”. 

 

       Alla massa informe s’è aggiunto il decimo titolo consecutivo arrivato con tre giornate d’anticipo ieri pomeriggio, grazie alla vittoria per 3-1 sul Borussia Dortmund. Fanno 32 scudetti in totale. Succede nella Bundesliga che ebbe per campioni cinque squadre differenti tra il 2002 e il 2009, compresi il Werder Brema, lo Stoccarda e il Wolfsburg. Il Werder è in B, lo Stoccarda rischia di tornarci dopo essere risalito nel 2020, il Wolfsburg galleggia a metà classifica. Sei delle 10 squadre che in Germania hanno vinto più scudetti, negli ultimi trent’anni non ci sono più riuscite. Da quando cioè il 1992 ha segnato un altro Anno Zero di questo sport, con il suo nuovo eco-sistema, basato su una distribuzione diseguale dei soldi dei diritti tv. 

Il New York Times ci fa sapere che stavolta Weinreich non è rimasto sveglio fino all’alba per esultare. La competitività della Bundesliga è sotto accusa. Sotto certi aspetti, questa è stata una stagione diversa. Se è vero che il valore di un torneo si misura nel confronto internazionale, non si può fare a meno di notare che poco più di una settimana fa l’Eintracht Frankfurt è andato a vincere in Europa League a Barcellona, portando così tanti tifosi al Camp Nou da causare un’indagine interna in Catalogna. La Germania potrebbe avere una finale tutta sua nel torneo, con il Lipsia, dopo 13 anni senza mai una finalista e 10 stagioni senza una semifinalista. Questo è l’anno in cui è in corsa per un posto in Champions il Friburgo, “un club modesto dei pittoreschi margini della Foresta Nera”, lo descrive il New York Times – il club tedesco che porta in prima squadra più giocatori dal proprio settore giovanile. Sarebbe una prima volta, così come è la prima volta che giocherà una finale di Coppa di Germania, proprio contro il Lipsia. Comunque sia: sarà storico. O per il Friburgo o per il primo titolo all’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. 

C’è un’innegabile crescita della classe media. Ma non è ancora arrivata a insidiare il Bayern, che secondo la Deloitte Football Money League 2021, ha prodotto ricavi per 634 milioni. Sono gli unici in Germania nella top-10 della ricchezza europea. Il Borussia segue distante, al 12esimo posto, con un fatturato di 365 milioni. 

   ◆   Il Bayern ha chiuso le ultime due stagioni con 13 punti di vantaggio sulla seconda. Solo una volta nell’ultimo decennio (2019) la Germania s’è divertita con un duello vero fino in fondo. 

“Assume gli allenatori giusti, ingaggia i giocatori giusti, nomina in modo intelligente i suoi ex giocatori in posizioni di spicco dietro le quinte”, spiega Smith. Fernando Carro, amministratore delegato del Bayer Leverkusen, sostiene che il suo dominio sia una spinta a migliorare per tutti gli altri. Questo almeno sostiene in pubblico. Dario Minden, vicepresidente di Unsere Kurve, un’associazione che difende gli interessi dei tifosi, non condivide. 

«Non è che non commettano errori – dice – ne fanno anche loro. Solo che hanno un tale vantaggio economico che possono permetterseli». Il Greuther Fürth di meno, visto che opera con un budget di 19 milioni. Non avere la necessità di vendere i propri giocatori, significa poter sviluppare un programma tecnico su tempi medio-lunghi. 

In Germania sono preoccupati. Perfino quelli che vincono. Dentro Unsere Kurve, i tifosi del Bayern, insieme con quelli del Dortmund, hanno suggerito un cambiamento nel modo in cui vengono distribuiti i soldi, in modo che una quota maggiore possa finire alle squadre che sono più a valle della catena alimentare. Immaginatelo in Italia. Una tassa sul lusso, sul modello americano. 

   ◆   Come accennava Slalom qualche giorno fa, la Germania è arrivata a mettere in discussione la molto elogiata e molto invidiata regola del 50+1, temendo che sia quella a causare una cristallizzazione dei rapporti di forza interni. I dirigenti del Bayern hanno dato la loro disponibilità a discuterne, consapevoli che pure con una nuova forma di finanziamento potrebbero esercitare dalla ricca Baviera una grossa capacità di attrazione. Il dibattito è finito imbrigliato dentro categorie come il disgusto e il fallimento morale, nel caso in cui si accostassero alle proprietà della Bundesliga certi campioni dello sportswashing e certi squali della finanza che s’aggirano per l’Europa. 

«I soldi arriverebbero comunque a loro –  dicono da Unsere Kurve – e noi perderemmo la nostra democrazia e la nostra cultura». Si sono tenuti il 50+1. Ma si sono posto il problema. 

Oliver Kahn, amministratore delegato del Bayern, dice che «ovviamente il campionato sarebbe più attraente, se ci fosse più concorrenza. Io non ho tabù. Se i playoff ci aiutano, allora parleremo di playoff. Una modalità in Bundesliga con semifinali e finali sarebbe eccitante per i tifosi».

 

     Rivista Undici  ha raccontato in questi giorni la faccia nascosta di questa Bundesliga a due velocità: lo sviluppo di un campionato fondato sulla valorizzazione dei giovani. Secondo uno studio del CIES, il campionato tedesco è il secondo con l’età media più bassa (26,5 anni), dietro la Ligue 1 (26,3). Per tre volte negli ultimi quattro anni, la Bundesliga è risultata quella in cui si segna di più (una media di 3,03 gol). 

