Ci sono nazioni che non considerano le parole provenienti dal Comitato olimpico internazionale come il Deuteronomio. Conservano una loro autonomia di pensiero e di condotta.
La Gran Bretagna, per esempio. Dick Pound, canadese, ex gran capo dell’agenzia mondiale antidoping e uno dei membri più anziani del CIO, aveva appena pronunciato la sua dichiarazione più ombelicale, autoreferenziale e fuori dalla realtà che potesse immaginare, dicendo che «gli atleti dovrebbero avere la priorità per i vaccini, per consentirgli di andare ai Giochi di Tokyo». Ecco, un istante dopo, s’è alzata in fondo alla sala la mano di chi ancora guarda cosa si muove fuori dalla finestra, ancora sta tra la gente normale, ancora prende il tram (con la mascherina): s’è alzata la mano di Andy Anson, amministratore delegato della British Olympic Association, il loro CONI. Ha detto a Sky News: «La priorità deve essere per le persone che ne hanno più bisogno: i lavoratori che stanno in prima linea, gli anziani e i più vulnerabili. Arriverà il momento, speriamo prima dei Giochi Olimpici, in cui gli atleti potranno essere presi in considerazione per la vaccinazione, ma lo faremo solo quando sarà appropriato».
Per dirla alla Pound, nel senso di Dick non del gran fabbro Ezra, gli atleti britannici non salteranno la fila. Il canadese si era spinto a sostenere che «in Canada, dove potremmo avere 300 o 400 atleti, prendere 300 o 400 vaccini su diversi milioni per rappresentare il Paese a un evento internazionale di questa statura, non credo che provocherebbe alcun tipo di protesta pubblica». Pound non parlava solo per sé, ma pure per i suoi. «È una decisione che ogni paese deve prendere, ci saranno persone che diranno che stanno saltando la fila, ma penso che sia il modo più realistico per andare avanti». Più o meno vuol dire: che la gente parli pure, ma noi la fila la saltiamo.
Anche in Germania, quando parla il CIO, ascoltano e si domandano se siamo proprio sicuri che abbia ragione. Se lo chiede la libera stampa persino quando la cosa non riguarda la Germania, e persino quando riguarda l’Italia. Nel dar conto del jingle bells sull’inno di Mameli e il tricolore negati a Tokyo (stamattina il tour-campagna di Malagò tocca Napoli con una intervista al Mattino), Der Spiegel parla di “bizzarro conflitto politico” tra il CONI e la società Sport e Salute, definendo il numero 1 del comitato internazionale Thomas Bach, un tedesco, “l’avvocato del CONI”.
Der Spiegel è una rivista storicamente non sospettabile di simpatie verso l’Italia, una volta definita scroccona ai danni degli altri membri dell’Unione europea. Individuò a suo tempo nel comandante Schettino della nave Concordia “un italiano tipico” e ancora più a ritroso, su una celebre copertina del 1977, aveva messo un piatto di spaghetti con una pistola appoggiata sopra per ritrarre “un paese da vacanza” tra sequestri, scippi, estorsioni.
Però stavolta lo Spiegel si domanda come mai ci sia tanta inflessibilità quando si parla di indipendenza dei comitati, mentre in altri casi il governo di Bach si dà alla fuga (bella battuta). “In altri casi – scrive – è più riluttante a minacciare azioni brutali. Ci sono voluti mesi prima che il CIO si persuadesse a imporre sanzioni contro il regime in Bielorussia, un paese nel quale pure gli atleti sono esposti a persecuzioni politiche. Anche per l’Iran, dove a settembre è stato giustiziato il lottatore Navid Afkari, l’esclusione olimpica non è all’ordine del giorno. E l’esclusione parziale della Russia dopo lo scandalo del doping di Stato non è stata affatto una decisione radicale. Quando si parla di indipendenza delle associazioni il CIO è allergico”. E per la rivista tedesca, il capo del CONI Giovanni Malagò “ama dipingere il fantasma sul muro”.