“Perché questi due dati sono strettamente collegati? Perché un campionato più giovane – dice Rivista Undici – significa partite più dinamiche e aperte, più libere nell’estro dei singoli e meno legate alla tattica. E anche più attraente per chi vuole mettersi in mostra, per i calciatori che non riescono a trovare spazio altrove. Per esempio in Premier League. È per questo che, negli ultimi anni, abbiamo assistito a una vera e propria invasione di giovani talenti inglesi in Bundesliga”.

Adesso arrivano anche dalla Francia. Ce ne sono 36. La quota straniera più alta, con Christopher Nkunku e Marcus Thuram, Kingsley Coman e Dayot Upamecano, Moussa Diaby e Amine Adli, Dan-Axel Zagadou. 

La tendenza è stata spiegata dalla rivista francese So Foot, partendo dalla prossimità geografica e dalla differenze culturali e strutturali tra i due Paesi. Secondo l’agente Alexandre Gontran, «i giocatori francesi vengono dalla strada, hanno una creatività e un istinto che un loro coetaneo tedesco non può padroneggiare, visto che gioca a calcio solo in accademie specializzate. Quando in Germania hanno iniziato a capire questa differenza, è iniziato un processo di apertura verso l’estero che oggi si percepisce chiaramente nelle strategie di mercato dei club di Bundesliga».

 

Resta il dato dell’egemonia con pochi precedenti, andata un anno oltre quella della Juventus in Italia. Un dominio così prolungato si osserva solo nei sistemi calcistici sottosviluppati. Non è la serialità delle vittorie a generare più interesse intorno a un movimento, né un interesse economico né uno sentimentale, di partecipazione. Questo valeva già qualche anno fa per gli Agnelli in Italia, questo vale per il Bayern in Germania. Una comunità unita dovrebbe occuparsene. In Bundesliga l’hanno fatto, consapevoli del bisogno urgente di un riequilibrio di forze, coscienti dell’importanza e della dignità di ogni singolo elemento della piramide. Buona parte della borghesia del calcio italiano è invece ancora ritirata. Non abbiamo un Friburgo in finale di Coppa Italia, anche perché le regole e il format del torneo non lo favoriscono. Ma le regole e il format sono sottoscritti dalla Lega – che è l’assemblea dei presidenti. Tutti i presidenti. È quell’organo nel quale ci sono interessi diversi e dove giustamente si discute e ci si divide. Ma troppe realtà si sono consegnate, in cambio di una cooptazione nel circuito del benessere economico. Uno Zico in una provincia non viene più. E se arrivasse di nuovo, il direttore sportivo della sua squadra darebbe un’intervista per dire a qualche grande club: perché non lo prendi, fa proprio al caso tuo. 

FRANCIA

La stella senza gioia del PSG

 

      La stella senza lucentezza, come dire la stella della noia, titola stamattina L’Equipe in prima pagina, nel giorno che sarebbe della celebrazione per il decimo titolo del PSG in Francia, l’ottavo sotto la bandiera del Qatar. Il giornale francese chiama le cose con il suo nome in prima pagina, pazienza per il core business e i bacini d’utenza. Non c’è stata la festa al Parco dei Principi. Gli ultrà se ne sono andati prima della fine, ancora delusi per l’esito della Coppa dei Campioni. “Ossessionato dalla ricerca della grandezza europea, il PSG ha reso banale la sua supremazia in Francia”, osserva Régis Dupont. Damien Degorre scrive che “quando Marco Verratti ha alzato le braccia al cielo ieri sera al fischio finale, il suo gesto esprimeve tanto la felicità per essere tornato campione di Francia, quanto un sollievo irrefrenabile. Come se il centrocampista italiano, insieme a molti altri suoi compagni di squadra, non ne potesse più di sopportare questa lunga stagione”. Questo è il clima nel quale Mauricio Pochettino avrebbe voluto festeggiare il suo primo titolo come allenatore, invece è uscito dal campo con la testa bassa, aspettando che una ghigliottina stia per cadere. “Sospetta che il suo futuro sia altrove, ma non sa quando la lama cadrà”

 

    in tv oggi ore 13 Sky: Rennes-Lorient | 20.45 Sky: Reims-Marsiglia

 

   ◆   Sul tema delle egemonie e delle sorprese, stamattina ragiona anche lo scrittore Gabriele Romagnoli nella sua rubrica domenicale per Repubblica, ricordando il tempo in cui l’Italia ebbe una finale di Coppa Italia tra il Bologna e il Palermo. La prossima sarà tra Juventus e Inter, “quello che voleva chi ha strapagato i diritti televisivi, chi finanzia il circo e chi lo racconta. È questa la bellezza del gioco? È la ripetizione all’infinito degli stessi scontri? L’incoronazione degli stessi vincitori?”. 

Romagnoli parla di un’Europa che è “un deserto di sorprese”. Una serie di campionati nei quali chi viene respinto dalla Coppa dei Campioni ripiega per consolazione. Quelle che chiama fiammelle sono due, una è il Villarreal ancora in corsa per la finale della Champions, l’altra si trova in Belgio, dove da oggi inizia il girone dei play-off. La stagione regolare è stata vinta dall’Union Saint-Gilloise, “erede di una tradizione – sono di nuovo parole di Romagnoli – di 11 titoli nazionali interrotta nel 1935, da decenni nelle serie minori, appena risalita in prima divisione. Sfiderà l’Anderlecht. Come fosse Venezia-Inter per lo scudetto. L’allena Felice Mazzù, nato da calabresi emigrati per lavorare nelle miniere: il loro figlio potrebbe diventare per una notte il re del Belgio. Non è questa l’essenza del sogno occidentale: che chiunque possa arrivare in cima? Oppure, al tempo dei fondi, Cenerentola è una favola vietata non dalla cancel-culture, ma dalla stessa cultura che la scrisse?”. 

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